Cento e una notte

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Il corsivo mi sta sulle scatole, con quell’aria di fighettosottutoio e il ricciolino a posto. Se dovessi scegliere un compagno di chiacchiere preferirei il grassetto, con la sua schietta e rozza supponenza; almeno si presenta sincero già a colpo d’occhio, senza aver bisogno di simularsi dietro “virgolettati” meschini. La scrittura piana, fluida, nel suo continuo ondulare invece mi somiglia; non hai altro modo di capire dove va a parare se non la segui fino in fondo. Mi piace fidarmi di qualcuno, farmi accompagnare attraverso una storia, un pensiero.

Uno scambio: dammi la tua fiducia e ti racconterò una storia; il premio del buon sonno, la favola della buona notte che dà ristoro e fa sentirsi amati.

Ecco proprio prima di addormentarmi; è lì che ti incontrai la prima volta.

Gli occhi mi bruciavano per il tempo speso a cercar risposte, con la luce troppo bassa; mi friggevano e davano di me allo specchio un’immagine sfocata. Non certo brutta ma il guardarmi era comunque doloroso, pungente.

Basta, va a letto.
Aspetta c’è ancora quella parola…
Ma non puoi trovarla…non c’è più abbastanza luce, e il rumore dei tasti a quest’ora mi disturba. Dai vieni a dormire.
Uffa!
Ah, hai visto che l’ho trovata?… mi sono addormentato? Meglio, ora così posso lavorare in pace. Non so più se è ancora tardi o se è già presto.

Uffa, dietro una M l’ho ritrovata ricoperta di muffa, insieme ad altri vecchi giocattoli a cui una volta diedi un nome che non ricordo. Anche una vecchia scatola della bambola di mia sorella, la bambola bionda, sulla quale ormai si vede solo la grande B rosa, e lì accanto diventa buffa. Quasi quasi esco e trovo qualche locale ancora aperto, me la porto, mi ubriaco e faccio un pò di baruffa.

Non serve a niente lo so, ma mi piace così… l’inutilità delle cose inutili mi ricorda quanto poche siano le cose davvero importanti. Tutto è gioco, anche se non sembra.

Anche la paura del buio, ricordi che emozioni ti dava quando giocando a nascondino ti chiudevi nell’armadio e respiravi piano ma il battito accelerato del cuore faceva un rumore enorme? Oppure anche prima, quando lanciato nel vuoto trattenevi il fiato incredulo e spaventato, fino a quando la presa sicura di papà ti faceva prorompere in una risata liberatoria che ancora io mi porto addosso, come goccia di assenzio nei momenti bui.

Il groppo in gola, il magone, con la sua grande magia, quante volte hai cercato e inseguito ancora quella emozione, e quando l’hai provata…Ancora, ancora, ancora una volta, un’altra volta e basta, un’altra. Così si fa presto a confondersi fra vizio e passione. Quando hai assaggiato il sapore del palpito, quando hai sentito accalorarti il viso per quel fuoco che ti

esplode dentro, come fai a non passare il resto della vita a cercarlo, ancora, ancora una volta. Così anche stanotte lo cerco fra le pieghe dei miei pensieri, dei miei ricordi, dei miei sogni, mentre io dormo IO lavoro. Lavoro e fatico anche a tirarmi dietro questo fantoccio, che nel frattempo russa pure. Ma come faccio a non volergli bene, d’altronde sono io anche se non è ancora diventato quello che io sono. Mi guardo, faccio tenerezza così con la bocca semiaperta da cui tra i rumori del ronfo, emetto anche l’alito vitale del respiro; quasi a volermi non scordare d’esser vivo. Vivo di quella vita che dei palpiti si nutre e, vivendo i palpiti, li rende vivi.

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Prima di addormentarmi ti incontrai, una notte ti incotrai e aspetto la notte per incontrarti ancora, ancora una volta.
Pensavo proprio a quando ti presentasti, avevo quanto? cinque, sei anni? Eri vestita di bianco e più grande di me, ora invece sei più giovane ma hai l’identico profumo di buono. Lo stesso vestito che indossavi quando mi sono stupito a rivederti, tale e quale ad allora, in quel video dei Radiohead, solo che da me eri venuta in mongolfiera, ed io non ero ancora un androide paranoico, ricordi? Poi, come a Petrarca, ti chiamasti Laura. Lo stesso vestito bianco e il profumo di buono ma avevi la mia età e un fiocco azzurro intorno al collo. Terzo banco a sinistra. Avrei dovuto aspettare i tempi del liceo per rincontrare Laura, ma tu non c’eri più; eppure ti ho aspettato. Allora pensavo che bastava aspettarti, lì sul lembo del fiume. In quel tempo, per un poco, aspettandoti mi addormentai; io ed io vivevamo ancora uniti, e lui si stancava così tanto a giocare e le sue fantasie si intonavano perfettamente all’impeto, cosicché mi rilassai. Sognavamo anche insieme.

Già, la prima volta che ti ho incontrato eravamo solo in due, su quel pallone. Era un premio, eri il premio per essere me, per essere il prescelto ad interpretarmi, ed allora recitavo da dio; metodo Stanislavskij, completa immedesimazione col personaggio. Prima che arrivassero Luigi e Diderot.

Non m’interpretavo, lasciavo che io mi guidassi nella mia parte, non recitavo: io ero quello. Poi, inevitabilmente col passare delle repliche, sera per sera, notte dopo notte, intuisci la maggior funzionalità di quel determinato gesto, affini il progresso performativo, padroneggi il palco. E la tecnica, a poco a poco, prende a far parte del gioco, perdendo quel pò di spontaneità a vantaggio del miglior risultato.

Il massimo risultato lo dava sempre l’analisi sul campo, l’attenta osservazione: quanti “tipi”, quanti topos potevo riconoscere, da quali potevo apprendere, quali tipi avrei usato nelle mie stampe e quali topi avrei evitato. Osservavo, osservavo, osservavo e le crepe negli occhi che bruciano stanotte sono anche a causa di ciò. Osservavo e costruivo, con quello che apprendevo, racconti fantastici. Così sul tram 19, da uno sguardo, dal modo di portare l’ombrello, di soffiarsi il naso donavo ad ogni compagno di viaggio una mia vita, scoprendo che poi nella realtà non era affatto dissimile dalla loro. La signora seduta alla mia sinistra aveva lo stesso odore di cipria e lenzuola fresche che le aveva lasciato la madre andandosene. Un odore composto ed educato che sapeva di altri tempi. Era sposata da 36 anni, con il marito che allo stesso profumo aggiungeva una nota di tabacco e Acqua Velva. Un odore di modernariato, vagamente anni sessanta, dai colori attenuati e un po gialli di una Polaroid. Paolo, il figlio piccolo, aveva fatto outing solo otto mesi prima ma Alex era il miglior genero che avessero mai sognato. Scusate, quel tram mi portava all’università, e nel 1990 non si faceva outing: aveva solo detto ai genitori di essere omosessuale e loro lo avevano guardato con aria stupita tipo “Ma davveroooo!!!!” sorridendo all’apertura di un figlio che portava in giro da troppo tempo quello sguardo basso che tanti pensieri aveva dato alla matura coppia; finalmente liberata in coscienza dalla loro coscienza. L’abito non fa mai il monaco, e la medioborghesia di quella donna era solo un tratto di distinzione ed eleganza alla sua intelligenza contemporanea, in tempi di grundge postpunk, manteneva ancora la dignità che le generazioni seguenti sembrano non saper più ritrovare. Alex e Paolo invece li ho ritrovati ieri sera qui a Berlino, splendidi quarantottenni, al SO36 di Kreuzberg durante il Cafè Fatal della domenica, la serata discomusic, con tanto di lezione di ballo dalle 19. Stanno ancora insieme, uniti come mai e le ampie volute dei loro passi, la loro eleganza, evidentemente frutto di training continuo ed affiatato, facevano di loro le star del dancefloor. Indossavano entrambi un paio di jeans levi’s e una t-shirt ma erano talmente affiatati e ricercati da sembrare novelli Ginger e Roger, o Fred e Astair, con tanto di strascichi e di code di Frak, due risvolti della stessa faccia. La semplice orecchiabilità di quella musica, unita al volteggiare leggero di quella coppia, e al loro sorriso occhi negli occhi mi ha fatto sentire bene e anche il falsetto dei Bee Gees non sembrava affatto falso; mi ha fatto sentire il bene. Lo stesso bene che il signore dell’acqua Velva porta ancora per la moglie: identico e intramontabile anche senza averle mai portato un fiore e senza aver più preso il 19 per andarla a trovare al cimitero del Verano.

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Tempo prima, abbastanza tempo prima, più o meno quando ti incontrai, avevo un Penny arancione e dischi di 15 anni fa da ascoltare; messi da parte tutti i quarantaquattro gatti che avrei dovuto uccidere 308 volte per togliermeli dai piedi, mi trovo pienamente intonato ai colori sbiaditi delle copertine dei 45 giri dei miei: un crooner di sette anni che si innamora di ogni ragazzina dai capelli rossi dicendogli di volerla un’ora sola, ancora un’ora sola; ti prego, amore scusami ma quanto t’amo quanto t’amo non lo so, quanto t’amo quanto t’amo non lo sai….
Alessandra di 4 anni più grande di me, tra i tramonti in spiaggia e il suo caschetto corto, mano nella mano e i sospiri profondi: il palpito… sì il palpito e la vampa al viso. L’estate mi immerge in una dimensione nuova; certo il distacco da Laura nella prima settimana mi aveva scottato come il sole, e la sera faccio ancora a m’ama non m’ama con i brandelli di pelle che si staccano dalle mie spalle, ma ora sono libero. La casa al mare era il mondo mentre a casa c’era solo casa; mi accorgo cantando che il mondo non si è fermato mai un momento anche nel grigio cittadino, ed ora è qui ad attendermi con 127 scoperte nuove ogni giorno. Ma il tramonto tra odore di chupachups alla fragola e crema nivea apriva le porte alla notte; e me lo dicesti proprio tu che la notte è fatta per amare. E correre. Se il cuore non batte per il caschetto, me lo faccio battere a posta; mi drogo di guardie e ladri e nascondini, sparisco trattengo il fiato e corro, corro più forte che posso, sulla spiaggia, tra i giardini. Viòlo proprietà private scavalcando cancelli ben più alti di me, mi travesto portandomi a presso una maglietta rossa da indossare improvvisamente per ingannare e confondere il mio cacciatore distratto, che cercava ancora la camicetta verde di prima. Quelle notti finivano alle 11 o al massimo a mezzanotte ma erano le più lunghe che avrei attraversato nella mia vita. Il pilone elettrico infinito della sigla della RAI con con quel FA# diminuito da film horror e quella scritta in un maledetto corsivo barocco: Fine delle Trasmissioni, mi gettava nello sconforto. I miei palpiti erano ancora li a risuonarmi in petto e in testa, il viso ancora rosso, ma legato da un lenzuolo leggero al mio letto avrei dovuto aspettare ore per poter riprendere ad annusare la vita.

Per fortuna la radio invece continuava le trasmissioni e il notturno italiano trasmetteva assolutamente di tutto dagli Alunni del Sole a Carlo Rustichelli e Alida Chelli con la colonna sonora di Un Maledetto Imbroglio: “Famme restà co’ ttè sinno me moro…”. Poi Ennio Morricone, al cui fischio cadenzato del Buono, il Brutto e il Cattivo, mi lasciavo addormentare, mentre io preparavo piani per il giorno seguente. Domani qualcuno mi avrebbe insegnato ad assaporare le emozioni del tresette.

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Questo whisky fa schifo e brucia da morire sull’apice arrossato della mia ernia jatale, ma è l’unica bottiglia che abbiamo trovato, sono le tre ed è la quarta canna che passo senza mai tirare, ma credo che il fumo passivo mi abbia ormai contaminato. Abbiamo suonato fino alle dieci, sennò il Sor Mario scende e ce se’ncula, ora alle tre ho un tris di Jack servito, che col Jack Danny del discount fa poker, tiro a tardi ma non mi ricordo più perché.
Fino alle dieci tutto bene invece, quando ti chiami musica so ancora riconoscerti anche se non dici una parola. Anzi a quarant’anni mi sono accorto che le parole con te non servono proprio. Quante battute sprecate a dare spiegazioni verbali che non portano a niente. Due ore di prove per 2 pezzi e dieci minuti di musica in tutto a ricordarci quanto siamo pippe, e quante pippe ancora ci abbiamo in testa. Perché ce ne ho…. ancora mica l’ho capito e, quando è così, mi lascio da solo mentre faccio finta di sentire gli altri e me ne vado in giro per la sala indisturbato. Indisturbato se il cantante spegnesse quel suo nuovo effettino del cazzo che ha comprato oggi su portaportese e il chitarrista cambiasse finalmente il jack all’amplificatore che fa una ronza più forte del mio piano quando suona forte, perché io suono il pianoforte ed io pure.

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Terza media, l’anno dopo dell’organo, il pianoforte entrò dentro casa per il mio compleanno e spesso lo confondo col tuo viso. Allora nell’eleganza biancoenero dei tasti surrogavi qualsiasi essere femminile. Guardiano del Faro e Il silenzio, i primi pezzi usciti da queste dita prima silenziose, ma ascoltanti, visto che suonavano ad orecchio. L’approccio facile allo strumento che chiedeva solo di essere pigiato per emettere comunque un suono, mi dava allora il fremito ad ogni nota e sinesteticamente mi sorridevi. Certo io e io eravamo sicuramente ad anni luce ma le mie dita erano tutto quello che io avevo per potermi esprimere e mi lasciavo fare. Allenavo me ogni giorno ma non mi portavo che a un minimo passo più in la e considerando che nella notazione anglosassone il la è A non ho camminato molto. Fino ad oggi in tal senso mi sono fatto in vero percorrere meno strada di quanta ancora me ne mancherebbe, ma poco importa. La menomazione fisica ha poco a che fare con me. La lascio a me, con le mie insicurezze che comunque ammiro nel mio coraggio a vivere. Madonna che pena mi facevo a guardarmi così incerto, io suggerivo ma non ascoltavo, non ce la facevo proprio ad andare quel passo più in la. La mia timidezza, che a me faceva battere il cuore, ma non come mi piaceva, non come lo fai te. E che pena, i mal di pancia flautolenti ogni giorno per andare a scuola, a comprare il latte, figuriamoci per entrare nella comitiva. Oh, guardami, son mica un mostro. Daniele guarda, sono qui dove vado? Niente il passo non arrivava. Avevo cambiato addirittura letto. Dormivo accanto al pianoforte, ma questo non serviva ad avvicinarsi a me. Quanto eravamo distanti allora. Così distanti che cominciai a farmi fare compagnia dagli spiriti, mentre io invece dormivo; nessuna paura, una compagnia discreta e confortante. Attirati dalla luce rossa dell’interruttore dello stereo, si divertivano a tenermi allegro, animando foto, chiamandomi e nascondendosi o apparendo improvvisi alle mie spalle col solito scemo BUH. Mi volevano bene e io ne volevo a loro, e gentili mi suggerivano sempre quando la professoressa di italiano sarebbe stata assente, consentendomi così di non fare i compiti. Mi dicevano pure quale domanda mi avrebbe fatto, se invece il giorno dopo mi avesse voluto interrogare, così studiavo quelle due righe e basta, tanto avrei comunque preso 8. Li ho lasciati andare via quando io mi sono ammalato; non volevo che mi raccontassero più niente del mio futuro. Vi voglio bene, ancora adesso, ma lasciatemi scoprire le cose da solo, lasciatemi il gusto dello stupore, il sapore dolciastro del sangue che lascia in bocca quel cazzotto in faccia che si chiama delusione. Ogni cazzotto mi fa comunque provare, e voglio provare, assaggiare e gustare tutto.

Il cappuccino di ostrica di Adriano e le variazioni di agnello, te le ricordi? E il sapore di pomodorino e sale dell’olio siciliano! Lo stesso olio in cui friggono i capidduzzi e lo stesso sale che da dolcezza al passito.

La torta di ricotta di nonna Nicoletta, l’avvicinarmi molto precocemente all’alcool con l’archermes rosso fuoco della zuppa inglese di Leda. Quanto mi piaceva sporcarmi le mani e creare….. mettere insieme cose immangiabili: farina bianca, uova crude, burro grassissimo, e poi ricordi la canzoncina? Basta un poco di zucchero e il dolceforno di mia sorella per trasformare tutto in una cosa buona, magari non bellissima ai primi esperimenti, ma buona. Magia pura: dov’è il coniglio, la farina, l’acqua? Qui ci sono solo biscotti. Il gusto del gusto. Nonna, guarda qui sulla scatola dei galletti c’è la ricetta, ci proviamo? Pedepedacchio e oplà, molto più buoni di quelli veri. E c’era anche la colonna sonora adeguata. Lo schiocco ritmico della coda della sfoglia avvolta nel mattarello di Leda. Tratatata e uova e farina erano pasta, la pasta più sottile e buona del mondo, che quando l’industria gastronautica se ne è accorta gli ha messo il nome: pasta di Campofilone. No! Mi dispiace, invoco il diritto all’eredità che mi spetta: quelle sono le tagliatelle di nonna Leda.

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I sapori ti rimangono attaccati più forti degli odori; non te ne liberi. La prima volta che hai bevuto l’acqua di mare per imparare a nuotare, il sapore di dado e pasta scotta di grano di seconda scelta della mensa spaventosa dell’asilo. Il rosseto, preso dalle labbra altrui, a confonderti ancora di più. Tutto sa di qualcosa e il sapere, attraverso qualsiasi organo passi, ti arricchisce. Il degustare la vita col suo sugo di carne dell’una domenicale o la farina e il lievito del sabato sera. Sanno, loro sanno, e io voglio sapere da loro. Da qualsiasi cosa. Raccontami di te ancora una volta. Cosa fai, dove ti sei perduta l’ultima volta che non ti ho trovato, e cosa hai trovato laggiù? E’ buio laggiù?
Si, ma lo sai che ho scoperto? Che non è vero che al buio non si vede niente. Al buio si vede il buio, e quando lo conosci impari anche ad apprezzarne le sfumature. John Belushi, ha visto la luce, al canto di James Brown. Io ho visto il buio al canto del silenzio. E’ stata un’illuminazione comunque. Il buio è umido, ha bisogno dell’acqua del liquido, ecco perché si fa sempre accompagnare dalle lacrime, dal sangue o dal vino. Dal vomito, quando proprio non ce la fai. Il buio non è mai secco; i prosciutti e i formaggi stagionano al buio, i vini vogliono il buio, la muscia, il teatro, il cinema, il sesso vogliono il buio e vogliono bere.

Il buio è vita conservata in scatole stagne nella propria salamoia. Io ci vivo spesso. Non è così terribile, e neanche antitetico alla luce; anzi ne è l’appoggio. Nessuna luce senza il buio nessun buio senza luce. Yin e Yang direte voi, il cerchio del Tao. Anche al piano mi piacciono i tasti neri con quel sapore pentatonico orientale. Dissonanze. Distinguersi dalla tranquillità di un processo creativo culturalmente digerito, per poi ridigerirlo e riassaporarne il gusto. Bach ha temperato la scala perché poi potessimo salire più su. Il matematico contrappuntismo che genera, come un computer perfetto fatto di razionale pragmatismo religioso teutonico, le pagine universali del testo musicale. Trovando il tempo fra una delle sue 1126 composizioni e l’altra di generare anche venti pargoli. Altro che uomo di spirito questo maestro di cappella. Lo straziante flusso delle note per le opere per violoncello denota senza alcun dubbio uno spirito che conosce la passione, passando anche da quella di Cristo, almeno secondo Giovanni e Matteo. Liquido, anche lui. E passionale come Pasolini, che lo riprende nei suoi film scivolandoci dentro quasi per caso. Un poeta prestato al cinema che, come nella Ricotta, doveva portare a compimento anche lui la propria passione. Appassionato e passionevole come i suoi testi.

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A quel tempo si entrava al cinema quando volevi, e uscivi dopo che il loop si chiudeva nel momento del tuo

personale stocastico inizio. Sabu stava appena litigando col genio per essere stato imbrogliato al terzo desiderio. Solo quindici anni dopo mi sarei accorto di aver visto a 5 anni il mio primo film d’essai. Quanti mi crederebbero, fra i divoratori odierni di immagini a pronta scadenza, che nel 1974 sarei rimasto incantato da un’avventura di mille anni prima, datata 1940. Accompagnato da mio padre che, a sua volta si era entusiasmato alle avventure di capitan Flynn, in differita. Ancora sussulto se ripenso alla scena claustrofobica della bella automa a sei braccia al cui caldo abbraccio il vecchio sultano doveva soccombere. E il ragno gigante che oltre a me sembra aver impressionato anche Robert Smith in Lullaby, a sua volta premonitore dell’immaginario gotico di Tim Burton. La stessa claustrofobia che ho ritrovato pochi anni dopo nella scena della pattumiera della Morte Nera, dove Luke, Ian e Laila dovevano ancora conoscere la forza e il suo lato oscuro. Luke e Laila, menecmi futuri di un padre che avrebbe vissuto la sua infanzia solo vent’anni dopo quella dei propri figli. Magia del montaggio, del mercato e della memoria. Come sul tram faccio mie vite affini e surrettizie, plasmando materia onirica col fango. L’alito stanotte glielo grazio, appesterei di morte più che donar vita. Da 20 giorni che non bevo il fegato si prende la sua rivincita provocandomi inenarrabili emicranie. La cefalea ha accompagnato ogni mia domenica pomeriggio fino a quasi trent’anni. Come se avessi bisogno di continuo stress adrenalinico per stare bene; appena la tensione calava, appena mi rilassavo un pò l’occhio sinistro prendeva il sopravvento su tutto il corpo scavandomi dall’interno ogni umore, ogni sentore. Occupava tutto, spazio e tempo. Il dolore così acuto da sottrarre ogni pensiero. Avevo imparato col tempo a contemplarlo. Non avendo via d’uscita mi mettevo di punto ad analizzare il dolore, momento per momento, coltellata per coltellata, lacrima per lacrima. L’analisi del fatto mi aiutava a mantenerlo lontano, lasciandolo al me dolorante, mentre io dall’alto col mio microscopio interiore apprendevo, mi conoscevo, scoprivo i miei limiti. La domenica pomeriggio, ogni domenica pomeriggio per 1500 indagini sulla resistenza fisica. A volte il male si impossessava di me per quattro, cinque giorni consecutivi e i dati sperimentali si affastellavano uno su l’altro fino a stremarmi. Allora, ancora una volta, io e io dormivamo insieme. Sfinito mi addormentavo insieme a me, sempre un’attimo prima di capire se il sonno arrivasse per il rilassarsi dello strazio, o per sopravvivenza allo strazio stesso. Morfeo morfinico. Solo due mesi fa leggevo su internet di uno studio statunitense svolto sulle lacrime. Secondo tale studio, perfettamente coerente con le mie decennali osservazioni, il liquido spremuto fuori dai nostri occhi dai calci dell’anima conterrebbe un potente anestetico e un altrettanto efficace sedativo, una benzodiazepina simile al Valium. Da questa considerazione però non ho capito se il nostro corpo voglia allontanare il dolore, o sia dotato di meccanismi tali da dimostrare invece inequevocabilmente quanto al dolore sia portato.

Il succhiello metallico che scavava nell’osso della mia schiena, grattava di un rumore silenzioso simile alle unghie della maestra sulla lavagna quando voleva zittirci. L’ultimo strato, coriaceo più che mai faceva resistenza. Tra me urlavo senza un respiro e le lacrime mi consolavano. Cedi ti prego non resisto, e smetti di …. Quado il dolore sembrava al parossismo, ecco l’ago entrarmi nel midollo. L’anestesia si ferma solo al primo strato di pelle e muscoli. Il contatto con la spina dorsale, il cortocircuito neuronale dei gangli a contatto col metallo. La luce. Il dolore allo stato puro che avvolge e cancella tutto in un lampo bianco. Sembrava la scena di Ghost, quando finalmente a Patrick Swaize era consentito passare oltre. Ma il dolore allora mi fu consolatorio perché finché soffrivo, finché l’avrei sentito, avrei saputo d’esser vivo. La morte, credo, arriverà molto più silenziosa di così. Allora, ricordo, ti chiamasti Vita.

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Dimmi di te ancora una volta. Come stai, chi sei adesso?
Dove ti ho lasciato non lo ricordo ma so quando rincontrarti. Ti passo accanto, ti sfioro ogni giorno, ma leggero e invisibile ti evito. Non ne avere a male, aspetto solo il momento giusto per aprirti di nuovo. Per aprirmi di nuovo. Intanto ti scrivo e questo già è qualcosa. I memorabilia li spolvero, li incarto e gli do un ordine che solo tu poi saprai leggere. Ti preparo un letto di carta e parole dove amarti nudo come non mai. Sorridi, lo so che non son sexy ma la mia nudità è il massimo regalo che mi aspetto da te. Graziami dei fronzoli, dei riccioli corsivi, levigami via il superfluo, rendimi di vetro. D’acqua trasparente che da nulla vien scomposta, che da nulla può essere infranta ma disseta e incanta. Cantami di te, ridimi di te, sognami di te. Non mi tenti perché già son teso, proteso verso te. Non è perché ti ho avuto che mi manchi, ma perché ti avrei, ancora, ancora, ancora, un’altra volta, un’altra volta e non basta mai.

Non basta spegnere la luce per dormire o la TV alla fine delle trasmissioni; non c’è un’orologio per l’anima, non ha ore di pranzo o di cena, non ha tempo libero né poco tempo. Notte è solo il suono delle due T come una porta che si chiude sull’io altro, quello che domani va al lavoro. Suonami di te, ululami di te a questa luna, fammi compagnia in questa luce buia. Mordimi di te, nutrimi di te.

Jonhatan Livingston preciptava a capofitto ingojato dalla sua ricerca della perfezione, mentre io me ne rimanevo li nel letto a leggere. “Raggiungerai il paradiso, allora, quando avrai raggiunto la velocità perfetta. Il che non significa mille miglia all’ora, né un milione di miglia, e neanche vuol dire volare alla velocità della luce. Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta, figlio mio, vuol dire solo esserci, esser là.” Quindi io ero là, non ha più importanza se nel letto, dentro me che sta per addormentarsi, o immerso nella lettura, ovunque fossi io ero là. Lo spazio si misura nel percorso fatto da un desiderio all’altro. Ho sete, ma il bicchiere è lontano. La telecinesi prevederebbe comunque uno sforzo non indifferente. Io sono nel letto, il bicchiere adesso è là. Fottuto bastardo mi ha superato, devo allenarmi ancora. Essere là prima che il mio desiderio mi fotta.

La spiaggia è rovente, sono le 12,42 del 6 agosto 1982. Correre più veloce sarebbe darla vinta al sole, rallento, decido, ricordo il mal di testa, lo proietto sotto la palma dei piedi. Il dolore lo conosco e posso riconoscerlo anche lì sotto, anzi da qui mi sembra addirittura più distante. Il tempo di pensare a queste cose mi chiede addirittura di soffermarmi. Non fa così male, anzi non fa male. 2’47” record di velocità su sabbia bollente, non ho corso, ho dilatato il tempo alla velocità perfetta.

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Le 23.11 domani ho l’esame di B1 di tedesco. Non ho ansie e questo mi delude un po. Il battito e il palpito non ci sono, sono più sicuro. Sono un uomo. A 13 anni camminai sulle braci di sabbia, oggi non ho più paura delle domande. Ho dilatato la mia mente aggiungendoci quello che non conosco. Quello che non conosco fa parte del mio pensiero; è il mezzo per passare alla velocità perfetta da un desiderio all’altro. Non temo le domande di cui non conosco le risposte, anzi le cerco. L’insegnante di lingua mi rimprovera perché cerco di costruire frasi ancora troppo complesse. Ma io sono a scuola per imparare non per sapere. Mi avete ingannato per vent’anni, lo scopo non è sapere, è imparare. Ich moechte probieren; Ich muss probieren zu lernen.

Imparo alla velocità perfetta, quella che mi consente di apprendere ogni cosa che avrò appreso. Quant’è bello il futuro senza congiuntivi e condizionali. Una grammatica dalle regole nuove dettate dalla logica. Se avessi è un postulato per assurdo a cui segue l’assurda soluzione avrei. Io ho, non ho avuto, avrò, non avrò, stanno lì come pilastri, come assiomi geometrici, come punti fermi, concedendosi il lusso del valore relativo. Non ipotetico. Mi sento meglio se non ho potuto amarti di quanto mi faccia sentire se ti avessi amato.

La Sbahn di Berlino non è certo il 19. Forse ho perso un po di allenamento, ma qui dietro le facce non trovo nessuna storia nascosta, semplicemente te la urlano in faccia. Allora come l’angelo di Wenders, mi accosto e sento i loro pensieri in tutte le lingue del mondo. Il tedesco, qui, è solo uno degli idiomi disponibili tra gli altri, e io mi muovo fra loro. Sembra un’idiosincrasia di elementi assemblati secondo la più raffinata teoria del chaos. Impermiabili, giacche e cravatte, tailleur su chanelline appena un po lise, si incastrano fra dred, scarpe da ginnastica anni 70 dal fondo scollato da allora, divise da lavoro, divise, maschere. Anche la ragazza punkabbestia, seduta accanto a me è talmente definita e sicura del suo essere da non pormi neanche la domanda di come sia diventata bestiapunk. Il gatto sul grembo e il cane che lo annusa fanno parte di un trittico unico, quasi botticelliano, elogio alla primavera; anche quando la coda nodosa del ratto gigante nascosto nella manica dell’impermiabile militare osti fa capolino non mi scompongo. La ragazza diventa albero materno, un grembo naturale pierdellafranceschiano. Giottesco vagamente warnerbrossiano, se fosse uscito anche, svolazzando, Titty; ma non ho tempo di aspettare il giallo pennuto, qui i treni sono dannatamente puntuali e devo scendere. La Hauptbahnhof mi incornicia di luce attraverso le sue pareti vitree, il fascio solare mi colpisce appieno nella mia consapevolezza di rinascenza pasquale, perfetto occhio di bue di magistrale regista. Rinascimento: in questa città si può ancora vivere con l’illusione che l’arte salvi la vita. Senza pretendere di vivere facendo l’artista, qui si vive da artista. Camerieri, babysitter e insegnanti di spagnolo che la notte diventano pittori, musicisti, attori, ballerini, nella messa in scena quotidiana della quotidiana messinscena: di mattina recito da muratore così la sera posso andare a fotografare la notte. Io sono un’attore, un’attore vero, che si finge gestore di ferienwohnungen, dichiaratamente scenografati nel fittizio e perfetto artefare artistico di questa città. Signori si va in scena, ma attenti non è la telenovola in cui vorrete immedesimarvi per perdere quel briciolo di contatto con la realtà che vi fa ancora male sotto l’alluce. Qui siamo nel circo dei folli di Brecht e del Lupo della Steppa. Il cabaret, così derisamente melanconico e meditativo. Provocatorio concreto e mistico nel rito del reale. Questa notte dalle quattro in poi teatro magico. Soltanto per pazzi. Una balalaika gigante suonata da un ciccione in tuta da meccanico rosso ferrari e colbacco in testa, chiude il sipario per accendere il proiettore dalla parte opposta. Il ritmo cadenzato post ska sovietico mette subito di buonumore quanto la puzza di vodka. I Leningrad Cowboys non avrebbero osato tanto. Il violino, con indosso la stessa divisa cremesi, strazia l’anima con i suoi lamenti antichissimi e lontani, mentre il tenore strappa le corde della sua chitarra triangolare evocando melodie d’amore boemo. Du liebst mich nich, ich liebe dich nich. DA Da da…, mi accorgo attraverso di loro come il delirio dei Trio fosse assolutamente illuminato e preveggente.

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Non si è mai visto né in cielo ne in terra! La voce rotta di nonno dall’alto dei suoi 94 anni, prorompe in un urlo quasi di strazio, in un crescendo parossistico, quando gli dico che mi voglio sposare… Si riferiva alla mia convivenza, che ormai durava da più di due anni. Io amavo Jo, lei mi amava e questo bastava. I casini burocratici italioti ci avevano fatto optare per la sottoscrizione in carta semplice del nostro rapporto solo per poter pensare a diventare un’altra famiglia. Con la serenità che ci compete scegliamo la chiesa, cattolici praticanti ne io ne lei. Ma se qualcuno deve dare il suo placet alla nostra unione, gradirei che questo fosse Dio, piuttosto che Walter Veltroni. Questione di maggior stima. Quindi nonno ci sposiamo.

Aaaa, sono contento Daniéle (in trentadue anni non riusciva ancora a pronunciare l’accento aperto del mio nome, anch’esso lontano dal background culturale del suo Rocco, nome che come primo nipote maschio avrei dovuto ereditare). Ecco quindi cominciarmi a spiegare che la scelta presa era quella giusta, del fare pace col naturale andamento delle cose, che ora io e Jo saremmo stati veramente uniti, e che Io, Marco, Sabrina fino adesso, convivendo…. né cielo né in terra!!! La sacralità di quelle parole miste alla sua età e al suo scatto di collera, come un dolore nell’intimo soffocato da troppo tempo mi spiazzano. Io ho fatto male a mio nonno fino ad ora senza rendermene conto. Lui oggi mi ha spiegato le sue ragioni, io invece non gli ho mai parlato delle mie. Adesso guarda il cielo, fa troppo caldo per essere Aprile, no, così non va… non va bene. Di stupore in stupore mi trascinano oggi le rivelazioni di Rocco, che fino a ieri interrogavo curioso. Nonno ma non è strano che piova così tanto? No, è il tempo suo. Ma non fa troppo freddo? E si vede che è il tempo suo. Oggi invece non è convinto affatto. Quasi centenario, lui non ragiona più per cicli stagionali ma per ere. Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare, Battiato suonava dall’autoradio lasciata accesa. Gli occhi cerulei di Nonno puntati verso il cielo in un respiro corto e pesante. Quest’estate Nonno se ne andrà, soffocato da 60 giorni a 38 gradi, con umadità all’80 per cento e temperatura percepita di 43 gradi. Questo non è più il tempo suo. Di lui mi restano la risata sguaiata, costretta in un sibilo contagioso, la dignità delle mani incallite e scorticate di chi ha conosciuto la terra, amandola, e la ricetta segreta dell’amore eterno, quella che aveva condiviso con Nonna per più di sessanta anni “Vi dovete sopportare!”. Io invece non gli ho mai parlato della mia. Con questo vino rosso e genuino bevo alla salute di Rocco Casolino.

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Ricordi quando studiavamo insieme Fromm, cercavamo la risposta all’arte di amare, alla vita, convinti ancora che potevamo essere prima di avere. Anche l’amore viaggia alla velocità perfetta, eterno nel suo lampo fulminante. Cristallo purissimo di vita portata all’apice dell’irrazionalità, l’innamorarmi mi ha fatto sempre scoprire nuovi Daniele. Ogni palpito un nuovo io, anzi un io nuovo di crisalide in crisalide. Allora scoprimmo il tesoro dell’amore non corrisposto, destinato all’eternità perché mai completo, mai fissato, una infinita corsa col cuore in gola verso nessuna meta. Quanto sentire. Tutto esplode nella primavera di me, palpito su palpito. Ora so scrivere il tuo nome, ora so scrivere di lei, ora mi escono i baffi, ora mi diventa dritto, finalmente potrò baciare, e il gioco della bottiglia aveva il tappo puntato perennemente su te. Per quante vesti e quanti nomi tu abbia mi sorridi sempre allo stesso modo, non ho ancora capito quanto commiserevole e quanto materna. Un sorriso, giocondo, leonardiano, che con la sua sfida mi dà il mio hic et nunc, rimette l’orologio biologico allo scoccare della mezzanotte. La scarpetta di cristallo la conservo ancora nella mia teca, aspettando chi dovrà calzarla. Non sei tu neanche stavolta; ancora una volta mi hai ingannato, ma grazie per la mia settima ulteriore fioritura. La cosa più divertente è rincontrare dopo un po di tempo tutte le ragazze che hai indossato. Loro ricordano il mio sguardo innamorato, mi cercano fra le loro cartoline illustrate, mi taggano fra i loro file; hanno bisogno di un po del mio respiro per ricordarsi di chi le ha amate, di chi le ha respirate. Ma io non le riconosco senza te lì dietro. Io che per poco non soffocavo di sentimento non corrisposto, mi accorgevo troppo tardi di non aver permesso di corrisponderlo. Ogni crisalide un reset della memoria emotiva come nell’eterno bagliore di una mente immacolata. Egoista involontario, mi ritrovo ancora ad inseguirti in qualche modo migliorato. E’ la più potente droga, il mio stesso spirito, mi inebrio di quello che grazie a te io provo, in un rito sciamanico di passaggio che abbiamo affinato giorno per giorno. Poi al di la il cancello si chiude, posso guardare indietro senza perdere nulla, perché quello che potevo avere è adesso in me. Orfeo canta sereno, la tua ricchezza è la tua canzone, e la tua canzone è quello che lei ti da, anche se ora non può più chiamarsi Euridice. E mi risveglio confuso al tema d’amore di Francis Lay eseguito dai clacson nel traffico di qualsiasi città mi trovi adesso.

Quanti suicidi dovrò provocarmi ancora? Sento ormai la differenza tra uno strato e l’altro assottigliarsi

sempre di più ma affinandosi anche in qualità secondo un andamento logaritmico. L’ultimo che mi hai regalato è stato un colpo di fucile in piena faccia e grondando sangue ridevo a crepapelle; da quanto mi aspettavi nascosta nell’ombra, grazie amica mia di avermi aspettato e ucciso di nuovo. E’ pasqua. Il palpito mi riempie tutto esplodo nel cranio al colpo passante. Sto malissimo e sto benissimo, equidistanza assoluta velocità perfetta tra gli estremi, il punto più lontano dalla noia e dall’arrivo raggiunto senza tempo. Siiii ancora una volta. E mi getto sulla tastiera a scrivere e non mi accorgo più se sono i tasti bianchi e neri del piano, quelli letterati del mac, o quelli assenti del caro vecchio foglio. Non fa differenza dove scrivo, non fa differenza cosa scrivo, fluisce tutto, scivola via. Un emorragia continua, ininterrotta e copiosamente intrisa di sangue vitale. Decapitami dolce mia (a)mantide. L’insetto maschio è li tra le sue zampe di mostro, sottomesso alla sua elegante bellezza. Sa che è il suo ultimo momento, lo sente, non ha altra intelligenza che il suo istinto e l’istinto primordiale è la sopravvivenza. Lui non ha scampo, rimane immobile, paralizzato dalla paura e dall’eccitazione che la primavera gli muove inarrestabile. La copula non può avvenire in questo modo, troppa, troppa tensione. Pensa ossessionato al sesso e alla morte in un cortocircuito emozionale degno del più forte LSD. Lei lo vuole, ne ha bisogno, la stirpe delle pie mantidi deve continuare. Lui la guarda dal basso supplichevole e immobile. Lei dall’alto magnanima allarga le braccia per stringersi l’ultima volta, poi con un colpo netto fende la zampa tagliente, staccandogli la testa nel gesto più sacro che una mantide religiosa può compiere. Il capo del maschio vola via, ma il corpo rimane. Finalmente libero dal peso della coscienza razionale, il corpo privo di paure, pensieri, regole e omissioni, comincia a muovere il bacino nell’atto dell’amplesso, portando a compimento la ruota della vita eterna. La mantide genuflessa a mani giunte, piangendo con la compagna di sventura vedova nera, porta nel grembo il frutto vivo di quel sacrificio mistico. Nell’impero dei sensi Nagashi Oshima riprende la scena in un ralenty morboso. Si inebria dei suoi stessi amanti, li culla e li accompagna nel loro gesto rituale. Il maschio qui sembra avere invece il gusto della scelta razionale del proprio ruolo. Rapito nell’estasi chiede alla sua amata di congelare quell’attimo sublime in un cristallo infinito. Non finire per essere infiniti. Semplice sillogismo del piacere estremo. La leggenda dice che nella retina dei condannati a morte rimanga impressa l’immagine del loro boia, ed è per questo che i giustizieri indossano il nero cappuccio. L’orgasmo divora la paura della morte. E’ così che voglio morire, nel momento massimo del piacere. Non morire, ma sospendere cristallizzare l’attimo. Il gesto richiede la perizia di un samurai e di una geisha, deve essere perfetto come il rituale del te. Ogni gesto, ogni istante fanno parte del rito liberatorio. La decapitazione finale nel film tocca alla testa piccola, ma si rovescia la morale entomologica. Il corpo rimane a terra inutile e l’anima se ne libera ridendo, godendo. Alla mantide assurta a vittima resta solo uno sterile e inutile pendaglio di carne, al maschio il bagliore istantaneo del piacere eterno.

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Ecco, ho lasciato la mia testa sul comodino. L’emicrania oggi non mi consente nulla. Mi muovo per la stanza fantasmatico, sfocato. Un gusto un po kitsch di fondu da film francese anni settanta, con la musichetta piena di reverberi lontani e suadenti: shabadabada. Un pugnale conficcato nell’occhio del mio cranio soprammobile. Parlo col mio personale Yorick in un essere o non essere senza senso nell’attesa che il dolore passi. Vedo contorcersi il mio corpo nel letto, agitarsi, rigirarsi, piegare il cuscino in quattro per cercare la posizione non dolente. Dormire, sognare forse farebbe passare il tempo più in fretta, ma il sonno con questo dolore non può arrivare. Dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne. Morire. Nei momenti di dolore più acuto viene spesso di pensare alla morte. Dove sei tu allora? Spesso mi compari all’improvviso, la mano fresca sulla fronte mi da sollievo. Come ti chiami oggi? Dimmi almeno l’iniziale, mi fischiano le orecchie e se sono fortunato saprò che stai pensando a me. Ecco ti sei offesa, hai tolto la mano. E il mal di testa è ben più forte del sibilo auricolare. Mi lacrima l’occhio sinistro mentre infilo le unghie nello scalpo a voler grattare via il fastidio. Così va meglio. Pressione. Ancora meglio. Lego intorno alla fronte del mio amico amletico un calzino elasticizzato, facendo coincidere il nodo al punto nevralgico. Così finalmente arriva un po di sonno, e io posso muovermi un po più presente a me stesso. Ora mi ricordo il tuo nome, i tuoi occhi profondi e il tuo profumo di muschio bianco. Tuo padre geloso mi faceva il terzo grado ogni volta che cercavo di telefonarti. Avevo perciò elaborato una strategia, pronto buonasera potrei cortesemente parlare con sua figlia? Lo recitavo con un filo di voce accennando appena un falsetto, e la formula magica otteneva per tutta risposta un brevissimo si un attimo… Vorrei chiedergli, signore, perché mi passa sua figlia solo se parlo così, crede davvero che sia una amica, oppure capisce che ha a che fare con un demente innamorato e non vuole rischiare di aver sulla coscienza la mia follia? Non si preoccupi V. è un altro dei miei trofei. L’amore impossibile numero X. Credo che lei addirittura non se ne sia mai accorta. Poi si fidanzò prima con Alessandro e poi con Gianluca. Che c’entravo io con loro? Nulla, e quindi nulla potevo aspettarmi. E tu dove eri andata? Mi ricordo solo una sera a teatro con la classe. Teatro Valle, seconda galleria, palchetto laterale, lei seduta davanti a me. Sei personaggi in cerca d’autore. I primi sdoppiamenti social-emozionali. Non vedevo nulla, da li dietro se non i suoi capelli di seta. La seta dei tuoi capelli. Mi avvicino cortese, lei parallela a distanze irragiungibili si sporge in avanti poggiandosi al parapetto e io parallelo a distanze irragiungibili poggio il mento sulla spalliera della sua sedia. Il velluto rosso si accendeva improvvisamente del tuo profumo, il muschio bianco mi inebria come uno shottino di alcool puro a 90. Tu ritorni in lei improvvisa e mi colpisci allo stomaco. Indossatala la prendi e la adagi di nuovo sullo schienale e io rimango li mentre il suo collo si avvicina in un crescendo idilliaco al mio naso, alla mia bocca. L’aria più fresca e più buona che abbia mai respirato. Il sipario rimaneva levato ma la recita era finita, anche se gli attori continuavano a declamare il testo, che solo due mesi dopo avrei scoperto magnifico. Ora magnifica sei te col tuo collo quasi Modiglianiano parallela alla distanza infinita di due soli millimetri. Due millimetri che le mie labbra non riescono a superare. Allora ti respiro, ti inalo, mi illudo di vedere dei piccoli brividi disegnarsi sulla tua nuca. Applausi, si accendono le luci, fine. L’altro giorno si è presentata a un mio concerto, 25 anni più tardi, ancora col suo profumo. Chissà se si è mai accorta di quanto la avessi aspirata. Un giorno, uscendo da scuola camminava davanti a me e parlava con Sonia, non sapevano della mia presenza. Parlavano di ragazzi, come fanno le ragazze uscendo da scuola. E coso? No, troppo vanitoso. E lui allora? Mhh,si ma è già fidanzato. Lo sai chi mi è simpatico, è così tenero: Casoli…

BAM palo della luce in piena faccia, naso quasi fratturato, confuso non capisco più niente. Mano sul viso e lacrime agli occhi spero solo non mi abbiano

visto. No, continuano le loro chiacchiere sparendo dietro l’angolo. Se non fossero cominciate prima avrei dato la colpa delle mie emicranie a quel giorno. D’altronde a Roma si dice: che botta che ho preso.

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⁃ Che cazzo ciavrai da esse felice?

Mio fratello mi guarda con aria sinceramente interrogativa. Semplicemente non capisce come il resettare un’intera vita come scelta consapevole presa nello stesso momento in cui decidevo di non festeggiare il mio quarantesimo compleanno, possa rendermi felice. Avevo venduto la mia attività, avevo rinunciato ad avere un figlio dopo i saltimortali biogenetici, i bombardamenti ormonali di Jo e aver lasciato 3,8 grammi di testicolo sul tavolo operatorio. Avevo affittato la mia casa di Roma a perfetti sconosciuti dopo averla appena ristrutturata e me ne andavo a Berlino. A far cosa? Ad essere felice. E non era una speranza, presa per la coda nell’apice della mia sindrome piterpaniana. Era, ed è, una direttiva programmatica rintracciata e voluta dall’alto della mia esperienza di uomo maturo e consapevole. Per più di venti anni c’ero ricascato. Avevo dimenticato quello che il mio tumore mi aveva lasciato come segno del raggiungimento della maggiore età.

Passavo indolenti giornate adolescenziali fra la TV e il telefono

⁃ Stè? ⁃ Oh…

⁃ Che stai a fa?

⁃ Un cazzo
⁃ Mhh…
⁃ Mh!!

⁃ Vabbè hai studiato?
⁃ No, nmevà de fa ncazzo
⁃ Mh! manco a me… vabbè ciao ⁃ Ciao Danié

Non facevo neanche più a botte con Marco e Alessandro. A parte i primi esperimenti con Luca alla batteria, Dario alla chitarra, Alessandro al basso, e Mauro alla voce e le ore passate ad imparare gli assoli di Child in Time e Smoke on the Water (che Mauro continuava a pensare che si traducesse in Fumare sul cesso), tutto scorreva indolente identico a se stesso, un giorno dietro l’altro.

Poi, elegante e bellissima, Sua Maestà la Paura.
Paura che apparteneva più ai miei che a me in realtà: “La Malattia”, quella virgolettata e corsiva da non potersi neanche nominare. La signora Voldemor. Il nome che nessuno osava pronunciare.
Anche mio nonno Angelo era stato ucciso quattro anni prima da un brutto male, da un male incurabile.
CANCRO! Si chiama cancro e si può e si deve curare. Certo io ero fortunato, il mio era di un tipo particolare, culturalmente elitario e un pò snob: Jose Carreras l’aveva avuto l’anno prima e Nanni Moretti ce ne racconterà tra qualche tempo in Caro Diario.
Si, il mio Cancro ha un nome e, per fortuna, anche un cognome: Linfoma Odgkin. E proprio grazie a quel cognome non è più un male incurabile ma un signor Cancro curabilissimo. Otto mesi di chemioterapia passati a vomitare abbracciato alla tazza del cesso e altri sei mesi di radioterapia (senza musica) che mi avevano lasciato calva l’esatta metà posteriore del cranio; grazie a un riporto perfetto e al gusto dandy di indossare cappelli improbabili, mi sentivo comunque fichissimo e comunque vivo. Grazie al mio panama e alla giacca di lino grezzo che vi avevo sapientemente abbinato, i miei amici cominciarono a chiamarmi Il Conte. Chissà cosa mi chiederebbe mio fratello se gli dicessi che quello è stato uno dei periodi più belli della mia vita.

Ritorna il lupo della steppa, anzi è proprio allora che è arrivato la prima volta: se potessi morire domani cosa importa se quello che faccio oggi non ha senso. Non ha senso ma è bello.

Voglio vita e bellezza e la noia è solo una presa per il cu(ol)lo dalla macchina sociale per mantenerci ligi alle regole e controllabili.
Solo quattro anni dopo ho già dimenticato la grande lezione che mi era toccata in sorte, ed ero tornato talmente controllato e controllabile da essere schedato col numero misterioso di una donna che se ne va. Partita Iva, io invece rimanevo, incastrato nell’illusione libertaria della libera professione. Non che me ne lamenti, non mi ricordo di un singolo giorno in cui non fossi contento e soddisfatto di quello che facevo. C’è stato un periodo in cui avevo addirittura tre lavori. La contabilità per mio padre, la JN Graphics, una società fondata per caso con quattro squinternati tra cui mio fratello, nella quale ho imparato a fare il montatore, il regista, il web master e il programmatore Lingo, ma dove ero entrato come compositore.

E Videobuco (noooo, non ci posso credere, anche Videobuco, la famosisssima cineteca d’autore di Roma). Per spiegare a chi non è cinefilo cosa voglia dire essere uno dei due singor Videobuco, tralascio un attimo questo paragrafo, da cui ripartirò subito dopo per raccontarvi un piccolo aneddoto.

XXXVVIIX Festival d’Arte Cinematografica di Venezia. Lido di Venezia. Strada di fronte al Grand Hotel. Era appena terminata la proiezione del documentario sul cinema horror italiano che avevo realizzato con Marco Cruciani e un altro compagno di passaggio.

Dalla piccola sala defilata dai tappeti rossi esco con accanto a me Quentin Tarantino. Davanti a noi Lillo e Greg, allora iene, intervistavano i passanti. Due ragazzi che camminavano distratti, notano l’improbabile gruppo, sorridono eccitati e si bloccano imbambolati. Poi uno dei due prende fiato e felice dell’aver riconosciuto i noti personaggi, urla in modo affatto simile al Rolando di Aldo, Giovanni e Giacomo: Nooo, non ci posso credere!!! Videobuco!!!

Fine dell’aneddoto esplicativo.
Poi arriva L’Impiccione Viaggiatore, un locale innovativo per Roma, dove trasportavo sulle pareti di un caffè letterario tutta la mia curiosità e la mia voglia di conoscere, ponendo come scusa intellegibile al pubblico il tema del viaggio.

Lavoro, successi, indipendenza economica. E alla fine tu dove eri? Io dove ero? Dove sono stato fino ad oggi. Dietro a me razionale e ingrato che mi dimentica ad ogni passo. 18 ore di apertura al pubblico, 18 ore di assenza a me. 7 Mojito e mi stordisco in una notte di maggio per riprendere il controllo. Ora mi ritrovo e non mi voglio più ascoltare. Io sono felice perché non c’è nessun motivo per essere felice, così come si ama senza alcun motivo. Mi viene in mente Erasmo, lucido e sarcastico, ma nella versione traviata della pubblicità dell’alfaromeo con tanto di Goldfish come colonna sonora: “Osservate con quanta provvidenza, la natura, madre del genere umano, ebbe cura di sparegere nel mondo un pizzico di follia, infuse nell’uomo più passione che ragione, perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi relazione con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. La vita umana non è nient’altro che un gioco della follia. Il cuore ha sempre ragione.”
Io sono felice. Io sono il cuore.

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Quanto avrei ancora da dirti, ti guardo negli occhi proiettando un intero scaffale di fotoromanzi Lancio fatti di amori ed avventure, poi tutta la letteratura cavalleresca e 1350 arie di melodramma, e tutto quello che io riesco a dire e’ come va. Bene e tu? Bene… diglielo coglione che con lei stai bene che vorresti dodici vite parallele da potergli dedicare e che una non ti basta. Digli quello che vedo, quello che sento, quello che voglio. Parlale almeno dei suoi capelli che vorresti respirarli, respirarli, respirarli… Belli si, giusto la scalatura dietro poteva venire meglio. Che cazzo dici, ma ce l’hai un cervello? Ecco bravo spegnilo e se è ancora presto per far parlare il cuore, lascia almeno parlare il tuo pisello che è meno testadicazzo di te.

Mi porti nel giardino dietro il bar. Un posto di merda allo svincolo dell’autostrada e mentre tu precedi sembri la primavera. L’asfalto scompare ai tuoi passi coprendosi di rugiadose erbe e fiori insoliti e luce. Cortocircuito nella mia memoria l’avatar leggiadra e Billie Jean di Michael Jakson. Ogni passo del tuo dolce ondulare colora il suolo e sboccia di vita. I tuoi fianchi cullano il mio sguardo come una paziente cammella che sola sa condurmi attraverso il deserto che mi circonda. Poi fai il gesto di sederti sul canapè a due posti. Eccomi li a canto pronto ad annusare la tua pelle e quel coglione di me fa un sussulto indietro facendomi cadere seduto sulla poltroncina di fianco. Gesto di rispetto secondo la mia ragione che ricorda le ultime telefonate. Gesto insensato secondo ogni altro mio senso. Anche tu stupita sorridi, sembri comprendere la gentilezza di quest’imbranato e ti sposti sul sedile avvicinandoti, ma ormai il mobilio si eleva a paratia insormontabile. Ed eccomi di nuovo Cyrano spasimante schiacciato dal mio culo codardo. Mi guardi ancora e la poesia vuole uscire. Ci provo, azzardo. Ma io non rispondo. Testadicazzo coglione.

Chiedi almeno scusa a Rossana.
Si comporta sempre così questo io. E più io mi innamoro e più rincretinisce. Ricordi quando quella notte ho lottato per farlo soccombere. Lottando con le sue dita sul Motorola strappavo al T9 frasi deliranti. Delirio puro che neanch’io potevo tradurre. Figurati tu. Accusavo la mia inerzia di soffocarmi. Ho scritto mi soffochi, liberami, e il cellulare lo ha inviato a te per sbaglio, troppo abituato a diteggiare il tuo numero. L’unico messaggio che non avrei voluto mai inviarti e quello stronzo ubriaco preme invio. La mattina dopo la tua non risposta, il mio ferirti. Parto, l’estate è finita. Eppure la pelle ancora scotta sul braccio lasciato scoperto alla tua guancia addormentata. Talmente imbecille non ho ancora imparato a dosare l’emozione del tatto. Quando ti saluto, troppo spesso sei rimasta delusa dalla mia incapacità ad interferire col tuo spazio fisico e cosí pur’io. Vorrei mani, orecchie, naso e bocca grandissime per stringerti, sentirti, respirarti, e baciarti meglio, mangiarti meglio, perché giuro aver fame di te.
E allora disseto lo stronzo per stordirlo nell’alcool e liberarmene per qualche ora, sperando di essere fortunato ed addormentarlo anziché fargli inviare messaggi insensati.
È come un esplosione che mi stordisce con la sua forza d’urto quando proprio non ce la faccio più, io lo so e approfittando della mia debolezza riprendo il controllo razionale, la cosa più stupida che possa fare con tutti i danni che ne derivano, come quella volta che vestito da uovo di Pasqua (anche i costumi riesco a scovarli idioti) ti dissi che non potevo sceglierti per rispetto. Rispetto sospetto se mi fa soffrire, se ti fa soffrire, se la schiaccia sotto un quintale di sensi di colpa. Come diamine funziona questa razionalità logica e sociale se distrugge ogni cosa bella e vitale. Perché ostinarmi a dare ancora un senso, un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha. Vasco non l’ho mai sopportato ma oggi la sua schietta ignoranza sembra aver capito molto più dei miei milioni di pagine lette. Fortunatamente il graffio della voce di un aspirante Tom Waits, sull’arrangiamento argentino di un pezzo dei Police, in un film scintillante di lustrini e passione, irrompe nel ricordarmi il tuo nome Roxanne, Roxanne…

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Stamattina il sole alle cinque sembra di mezzodì, mi alzo come se avessi dormito 12 ore e sono solo tre. Il palpito mi da scariche di adrenalina da drizzarmi i capelli e non solo, mi alzo ed esco, faccio una lunga camminata in spiaggia in attesa che il primo bar mi dia un cornetto caldo. Il profumo del mare non alleggerisce il bisogno ferino che ho di te. Languo, mi agito come un gatto rabbioso, annuso le lische che i pescatori, unici compagni in quest’alba di luce, smembrano per dar pasto alle lor prede. La sabbia è fresca sotto i miei piedi e sembra spegnere appena le bruciature che mi son prodotto. Aspetto. Non sulla riva del fiume, ma del mare. E l’attesa quindi non è lineare, da monte a

valle. E’ convulsa come le convulsioni che mi rigirano incessanti nel letto, ogni notte. Ma ora è giorno, almeno per me e i miei compagni troppo impegnati a seguire le loro lenze per darmi retta. Il resto del mondo dorme, e sembra rispettoso della mia inquietudine nel suo silenzio che sa di brezza e conchiglie. Come ti chiami non lo so più. Troppe volte hai cambiato il tuo nome, ma fa niente, sei te lo so, lo sento. Mi siedo per un attimo su un pedalò rattoppato di vetoresina color piscio, come l’odore che qualche bambino ha lasciato ieri sera, riparandosi qui dietro. L’odore cattivo mi aiuta a riprendermi, mi calmo. L’acido urico sembra riportarmi alla mia essenza di corpo, solido e terreno. Il bar della Piccola Capri tira giù le sedie dai tavoli e l’odore dei cornetti scongelati mi mette di buon umore. Il caffè però fa schifo, sa di muffa e di sale. Cosa mi succede; sono stato io ad incoraggiarti ad andare in Inghilterra ed ora, ora sono disperato. Sei partita da sole 24 ore e la mia panda bianca a nuvolette azzurre mi ha piantato proprio quando volevo raggiungerti a Fiumicino. Ma si, vai… se è amore, amore è, insieme o a 1914 km di distanza. Mi hai guardato stupita, commossa, hai pianto e sei partita. Ho passato i 37 giorni che ci dividevano a leggere e dormire. I prigionieri di Altona di Sartre, come me prigionieri del tempo sospeso. E poi Enrico IV, altro carcerato della propria mente. Carcerato e carceriere. Non mi interessava di invecchiare in fretta, il tempo volevo divorarlo e recuperare il tuo sapore. Dolce e scarlatto.

Una perla. Ti avevo preparato una perla al tuo rientro. Ero emozionato come alla prima elementare, quando parlando con tua nonna ti aspettavo. Lei mi aveva preso a ben volere, e mi stava avvisando già da una mezz’ora buona. Tu sei un bravo ragazzo, siete giovani, il tempo per voi deve ancora venire e lei non è mai stata una che si lascia addomesticare. Io divoravo avido la crostata di albicocca che mi aveva preparato, e quasi non l’ascoltavo. O meglio volevo non ascoltarla, per una volta che avevo preso il sopravvento su me. Varcata la soglia di casa non ti avrei detto niente e ti avrei portato di corsa a far l’amore. Il rumore della Giulietta grigia di tuo padre, riconosco quel tipico rumore grigio metallizzato. Chissà se, li mentre ti fa da autista, venisse a scoprire che tu e tua madre lo drogavate per permetterti la sera di uscire con me. 23 gocce di roipnol nel caffè, insieme ai suoi 4 bicchieri di chianti all’ora di cena davano la garanzia che alle 21,45 saresti stata libera e mia. Libera perché mia. Ogni volta che sei stata mia volevo solo che fossi libera, libera da tutto. Libera da tuo padre severo, libera da quell’altro che ti aveva conquistato, libera di scoprire la mia voce dietro quella di chi ti spingevo incontro, Roxanne. Libera dalle tue ossessioni e le tue bugie. Libera dalla tua bulimia, libera dai tuoi studi, libera dal tuo pensare, libera di amarmi e di essere amata. Ogni donna che sei stata aveva bisogno di me per esser liberata. Paladino ridicolo su una panda a nuvolette.

La giulia scala e gratta, come tutte le alfaromeo

fabbricate dal 1948, sulla seconda. Le ruote slittano appena sul selciato e quel rumore rallentato cento volte nella mia mente inquieta mi accappona la pelle. Esco sulla porta, tua nonna quasi mi trattiene. Ti guardo dietro il finestrino, mentre tuo padre è gia sceso. Scendi anche tu, ti corro incontro, e i tuoi occhi bassi mi fanno ricordare quanto sei timida e dolce. Sono a un centimetro da te, sto per baciarti mentre tu mi dici ciao. Ciao ti rispondo. Tu allora alzi lo sguardo cercando seria il mio per farmi capire: ti ho detto ciao, CIAO.

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Prendo ferocemente a pugni la notte per cercare sollievo e addormentarmi un poco anch’io. Quando restiamo svegli entrambi io ed io è un’assoluta sofferenza che toglie il fiato a forza di sospiri.
Il tuo volto si stampa sul cuscino e mi graffia il viso ogni volta che appena mi assopisco. E mi rigiro, mi alzo di scatto, sei sparita, mi rimetto giù con il cuore a 134 BPM come un pezzo minimaltechno del cazzo, che non riesce a comunicarmi niente tranne lo stato continuo di agitazione.

Senza motivo altro, senza qualsivoglia melodia, il suo scopo è pilotare il mio respiro a singhiozzare e a tenermi sveglio, alterando col suo battito accelerato il pulsare irregolare del mio cuore.

Domani ti chiamo, ma adesso lasciami in pace. E’ la quinta notte questa e il cervello mi sta andando in

pappa. Il giorno non riesco a lavorare, a organizzarmi alla vita e giro come uno zombi in mezzo a un mondo sordo, io al ralenti lui frenetico come in Koyanisquatsi mentre i terzinati ossessivi di Philip Glass loopano ogni idea io sia capace di formare, risucchiandola inturbinata nello scarico di un lavandino di un cesso pubblico, così veloce e inutile da lasciare intatte sulle pareti le incrostazioni gialle delle angosce putride. Come nella tana sotto la quercia, goffo e ridicolo con le trecce bionde e il vestitino azzurro di Alice, inseguo un bianconiglio inafferrabile con l’ossessione che sia maledettamente tardi per qualsiasi cosa.

Sullo sfondo gli occhi di Stregatto disegnano le ipnotiche spirali che continuano a risucchiarmi in un apnea che mi lascia respirare solo quel tanto che basta per continuare a soffrire lo strazio di un’apnea infinita.

O il pozzo era molto profondo oppure cado molto lentamente: il fatto certo è che, prima d’arrivare in fondo, ho tutto il tempo di guardarmi intorno e di chiedermi che cosa mi stesse capitando. Allora guardo le pareti del pozzo e mi accorgo che sono piene di credenze e di scaffali. Da ogni parte si vedevano libri, vinili, pizze di pellicola e i tuoi ritratti appesi ai chiodi. Prendo al volo un barattolo da una credenza: sull’etichetta c’era scritto “MARMELLATA DI CUORE”. Deluso mi accorgo che il barattolo è vuoto. Dopo una caduta come questa, un capitombolo lungo la

vita mi sembrerà uno scherzo! A casa troveranno che sono proprio coraggioso! Anzi sono sicuro che non avrei paura nemmeno se dovessi cadere dal tetto di casa! Ormai devo esser vicino al centro della terra. Vediamo: sarebbero più di seimila chilometri di profondità, mi sembra…Però vorrei sapere il grado di latitudine e di longitudine che ho raggiunto. Chissà a che punto sei tu. Chissà se i gatti mangiano i pipistrelli. E adesso, Ozy, dimmi proprio la verità: l’hai mai mangiato un pipistrello?

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Di solitudine mi circondo per sconfiggere la noia, tutto mi sembra ridicolo, inutilmente ridicolo. Mi chiudo al mondo nei miei pensieri e chiudo la porta anche al me mondano. Lasciami solo, ti prego, almeno un po. L’aria, la luce, l’acqua. Negli elementi elementarizzo il mio riconosecermi. Spesso rimango nudo a respirare e basta, attraverso la pelle scorticata dai troppi strati quotidianamente indossati. Cammino scalzo e rendo l’energia accumulata a madre terra, che ne faccia quel che vuole, a me non serve. Una doccia eterna e lavica mi lava via di dosso le ultime scorie del vociare inconcludente della società civile. Inutilmente ridicolo. Aspiro alla sintesi del nulla, ma non del nihil strozzato di un altro insensato ismo. Cerco il punto zero, l’incontro perfetto del hic et nunc con l’asse dell’eterno. Respiro e l’aria mi rende i, l’acqua mi purifica e la luce del mondo colpisce col suo raggio di sole, me solo sul cuore della terra. Ed è subito sera, notte lucente e confortante, dove finalmente ogni profumo torna ad avere il suo suono e ogni colore restituisce le mille note fruttate del suo sapore inconfondibile, impossibile da riconoscere in quello smog che gli altri chiamano vita. Io sono vivo, ora mentre il mio fantoccio giace sulla poltrona, steso accanto alle mutande smesse, talmente abituato a farla franca nel mentire da non allungarglisi più nulla. Ciocco di legno.

Ma che sei de legno? dicevamo a scuola se l’astante smarriva il senso del nostro discorso.
Io lascio tutti i nodi e trucioli all’altro me, quello che proprio non capisce, non può capire sepolto come è dalle sue sovrastrutture. Superfetazioni abusive accumulate in anni di indulgenti condoni che io gli ho concesso. Scollato, distaccato perdo finalmente il coperchio di questa cassapanca muffa e la luce mi inonda e l’acqua mi bagna. Esco ansimante dalla mia apnea ingoiando vorace boccate di verità.

Non senti anche tu il profumo salmastro che come coperta pietosa ti accompagna nell’agoniata notte? Come la luce di una lampara ti spinge a tornare a galla senza paura di abboccare di nuovo. Nuota, nuota, zitto e nuota. La la lallala… La voce salmodiante del silenzio ti riporta la musica. Respira. Nel silenzio ti accordi al vibrare del cosmo. Ecco il tuo 440 Hz. Non stridi più all’orchestra confusa. Tutto si rilassa in una sinusoidale ipnotica e foriera di pace, sei il samba pulsante di una sola nota. E ti accorgi che, senza il peso delle gambe sai anche ballare. Canta Tom;

Antonio Carlos Jobin, anche il tuo nome è musica e l’onda sonora si moltiplica e amplifica tra le volute del fumo muschiato del tuo sigaro, sul disegno del lungomare di Rio a Copacabana. Sinusoidale. Il seno ondeggia psicotropo come il culo che lo sostiene. La musica è femmina e odora di notte e di mare. Grazie Dio ad avermi regalato orecchie, occhi e nari. E la tua bocca incorniciata dai tuoi capelli nero velluto come lo spacco del tuo vestito che ti scopre il polpaccio nervoso sostenuto dal tacco indossato a posta per scivolarmi sul parquet barriccato della mia milonga. Librertango senza sapere ancora se più libero di quanto latinamente libro. Liber, libertà ritrovata nella parola scritta o letta qui a pagina 41. E nel rileggermi domani mi sarò dolcemente ritrovato nel cristallo perfetto di un accordo maggiore settima 9. Perfetto nel suo quieto dinamismo, primo motore immobile, come il delta grafico che lo rappresenta. Simbologia divina dall’inarrivabile forma del sesso femminino. Donna=musica=Dio=Musica=Donna e cosí via l’onda sonora si sovrappone alla risacca profumata e cullante come la curva divina dei tuoi fianchi nel mio ritrovato palpito. Donna settanta volte sette, settimapiù.

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Chiedo alla pagina bianca di salvarmi da una notte troppo scura e mentre tingo col nero la sua candida volta la notte si fa più chiara. Amo questa magia, il rimettere le idee in ordine mi acquieta e

oggettivandole nello scritto me le fa vedere in forma, una forma che si estrinseca alla coscienza oniricheggiante, come uscendo da una nebbia mattutina, e tutto è chiaro. Anche se non trova propriamente un senso, trova una forma e mi acquieta. Smetto di recalcitrare al mondo e lo trovo perfino bello. Il profumo del glicine, poi mi alleggerisce il pensiero, la luna piena illumina quanto mi basta per essermi chiaro, per guardarmi senza specchio. Il selenico lato oscuro invece fa da colonna sonora come da 35 anni, come da quella notte in cui scoprii il rock. Apro la copertina di quell’affascinante album nero, e come il prisma raffigurato, ancora e sempre triangolare, il suono si dipana in colori che ancora mi sfuggono. Il sol minore ridonda continuo senza mai posare la mia attenzione nella benché minima assuefazione. Ipnotico se mai, ma sempre chiaro, cristallino appunto. L’oscillare continuo in due del piano di Rick Wright, nella sua elementarità mi esplode in faccia nel crescendo vocale di una cantante venuta da un altro pianeta, o semplicemente dalla luna. Ninnananna urlata e graffiante mi culla nel suo scendere delicata verso un uhhh soffiato e carezzante. Allora eri solo musica. Semplice pura e bellissima. Forma appunto. La forma mi aiuta spesso ad uscire dal buco in cui ogni tanto mi infilo. Gli inganni della logica e della ragione si svelano nel loro trucco elementare proprio nella forma. Il passaggio da un accordo maggiore alla sua versione minore, spostando una singola nota del minimo spostamento possibile sulla mia tastiera. Un semitono fra cinque tasti pigiati, lo scostamento minimo del medio dal tasto bianco al tasto nero li di fianco e tutto cambia. Come in un caleidoscopio, basta un grado di rotazione per aprire nuovi panorami psichedelici in una nuova forma. Un fiore continuo che rinnova se stesso senza soluzione di continuità. Mi viene in mente quel filmato che gira su youtube col tizio che da 5 anni si fotografa ogni giorno davanti allo specchio. Spostamenti minimi, impercettibili dal punto di vista formale e semantico, ma dall’uno all’altro il ragazzo è sempre meno ragazzo e sempre un po più uomo, forma dietro forma, io stesso identico ai miei occhi, mai identico al tempo formalizzato in film. Ogni fotogramma un nuovo cristallo. La forma crea punti di riferimento per vedere l’altrimenti invisibile. Beatrice abbisogna delle terzine dantesche per apparire gentile e onesta e aprire all’Alighieri i cerchi empirei. Io ho avuto bisogno delle terzine elettromodulate di on the Run per scoprire la tua bellezza. Anche se ora i Pink Floyd rimangono fra le cose più semplici, digerite, orecchiabili e, perché no, paracule che ascolto la perfezione geometrica di Dark Side of The Moon continua a commuovermi a distanza di anni. La forma, nei miei pensieri è come un punto all’orizzonte senza il quale sarei perso. Non ha niente di lineare o logico, non è razionale. La forma, qualsiasi forma, ed ogni cosa ha una forma qualsiasi, è bellezza, è estetica, è palpito. L’annullamento della forma ha bisogno di una forma esso stesso per essere riconosciuto. Finché il sole rimane sopra l’orizzonte è una semplice e grossa lampadina che illumina indifferente questo formicaio. Ma quando distingue la sua forma sferica sulla linea perfettamente arcuata del mare, quando il contrasto fra i suoi rossi e il blu marino evidenzia l’arco e il cerchio, disvela anche il suo movimento, dilatando il tempo in una sospensione mobile.

In una serie perfetta di quadri che si imprimono ognuno singolarmente sulla nostra retina, segna sull’arco liquido la forma del tempo, esplodendo al contatto col suolo e cambiando tutto, attraverso lo spostamento minimo che gli è concesso. Semitono di rosso verso semitono di blu, attraverso lo spettro cromatico della propria rifrazione. Come sul prisma spalmato dalla rotazione del disco sul mio Thorenz. Ti ho visto, hai preso la forma del tempo. Altro giorno, altra fotografia, altra forma mai diversa, mai uguale da quella di ieri.

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-Mamma, ma perché chiedi sempre a me di andare in cantina a prendere il vino e non a Marco o a Sabrina? -perché tu mi dici si
La logica mi ha inculato anche questa volta.
Io non sono capace di dire di no, come in quel film con Jim Carrey, solo che lui lo girerà tra 20 anni.
La cosa che più mi ferisce è pensare che gli altri siano feriti dalle mie mancanze quindi il negarmi non è previsto. Solo che non è del tutto vero.
Io ti dico si perché così non mi rompi più il cazzo. Sacrifico alcuni istanti del mio tempo per togliermiti dalle scatole. Nasce così la maschera che mette fette di prosciutto davanti agli occhi degli altri: San Daniele.

Solo che anche questo non è del tutto vero.

Io dico si perché non so dire no.
E tu te ne accorgi, in un attimo, alzando i tuoi occhi neri dal libro che sfogli in biblioteca. E tu hai bisogno di si, solo si. Studi su un enciclopedia di anatomia, hai un’esame mi dici, sul cervello. Mi dai indizi? Bè certo, logico, sei una studentessa di medicina. E tuo padre archeologo, giornalista scientifico. Che gente che si incontra alla biblioteca di via Penazzato. Io, il ragazzo che non sa dire di no, e tu, la ragazza dagli occhi più ipnotici che abbia mai incontrato. Si, ti dico subito. E andiamo via insieme facendo sparire il povero Andrea Vicini che cercava, attraversando i nostri sguardi a distanza, di farti la corte. O meglio, lui ce provava. Ma tu avevi bisogno di storie per farti battere forte il cuore, e allora scegliesti me, capace di farti la corte e dirti si, e farmi battere forte il cuore, tanto forte da far confondere il mio rumore col tuo. Volevi conoscermi subito, tutto, così ti portai nel rifugio segreto: la mia sala prove a via Pisino. Come sapevi che c’era il divano dove mi avresti fatto l’amore per la prima volta, dove io ti avrei fatto l’amore per la prima volta? Io non riuscivo invece a trovare neanche il tuo nome sul citofono: Spencer… rossi, beltrame, garli, minà, … no nessuno Spencer. Come? Ah, si, certo, sei in affitto e sul citofono c’è il nome del padrone di casa.

Quindi di nuovo in sala a fare l’amore. Mi prendevi in maniera così assetata di me che ci ho messo più di qualche volta per capire cosa stavamo facendo. Intanto all’esame prendevi 30 e lode. Cavolo ti faccio proprio bene, mentre io dedico a te ogni mia energia tanto da lasciare ormai i libri in macchina, tu trovi modo di prendere pure la lode. I tuoi occhi mi ipnotizzano, ancora, ma ora mi ricordo almeno di citofonare a Gamberale e non Spencer. E intanto mi fai l’amore e mi vuoi. Conosco anche tua nonna, anche la tua, e anche lei mi vuol subito bene. Che ho fatto io per esser così gradevole alle nonne? Sono salito a casa. Ancora il tomone anatomico sulla scrivania. Ma non l’avevi finito l’esame? Ah, si era solo la prima parte. Quindi nonna è a far la spesa e noi a far l’amore. E i tuoi occhi neri mi guardano e mi ipnotizzano. Mi piaceva toccarti e sentirti vibrare a ogni mio tocco e ogni tuo “si” ripagava cento dei miei, detti per non saperli non dire. Sinceri i tuoi si al mio sincero amarti. Poi mi presentasti i tuoi, bella famiglia. Quindi tuo padre è di terza generazione romano, ecco perché ha perso l’accento del suo Spencer. Piacere, Daniele. Certo che ha perso ogni goccio di applomb anglosassone, mi stringe la mano talmente forte da iniettarmi attraverso le dita rotte il panico più feroce verso le capacità di un italico padre gelossissimo del suo piccolo tesoro. E questo in foto chi è? perché piangi?

Ti prometto di non rievocare mai più per tutta la vita il dolore straziante della perdita di un fratello, ma non lo potevo sapere, non me lo hai mai detto. Certo capisco che anche i tuoi non ne parlino mai ed io mai ne parlerò a loro. Ti fai consolare in un amplesso disperato da lasciarci esausti, senza più lacrime e senza energie per pensare. Accarezzi la mia panzetta e cominci a ridere: “CONCO, tu ti chiami Conco”. Ribattezzato dai tuoi occhi ipnotici e benedetto dalle tue lacrime. Un’altro 30 e lode mentre io provo inutilmente per la terza volta lo scritto di analisi. Ma che culo che c’hai, ti hanno fatto la stessa domanda dell’altra volta. Ma do li beccano sti assistenti… la prossima volta voglio venire a vedere.

Tiri il freno a mano e mi ipnotizzi come sempre, come solo tu sai fare e quando mi riprendo mi accorgo che abbiamo fatto l’amore in mezzo alla strada. Senza nasconderci perché non abbiamo nulla da nascondere, e il nostro amore va urlato al vento. E’ giugno, ti va se il mese prossimo ti porto in vacanza in Puglia? Ci vengo io a parlare col babbo geloso… Intanto tu prepari ancora un esame mentre io penso solo a fare di nuovo l’amore. Stavolta, senza dirti niente, vengo a vedere come si prende una lode, tanto il mio libro è fermo a pagina 47 da mezz’ora. Dunque, farmacologia…, rossi, beltrame, garli, minà, … no nessuno Spencer. Pronto? A sei a casa? Ti hanno spostato l’appello. Va bene ma domani partiamo uguale. Per fortuna che in campeggio non suonerò il piano, poiché tuo padre mi ha appena fratturato 2 falange stringendomi la mano alla stazione del treno. Siamo soli nello scompartimento e ci saltiamo addosso, il viaggio è di notte, il controllore è appena passato e a bordo oggi sembra proprio non ci sia nessuno. Mi sali sopra e mi slacci i pantaloni. Io ti fermo e ti sussurro che non ho i preservativi, tu quasi vantandotene mi dici che non serve, perché mi hai fatto una sorpesa: per queste vacanze hai deciso di prendere la pillola. E facciamo l’amore per una settimana continua. Liberi dagli odiati sacchettini. Poi l’ultima notte mi svegli piangendo… mi dici che vuoi essere accompagnata all’ospedale, che non ti senti bene. Chiamo Roberto, che ha la macchina e alle 3 e mezza siamo al prontosoccorso di Lecce. Che cosa ha signorina? Vorrei la pillola del giorno dopo… Cosa? Sì scusa mi sono dimenticata e sono due giorni che non prendo la Yasmine. Ma perché non me lo hai detto prima? Tornati a Roma tu sparisci per riprendere gli studi. Io seguo i miei in vacanza. Ci vediamo dopo venti giorni e hai ancora gli occhi gonfi di lacrime. Tua zia ti ha accompagnato in clinica, Roberto mi aveva avvertito che gli sembrava strano non vomitassi dopo la pillola di Lecce, e infatti mi confessi di non averla presa, ma con l’angoscia di un ritardo di 15 giorni, eri andata in clinica con tua zia e avevi abortito. Ed io ero a Civitanova a farmi il bagno. Il cuore sta per esplodermi e vorrei picchiarti, e invece sei tu a darmi uno schiaffo talmente forte da rompermi il labbro, e i tuoi occhi si tingono di rosso come il sangue che gocciola dalla mia bocca. Cosa succede? Mi chiudi in faccia la porta e io rimango inchiodato davanti alla targetta “Gamberale”. Non dormo tutta la notte, la mattina ti telefono, mi risponde una voce che non riconosco. Scusi, è casa Spencer? No, ha sbagliato, qui è Gamberale risponde quella che ora ricordo essere tua nonna. Corro in macchina e vengo sotto casa proprio mentre rincasa tuo padre e lo vedo parcheggiare una macchina gialla, con sopra scritto un numero di telefono e una pubblicità Radiotaxi. Strana vettura per un giornalista archeologo. Tu non ci sei e io esplodo di rabbia. Corro a casa e trovo ad aspettarmi Roberto Flammini, con mia madre in lacrime. Lui aveva capito prima di me ed era venuto ad avvisarmi. Grazie vecchio caro amico mio.

Prendo il telefono di scatto. Stavolta risponde tua madre.

⁃ Casa Gamberale? Chiedo con la voce che avevo coniato per V.

⁃ Si, risponde tua madre
Furioso chiedo di te e ti urlo bastaaaaaa, chiudendoti la cornetta in faccia soffocando il tuo urlo di dolore di risposta.
Due minuti dopo richiama tua madre, rispondo singhiozzando.

⁃ Daniele, ma cosa succede?
⁃ Signora lei non sa niente
⁃ Di cosa?
⁃ Signora mi scusi se le farò delle domande che le

sembreranno assurde ma lei DEVE rispondermi.

Come si chiama sua figlia? ⁃ Vanessa

⁃ E il cognome?
⁃ Gamberale, ma perché?

⁃ Le ho detto che le sembreranno assurde ma continui a rispondermi. Cosa studia sua figlia?

⁃…
⁃ Cosa studia?
⁃ Ha lasciato il liceo senza diplomarsi due anni fa ⁃ E che lavoro fa suo marito?
⁃ Il tassista, ma che c’entra?
⁃ Signora, mi scusi… lei ha perso un figlio?
⁃ …….
⁃ A LEI E’ MORTO UN FIGLIO?
⁃ No

Dieci giorni dopo ritiro il referto dell’analisi del mio liquido seminale: Azoospermia da chemioterapia. Grazie Vanessa per aver fatto di me per qualche ora il padre che non sarò mai. Stavolta però non posso dirti si.

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Oggi non trovo ne tema ne forma ne melodia. Scaccio le zanzare in una notte marsalese senza il beneficio notturno del Marsala. Ma l’aria fresca un po mi allieva. Cosa succede? Da quando ho rallentato nuovamente, qualcosa nuovamente succede. Ma cosa? Non so riconoscerlo. E poi nuovamente significa in modo nuovo o di nuovo? Non me lo ricordo. Mi perdo spesso appresso a sillogismi etimo-logici. Anche questa è forma rivelatrice. Oggi peró non rilevo rivelazioni. Rilevo ancora invece gli stessi pensieri che ho già tolto. Logici come quelli di Alice, ancora, ancora una volta. Gioco a svelare il senso delle etichette per aiutarmi a capire come mai d’improvviso sono così grosso e goffo, tanto da spingermi i piedi fuori dalla porta e la testa al di sopra del tetto. Con la testa tra le nuvole. Come quando la maestra mi scopriva a non ascoltare, mentre la mia parte sensiente poteva ripeterle tutta la lezione appena spiegata. Mi sorrideva e non sapeva se lodarmi o rimproverarmi. Ero uno scolaro modello o un gran paraculo? A dirlo non saprei neanche io. So solo che spesso fa comodo lasciare il controllo a me mentre io mi prendo il lusso di distrarmi. Mi stupisco sempre quando, improvvisamente riportato giù da qualche rumore o dal sentir chiamare il mio nome, mi accorgo che mentre io abbandonavo inconsciamente il volante della macchina a me, senza volontà e senza pensarci, sapevo comunque riportarmi a casa incolume, anche se non saprei affatto dirvi ne la strada percorsa ne come ho fatto a ritrovarmi li. Amo avere questo pilota automatico che conosce bene le rotte che io non seguo e gli ostacoli che io non guardo ne evito. Una volta mi sono ripreso da un lungo pensiero ritrovandomi dopo un ora allo stesso punto in cui mi ero distratto, alla guida e in marcia. Un buco temporale di 60 minuti a sessanta all’ora a cui non corrispondeva nessuno spostamento spaziale. Semplicemente non potendo decidere dove portarmi e non volendomi disturbare, mi ero preso la briga di condurmi pazientemente aspettandomi, attraverso un giro completo del raccordo anulare. Un periplo incosciente eseguito alla perfezione dal me cosciente. Un volo in tondo aspettando che la pista fosse libera per riportarmi a terra. Il signore sarà presso di noi questa sera? Penso che una volta mi stufo di far l’autista ad un autistico e mi mando a fanculo. Giuro una volta mi sono visto condurre la escort blu stationwagon lungo la Prenestina mentre io me ne son rimasto tranquillo sul marciapiede salutandomi con un sorriso. Allora però non fu così piacevole accorgersene: chissà dov’era casa mia e quel ragazzo.

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Quando mi salutai mi accorsi finalmente che era ora di smettere. Sette anni di crisi per accorgermi che anche il primo, di anno, poteva bastare. Con quel saluto allo specchio, mentre mi allontanavo da me, mi ripassa davanti ogni singola lacrima e non ricordo sorrisi. Eppure anche quello si faceva chiamare amore ed io, convinto, così lo appellavo. Un amore che mi aveva fatto crescere, dal 1991. Palindromo come io disperato nel guardarmi salutare nello specchietto retrovisore. Lei studiava legge, voleva diventare magistrato. Una sofferenza atavica ed ingiustificata se la mangiava di rabbia fino a condurla alla bulimia colpevole che la faceva correre in bagno, dita in gola, dopo ognuno dei suoi 12 pasti quotidiani conditi di litri di aceto, quasi a volersi sciogliere nell’acido. Una rabbia che vedevo perfettamente conformarsi a quella del nano di De Andrè, magistrato anche lui. Lei studiava legge ed io ero passato a lettere dopo aver scoperto che la statistica e i numeri non mi davano alcun appoggio ne certezza nel superare le mie inquietudini.

Sono ancora oggi convinto che qualsiasi elaborazione matematica sia utile appena a decifrare, a codificare la nostra percezione del mondo, ma che il mondo, francamente, se ne infischi. Non mi basta sapere che sono 10.000.000 alla enne anni che il sole sorge ogni mattina per convincermi che domani certamente non mancherà all’appello. D’altronde anche Einstein pensava che dio non giocasse a dadi. Questa certezza nel non certo invece di crearmi ansie e destabilizzazioni, mi crea ostinatamente fiducia. Una fiducia malriposta per sette lunghissimi anni, passati a cantare in lacrime sotto la doccia insieme a Luigi. Vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà. E infatti cambiava, ogni giorno in peggio. Due universi paralleli e inconciliabili in cui mi ostinavo a far collidere asteroidi attraverso il chaos che avevo dentro. Ma le stelle ero solo io a vederle, e ancora una volta quell’altro stronzo di me mi aveva messo a tacere, coperto sotto una montagna di merdoso dolore.

Qualche giorno prima del vedermi doppio avevo ripreso il sopravvento, improvvisamente, squarciandomi letteralmente nel gesto folle di quell’autosaluto. Ne uscì la più grande sfuriata della nostra ettennale convivenza.

Tu allora mi eri stata nascosta dallo stronzo razionale che mi aveva convinto a cercarti tra le pieghe di lei. Ed io cercando sempre più a fondo mi ero perso nel buio e nell’oblio. Di nuovo nella rimozione quotidiana e costante per poterle credere, per poter credere in noi, per poter credere in me…. alla fine credevo a tutto: non so dirti dove o quando ma un bel giorno cambierà. Ecco il bel giorno; luminoso come il lampo di dolore del bisturi nella schiena e altrettanto rivelatore di vita. Guardami, gli urlo in faccia, cosa ci faccio qui? perché io e te stiamo insieme? Un lampo di genio di linguistica cattiveria mi arma contro di lei. Per cosa stai distruggendo la nostra vita, annullandomi e annullandoti appresso a traguardi che nessuno se non te ti ha mai imposto. Rivivi ogni giorno lo stesso ieri. Non so se mai ci riuscirò, ma cosa mi piacerebbe essere? Lo sai: regista, musicista, scrittore, artista, imprenditore, cazzaro… tutti participi presenti. Io ho bisogno del presente, di vivermi ogni giorno, di sentirmi vivo. Tu invece? Avvocato, magistrato, tutti participi passati. Tu vivi nel e del passato, tu non sai vivere e così porti via la mia di vita. Mi dispiace non farò più il tuo cavalier servente, andando all’università a piedi perché tu possa rientrare di notte con la mia macchina, da quella biblioteca di statistica che avevi scoperto rimanere aperta fino alle undici. Non batterò più al computer le tesi che tu rimediavi per permetterti i tuoi studi. Non ti accompagnerò più a Cassino tutti i sabati e le domeniche perché ti senti in colpa verso tua madre rimasta sola dalla morte di tuo padre, mentre a lei di te non è mai importato niente, non rinuncerò più a suonare perché quello era sempre e solo l’unico momento in cui noi potevamo stare un po insieme, e non negherò più la dolorosa evidenza della tua anoressia. Tu mi fissi con lo sguardo impassibile che proietta fuori tutta la rabbia che covavi nei confronti del mondo (non nei miei, lo so, non devo farne un caso personale).

-Tu hai un altra!
Sentenzi.
E’ tutto quello che riesci a pensare dall’alto del tuo scranno da cui puoi ammirare ed indicare ogni colpa del mondo. Per non sentirmi in colpa non ti ho mai negato niente, ma a me ho negato me stesso.
Rileggendo queste righe mi spaventa la rabbia che ne esce. Probabilmente non eri così male, in fin dei conti ero sinceramente innamorato. Ma vedi, cara, la rabbia e la pretesa di esser nella ragione spesso accecano gli uomini. Come l’amore.

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La cantilena risuona ipnotica nella mia testa salendo gradualmente di intensità e volume. Più forte, ancora più forte. Il respiro si altera e il mondo prende contorni come in quelle foto con i bordi sfocati dove tutto sembra di plastica piccolissimo e inutile. Corro al vento come Raimondo Vianello nella sigla ripresa da Mastandrea nel video dei Tiromancino. Ma la mia colonna sonora è di gran lunga migliore e non corro a piedi ma a bordo della mia bicicletta. Corro, respiro, respiro, respiro fino a che il fiato si spezza nell’impossibilita di non seguire il canto. Nahhhh nahhh…. Nahh nahhhhh…. Nananahhhh prorompo urlando come un cane calpestato il mio personalissimo CAI seguendo Thom Yorke che continua sempre più forte ad urlarmi dentro. Il respiro non basta, la voce neanche e partono inevitabili i brividi e le lacrime. Sono pazzo. È evidente. Lo confermano gli sguardi tra disgusto ed allontanamento dei passanti che mi sfrecciano ai lati in una scia continua di disgusto e distanza spalmata e deformata come l’ultima pennellata furiosa di un Francis Bacon in preda a una crisi di panico. Tutta questa sinestesia gigantografata sulle pareti del mio personale cinema interiore invece di rilassarsi continua in un crescendo parossistico e alla voce salmodiante e disperata di Tom aggiunge ancora, suggerito dalle mie aritmie, il ritmo sincopato del tango libero con quel maledetto levare che mi tira avanti un ottavo in più ad ogni battuta. La gente sparisce spalmata in un arcobaleno continuo ed io non canto più urlo e ogni giro di pedali è una battuta che si inserisce nel pentagramma creato dalle cinque file finestrate e parallele dei cinque piani costanti dei palazzi Berlinesi. Le teste a distanze prospettiche variabili disegnano su quello sfondo i punti neri delle note ed io scrivo, scrivo per te mentre il mio corpo pedala, suda ed urla. Corro sempre di più, cercando la velocità perfetta per cristallizzare questa perfetta musica. Pedalo mentre apro già il computer e accendo la tastiera per fissarlo in registrazione. Il BAAA dello startup del mio Mac improvvisamente mi riprecipita nella realtà. Non è un Mac che si accende ma il clacson dell’M29 a cui ho appena tagliato la strada. Fisso il gigante giallo mentre sto morendo. Respirando come un folle, gridando come un folle, piangendo come un folle. Muoio alla velocità perfetta con la perfetta colonna sonora: exit music for a film. Dissolvenza al nero. Non muoio e lo SCHEISSE dell’autista capace di far derapare un autobus di due piani senza che i viaggiatori quasi se ne accorgano, presi come sono ad osservarmi con distanza e disgusto, riporta il manubrio nelle mani di quello stronzo di Daniele, bagnato fradicio di lacrime e sudore come me; e si chiede stupito che ci fa madido in mezzo alla strada, perché lui non conosce la potenza della musica.

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Speranza 9. Cerco tra le schermate del mio Iphone una risposta o una domanda e il mio sguardo si sofferma su una nota gialla. Speranza 9. Apro l’appunto ma è vuoto. Speranza 9. Solo il titolo. Neanche un lontano ricordo mi viene riportato nel leggerlo. Perché l’ho scritto? Anche la precedente nota è vuota e ha solo il titolo, ma gnafò che in italiano suonerebbe proprio non ce la faccio, fa ben capire lo sfogo di un attimo di debolezza. Ma speranza 9?
Improvvisamente mi ricordo di quella volta che ho cercato il senso della vita su google. Anche allora probabilmente gnafacevo.
E ho trovato la risposta. La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto coincide esattamente con la mia età: 42. A calcolarlo è stato il più potente computer-tostapane mai costruito dall’umanità in un altro romanzo che invito a leggere a chiunque ancora non l’abbia fatto. Mi fa sorridere l’idea di pensare che qualcuno sta leggendo me invece di Douglas Adams. “Quarantadue!” urlò Loonquawl. “Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?” “Ho controllato molto approfonditamente,” disse il computer, “e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda.”

Eppure a me quel quarantadue, quando ho trovato la risposta di anni ne avevo 41, piacque tantissimo. Stavo cambiando la mia vita e un 42 come risposta definitiva mi sembrava cadere dal cielo, proprio nel momento in cui ne avevo bisogno. 42, Banco e sto.

Proprio un numero, quell’elemento meramente simbolico che fino ad oggi non mi aveva dato nessuna garanzia, mi rincuorava tanto da salvarmi l’ennesima giornata di merda. Ed eccomi qua benedetto dal 42simo compleanno. Un giorno un indovino disse qualcosa anche a me come a Terzani. Eccomi narici dilatate a respirare tutto quello che quest’anno potrà darmi. O da quest’anno in poi.

Tutt’al più si muore.
L’altra garanzia che mi ha permesso di vincere ogni paura e sofferenza.
Fra tante certezze la speranza 9 cosa ci fa? E da dove deriva la sua numerazione. E’ un sequel o è il titolo. Si può tranquillamente vivere avendo visto Quarto potere saltando a piè pari i tre precedenti, come risposi sereno a quel cliente di Videobuco che me lo chiedeva con la lista dei film per l’esame di Storia del Cinema.

Mi afferro alla speranza 9, io che non spero e non dispero per cercare una risposta.

Fino ad ora almeno mi ha fatto tirare avanti per un altro paio di pagine.

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La cabala ormai si sta impossessando di me.
Che bucio di culo.
Sono un ragazzo fortunato.

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No non vi tedierò con il 42 allo specchio. Stanotte è un’altra storia. Ferragosto, un caldo umido e appiccicaticcio come l’80% dei ferragosti romani. Isabella mi chiama. Cara cugina mi chiami in pieno ferragosto per farmi invidia, tu al mare e io qui in questa città che mai come a ferragosto, nel suo deserto, riesce ad essere bellissima come una bella donna che apre la porta in sottoveste ed io me la gusto con gli occhi e con lo spirito. Si la tua voce sorride ma mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va. Francesco è solo a casa. Lo so, avevo detto a tuo fratello di venire a fare il turista con me, ma mi aveva risposto che era troppo impegnato a preparare il nuovo spettacolo. I sei personaggi con Carlo Cecchi. Ed ora tu mi dici che non sta bene. Cosa ha fatto, devo accompagnarlo al pronto soccorso, corro da lui… No fisicamente sta bene ma la notte scorsa ha svegliato tutti i vicini gridando e piangendo come solo chi soffre sa fare. E Francesco soffre, da troppo tempo, lo so. A poco più di vent’anni si trova solo ad affrontare un mondo che non gli appartiene. Questo mondo. Da cui ha divorziato per sempre il giorno della morte della madre. L’aveva già vista la sofferenza, l’aveva già scritta e descritta nella stesura del suo “Puro”. E adesso si trova al centro stesso della sua narrazione. Puro contro un mondo che non vuole. La purezza si sa non accetta compromessi. Pura lana vergine, alcool purissimo, puro come un diamante A, essenza di qualsiasi cosa pura è l’ineluttabilità ad essere se stessa al 100%, senza compromessi. E Francesco non può accettare compromessi e ulula alla luna tutta la sua sofferenza. Chiudo il telefono e corro da lui. E’ a casa, mi apre la porta nudo, vestito solo del rosso dei suoi occhi distrutti. Mi apre, mi sorride, con quel suo sorriso disarmante e distaccato, ascetico, che non sai mai riconoscere se ti sta accogliendo benevolo o commiserevole, un sorriso simile al tuo. Ma una crepa profonda si dilania all’altezza della bocca nel momento del nostro abbraccio e Francesco cambia la sua maschera indossando la tragedia. Il suo volto si deforma sotto la spinta dell’anima e si concede fra le mie braccia ad un pianto finalmente liberatorio. Mezz’ora dopo l’ho fatto rivestire, è già mattina dove andiamo? Il 16 agosto Roma è molto più deserta del 15. Penso che abbia bisogno di natura, di bello. Andiamo sali in macchina e andiamo a fare una passeggiata. Parcheggio a villa Ada e lui mi segue come uno zombie senza ancora essere riuscito a pronunciare una parola. Finalmente siamo sotto un’albero all’altezza del laghetto. Lui si guarda intorno mi inquadra con il verde della villa sullo sfondo e mi sorride ancora francescamente come il santo che porta il suo nome.

Perché pensi che dobbiamo camminare sotto gli alberi? Faranno 42 gradi, non ha alcun senso. Mi dice.
Io sbotto in una risata isterica, felice di aver ristabilito un contatto verbale. Riandiamo in macchina, almeno lì c’è l’aria condizionata ed andiamo a fare colazione. In macchina il contatto verbale diviene finalmente dialogo fra me, me, Francesco, Francesco, Francesco, Francesco, Francesco e Francesco.

Tutti e sei i personaggi partecipano ai nostri deliri, e rincorrono discorsi, dialoghi e soliloqui nell’ansia struggente di riafferrare un benché minimo filo che ci dipani. Isabella mi aveva avvisato che probabilmente Fra durante il periodo allo stabile di Genova, con i suoi amici artisti, avesse fatto uso di sostanze stupefacenti, fino ad arrivare a pratiche pseudosciamaniche passanti attraverso l’uso del mitico Pejote. Può darsi, ma quello che fa uscire Francesco dal suo corpo è semplicemente la sua anima, troppo grande per poter essere contenuta in quel giovane e fragile uomo.

Dimmi Francesco, dimmi. Tu mi dici, io ti capisco ti rispondo. Tu mi guardi e il sorriso è chiaramente coglionante. Ma che cazzo vuoi capire Daniele, se neanch’io con tutto il mio dolore e le mie notti insonni non sono riuscito a capirci un cazzo. E’ umano soffrire così? No, un uomo solo non può farcela ed ecco che tu ripartisci il carico sui tuoi personaggi. Edipo è il più forte come sempre, il figlio, che guarda, sa tutti e non sa dire, ma mantiene la bambina lontano dalla fontana e la pistola nascosta.

L’autore vorresti conoscere, L’AUTORE di questo dramma impazzito a cui partecipi. Oggi ancora non so che la risposta è semplicemente 42 ma non credo che a te sarebbe servito comunque.

Cerchi ostinato la risposta. Lo sai, lo vedi, tutto questo non ha senso, è solo la ragione del caos e pur tuttavia non ti rassegni. Vuoi conoscere la farfalla giapponese e la faglia di Sant’Andrea e il legame che unisce ogni vibrazione delle sue ali allo squasso interiore di quella terra lontana. Io sono io che recito me o sono un attore che declama un personaggio costruito sulla mia vita. Non c’è senso e non c’è colpa. Non puoi perdonarti, semplicemente perché non c’è niente da perdonare. Il mondo non è fatto di volontà ma di occasioni fra un desiderio ed un altro. Libera l’amore o liberatene recitava Zucchero su una insulsa musica di Moricone, non trovando il modo di costruirci una canzone. Libera l’amore e liberatene. Non puoi trattenere nel senso di colpa l’amore che provavi e che non puoi più scaricare sull’oggetto del tuo amare.

Smetti di recitare all’italiana, non fingerti, non interpretarti, non sembrare. Recita all’inglese, alla francese, alla tedesca. Play, joue, spielt, gioca.

E’ tutto solo un grande gioco di cui non puoi conoscere le regole perché l’unica regola è che non ci sono regole. La prima regola del fight club è non parlate mai del fight club. Non parlarne, non ragionarne, non c’è nessun fight club in cui concentrare tutti i cazzotti con cui vorresti distruggere questo mondo, o almeno lo specchio che te lo rapporta. Perché tu il mondo, quello vero, lo conosci e lo ami. Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature. E tu le ami le sue creature. Passi d’amore in amore, di ragazza in ragazza che sappia esserti da madre e da figlia e non ti basta mai; e ti innamori come solo tu sai fare, facendo innamorare loro del tuo innamoramento. Allora a volte ti accorgi che lei ti ha tradito, che non ama te ma il tuo amarla e la indichi con disgusto come sul palco “Quella là”. Quella là non ti ha fatto niente e niente le hai fatto. Liberalo st’amore cugino mio. Liberati.

E libero saresti il più grande attore del mondo perché tutti verranno incantati dalla tua magia e nessuno saprà più che stai fingendo, se stai fingendo, perché non lo saprai neanche tu; e finalmente non ti importerà più di conoscere la risposta. Perché quel che sai è che è tutto un gioco e ti diverti. E verrà giù il teatro. Solo una cosa ti voglio ancora chiedere. E’ buono il pejote?

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La festa del raccolto da T. profuma sempre di effluvi orientali. La prima fumata dei nuovi germogli è sempre

una festa, a cui io spesso partecipo anche se non ho mai fumato. Abbiamo appena spento gli strumenti e dopo cena si consuma il rito turibulare e la canna passa. Al terzo passaggio decido, dopo quella unica boccata a Amsterdam, che posso provare. La musica già non suona più, tutto quello che sento sono cazzate dette per non pensare. Come il fumo, penso. E allora mi piacerebbe non pensare per un po. Le mie liberazioni da me passano sempre per stati di agitazione e insofferenza e oggi voglio permettermi un passaggio indolore. Così tiro la prima boccata tra lo stupore generale. Per quarant’anni ho sempre sostenuto che qualsiasi cosa una sostanza chimica possa fare al mio corpo, è sempre la risposta del mio corpo a portarne l’effetto, e che quindi avrei saputo sempre provarlo, causarmelo indipendentemente dall’assunzione di cause terze. Ed oggi tutti mi guardano stupiti ad aspettare la mia reazione. Niente. Allora il cilindretto di carta fumante riprende il suo giro rigorosamente in senso antiorario. I discorsi cominciano a rilassarsi e a concentrarsi su quanto quest’anno l’erba sia di alto livello. Al quarto giro, a parte un leggero sonno, dovuto ritengo anche alle due ore di prove e alla precedente degustazione di Ouzo che gli amici di T. avevano appena riportato dalla Grecia proprio per la festa del raccolto, ancora niente. Mi convinco sempre più che la mia incapacità ad ubriacarmi mai del tutto sia dovuta più all’incrollabile solidità della mia anima, piuttosto che alla mia scarsa funzionalità epatica. Il fumo devo mica digerirlo. Niente, finisce la sera e niente. Un po deluso me ne torno a casa, mi spoglio con calma, mi sdraio e mi addormento serenamente. Mi sveglio di soprassalto, ho dormito troppo, e ho quell’appuntamento alle 8. Deve essere sicuramente tardi, maledettamente tardi. Ma quanto cazzo ho dormito. L’orologio si è fermato. Che ore sono, il cellulare è scarico. Però devo essere crollato visto che la sveglia si è fermata proprio 5 minuti dopo il mio mettermi a letto. Ma la sveglia è digitale. Non può essere ferma, oddio ho dormito dodici ore, è l’una e ventitré. Dodici ore esatte. Ma fuori è buio. Ventiquattrore di sonno continuo. Non può essere. Va bene che ho provato l’erba per smorzare la coscienza ma per incontrare me, non per perder tempo a dormire in stato di completa incoscienza. A che serve. Io voglio vivere e sentire. Ho perso anche l’aereo per Berlino. Jo sarà preoccupatissima. Il telefono devo subito rimettere in carica il telefono. Dove cazzo ho messo l’alimentatore. Jo, scusa, chissà da quanto mi stai cercando, un giorno intero fuori dal mondo. Eccolo, la presa, il cellulare, dov’è il cellulare. Ce l’avevo in mano ora. Jo arrivo. Anche i miei ormai saranno stati informati della mia assenza, avranno chiamato la polizia. Telefono, caricare il telefono. Mi sto facendo prendere dal panico, pensando al panico degli altri. Mantenere la concentrazione. Cuore rallenta mi stai facendo schizzare fuori le tempie. Respiro calmati, mi fanno male i polmoni. Dove cazzo è l’iphone. L’ho preso in mano a letto, quando mi sono svegliato. Sul letto, sotto il letto, sicuramente al letto. Non mi son mosso. Via questa coperta. Jo son vivo, scusa. Eccomi. Sotto il cuscino. Dentro la federa. Sotto il materasso. Dove, dove? In mano, coglione ce l’hai in mano insieme al caricabatterie. Collega. Collega. Il cuore aumenta di frequenza ed intensità e il respiro è un rantolo di panico. Sudo, fa un freddo boia e sudo. Ventiquattrore di sonno, bella esperienza per la prima canna. Perché non si accende. Perché sto cazzo di telefono non si accende? Cambia spina, vai. Cambia spina. Il frigorifero è acceso. Quindi la spina del frigo funziona. Stacco il frigo. Attacco il telefono. Dai, dai, Jo non piangere. Mamma son vivo. Ho solo dormito. Troppo ma ho dormito. Una cazzo di lucetta, vuoi emetterla stupido telefonino. Proprio ora dovevi fotterti l’alimentatore. USB. Il computer, collegalo al computer. Daniele concentrati e calmati. La testa mi esplode di dolore con una martellata ogni centoquarantatreesimo di minuto. Colpo al cuore, colpo in testa, bumbumbumbumbumbumbumbum. Se non mi prende un infarto adesso non mi prende più, ma non ci giocherei su visto il sibilo fortissimo alle orecchie. Il sudore mi fa scivolare le dita dalle apparecchiature elettroniche e sto cazzo di cavetto non vuole entrare nella fessura. Idiota, lo stai infilando al contrario. Ok accendi il computer e appena parte il telefono componi il 34722929292 e per pirma cosa tranquillizza Jo mentre cerchi un modo per farti perdonare. Poi devi anche cercarti un altro volo per domattina. Ecco il blue dello schermo. Tra un po il blip del telefono in carica mi tranquillizzerà. Ma non sono tranquillo. Potresti essere già di ritorno verso casa. Disperata.

Nessuno ad accompagnarti. Un viaggio troppo lungo. E in quelle condizioni non puoi viaggiare. Fermati, aspetta che ti chiami. Non morire per me, non morire. Fermati e aspettami. Corri computer corri. Blip. Ecco ok il computer si accende. Spero solo che non ha chiamato la polizia, sai quanto è pallosa la burocrazia. Per un falso allarme poi sarebbero in grado di darti l’ergastolo. Mani gelate e sudate, piedi gelati e sudati, fronte imperlata, tempie formicolanti, ronzio alle orecchie, cuore impercettibile tanto batte veloce. Vedi che forse ha fatto bene, se viene la polizia mi salva. Mi gira la testa, sto per svenire. Ma devo calmarmi, ancora pochi attimi e tutto sarà finito. La mela sullo sfondo nero mi osserva ipnotica da mezzora e io non ce la faccio più. Mi sto pisciando sotto. Corro in bagno col computer in mano e il telefono intorno al collo appeso al suo cavetto. Ma come lo prendo il pisello? Appoggio il mac sul lavandino mentre il telefono gli scivola dietro, sotto, e sparisce dalla mia vista. Vaffanculo. Pisciare, pisciare, pisciare… ahhhh. Ok il telefono. Finalmente è acceso. Una e trentasette, quattordici minuti di panico puro dopo ventiquattrore di dormita. No, dopo cinque minuti di dormita, lo schermo lo dice chiaramente è ancora il 23 ottobre, non è domani. Mi sono addormentato solo per cinque minuti dopo la mia prima canna e prima della mia paranoia.

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Andrea mi chiede che c’è. Niente, gli dico, solo quel cazzo di fumo. Ho fatto bene a non fumarlo prima. Andrea mi guarda un po preoccupato e cerca di spiegarmi che la cannabis con i suoi meccanismi di inibizione di ritorno della serotonina, essenzialmente rimuove le attività autocensoree che la nostra mente si costruisce, per il tranquillo vivere sociale e civile. Quindi, quando tutto va bene, ti libera dalle convenzioni e allarga le tue frontiere cognitive. Ma se invece stai rimuovendo disagi, se eviti di incontrare il tuo lato oscuro, il lato oscuro della forza ti travolgerà. E non c’è Skywalker che tenga. Daniè, tu c’hai qualcosa che non torna. Non torna no, ma non posso dirglielo. Non posso confessare l’inconfessabile. Vorrei che fosse come l’altra volta. Vorrei raccontarti, amico mio, che sono innamorato. Che lei mi ha portato una crisalide più su, che ho una pelle nuova e lucente, e che mi piace moltissimo e mi sento bene. Vorrei parlarti dei suoi capelli, che stavolta sarebbero sicuