Lui alzò gli occhi e la vide

22 novembre 2017 § 1 Commento

Lui alzò gli occhi e la vide. Cioè, non si stupì di vederla poiché poco prima l’aveva già percepita. L’aveva annusata per l’esattezza: aveva percepito un buon odore, non un profumo ma un odore buono, di animale non minaccioso, proprio l’odore tipico del maglione salmone di lei. Seguendo il fiuto, quindi, alzò gli occhi e la vide. Lui, che stava per prendere un rum, ne ordinò due, lei si voltò e gli disse va bene, ma doveva essere qualcosa di buono. Ma quel rum era la cosa migliore esposta sulle mensole del retrobancone. Si erano parlati pochissimo nel buio, poco prima, avevano pronunciato insieme un nome impronunciabile e lui lo aveva pronunciato sicuramente male. Lei, pronuncia impeccabile, suonava da suo canto un accento di qualche lontana origine. Lui le chiese dove lo avesse preso, lei gli enumerò una serie infinita di luoghi dalla quale era passata e dove aveva vissuto. Sì, lui gli spiritelli irrequieti li riconosceva al fiuto, pensò mentre lei continuava a nomare luoghi e paesi. Lui andava figurandosi l’immagine di qualche semidivinità nordica, con poca magia e molta terra sotto le scarpe. Per quella sera fu talmente abbastanza che pur essendosi presentati lui non riusciva a ricordare il suo nome. Una cosa buffa gli sembrò. Ho presente il profumo, i luoghi, il sorriso ma non riesco a metterci sopra un nome, pensò. Pensò che fosse insufficiente una scatola a forma di nome per lei. Lui in questi pensieri si distrasse, lei se ne accorse, sorrise e si allontanò. Vedendola uscire lui corse fuori, per salutarla, ma non poteva chiamarla perché non ne ricordava il nome. “Hei!” “Ciao!” “A presto!”, niente non riusciva a trovare una formula per richiamare la sua attenzione. Allora le si parò davanti a fermarla “Ciao, mi ha fatto molto piacere conoscerti, ma non ricordo il tuo nome”. Lei sorrise, un poco indispettita e disse: “Ciao Daniele! io sono….” e lui rimase a guardarla mentre si allontanava, avendo già dimenticato il suo nome. Ma non il suo odore di animale giovane e buono e di spezie da viaggio.

Annunci

strappi

20 novembre 2017 § Lascia un commento

vorrei strapparti gli occhi
perché possa vedermi con l’anima
vorrei strapparti le labbra
che possa baciarmi col cuore
vorrei strapparti il sesso
perché potessi accogliermi
vorrei strapparti le ali
affinché tu rimanessi qui23334018_899870623501139_1492085038129133655_o

Se mi vuoi

18 novembre 2017 § Lascia un commento

Insegna a cantare agli scoiattoli

Se mi vuoi principe azzurro

Lasciati amare se mi vuoi amante

Se mi vuoi compagno

Alza il pugno chiuso

Se mi vuoi marito porgimi la mano

Se mi vuoi trombamico

potrai averne solo una delle due metà

Se mi vuoi pene

Allarga le gambe

Se mi vuoi uomo

Che tu almeno riesca ad esser donna

Ma non chiedermi di spiegarti come si fa

Senza parole

13 novembre 2017 § Lascia un commento

Che ne sanno di te le parole

Come possono illudersi

appena di raccontarti

Con quale arroganza saccente

Come fanno le parole

A cantare il silenzio

se se se

12 novembre 2017 § 1 Commento

E se avessi cantato a te e non al foglio

la violenza di questo amore bardato di pioggia

se avessi restituito a te tutto lo sguardo rappreso e racchiuso

tanto da risuonare in testa prima che nel petto

se avessi risuonato in te

il sangue veloce del battito

sbattuto sul letto malfatto

al mattino

se

se

se

ma io l’ho fatto

ed è al foglio che scrivo

nel vuoto che guardo

nella testa risuona un’eco lontana

di un letto mal fatto

su cui giaccio battuto

Il suono dell’inferno

11 novembre 2017 § 1 Commento

Questo silenzio.

Un silenzio infernale.

Da quando sei andata via mamma, non c’è più nulla in questa casa.

Non c’è più il pavimento lucido e il tuo zn zn ritmico dello strusciare delle pattine. Ci mettevi due ore ad aprirmi alla porta, zn zn, dlin dlon, zn zn znznzn, acceleravi sempre quando poi bussavo e ti chiamavo da dietro la porta Toc Toc “Mammaaa… apriii, sono io”.

Non c’è più il bollore del caffè che mi preparavi ogni mattina e radiovaticana alle sei con il rosario.

Non ci sono le voci del tg3, tg regione, tg2, tg1 con la loro sequenza loopata di notizie. Non cambiavano neanche più i commentatori ormai. A me sembravano fotocopie. Ma tu, mentre cucinavi e mentre mangiavamo, dovevi vederli tutti. Dicevi che era importane farsi un’opinione personale ascoltando le voci di tutti.

Non c’è più la tua voce, quando borbottavi tra te e te il pomeriggio sulla poltrona, e parlavi col babbo, le zie, e tutto il paradiso. Che erano tutti in paradiso dicevi. Me lo ripetevi sin da piccolo. Da quando babbo ci ha lasciato soli e tu ti sei sempre presa cura di me.

Qui non è il paradiso mamma.

Il paradiso era quando cantavi a sera le tue arie d’opera, la migliore soprano leggera di tutta Isola Liri. Che dicevi che Mastroianni, già grande, si fermava ad ascoltarti di nascosto sotto la tua finestra. Lina l’usignolo. Regina poi ti chiamarono per quell’uso tuo di fare tutto alla finestra come una vera sangue blu. Ti affacciavi e la strada si fermava. A volte ti chiamavano da sotto “Regina, Regina, te serve lu pane?” “Reggì, il latte oggi lo vòi?”

Tutto tace.

Tutto in questo silenzio infernale.

Tutto tranne il frigo. Il frigo dannato che mi mangiava le notti insonni con quel suo STOCC BZZZZ

e quando mi abituavo allo BZZZZZ e cominciavo a riprender sonno, allora mi ridestava con uno STCNT e il silenzio, così alternato di 8 minuti in 8 minuti, che al, se così si può dire, risveglio, sapevo sempre che ora era. Solo il dannato frigo. Ci sono 4 camere in questa casa enorme e vuota ma io dormo da 54 anni nella cameretta attaccata alla cucina, col letto addosso alla stessa parete del frigo. 47 da quando papà non c’è più, ma mi cullava il tuo russare leggero mamma, e il tuo appello che facevi nel sonno: il babbo, le zie e quando finalmente arrivavi al mio nome mi sembrava un abbraccio con tanto di bacio sulla fronte e allora mi addormentavo beato fino al successivo STNCT.

Stanotte non ce l’ho fatta più, sarà stata l’afa estiva o la luna piena mamma, ma ho odiato quel frigo come fosse la persona che ti ha portato via, come fosse il tuo male che voleva attaccarsi a me mamma. L’ho trascinato per tutto il corridoio, sì Mamma le piastrelle sono tutte graffiate ora, ma tanto a te che importa, mi hai lasciato solo qui in questo silenzio assordante, Mamma!

Giù dal pianerottolo dritto in strada, tanto stanotte stanno tutti alla Madonna, che domani è Ferragosto. L’ho spinto giù, fino a imboccare la discesetta che porta al belvedere sul Liri. Mamma, però non volevo, sono scivolato, e il frigo ha preso a pattinare sul selciato come fosse di ghiaccio. Mi sono alzato Mamma, ho corso per fermarlo, ma era un bolide impazzito. L’ho vsto impennarsi sul parapetto e capriolare di sotto dritto nel fiume. Sono sceso dalle scalette di zia Caterina, che l’orto suo finisce prorio in acqua a valle e ho aspettato che la corrente me lo riportasse. Ma il frigo non l’ho più visto Mamma, la luna piena illuminava solo i tuoi resti ancora congelati, per ultima la tua mano, come per salutarmi prima di scomparire nel mulinello delle rapide.

Ora in casa non c’è più neanche il rumore di quel dannato frigo.

Solo un silenzio infernale.

Dormi bene Mamma, buonanotte.

Cavoletti di Bruxelles

11 novembre 2017 § 1 Commento

Sono cibo passivo, dissi

che si lascia mangiare

ricavandone nulla

e nulla restituendo in cambio

Occorre più energia a digerire

Di quanto nutrimento acquisti

Cibo buono appena

a riempire lo stomaco nei momenti di magra

A riempire la bocca

in silenzio

Ora zitta

e mangia

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: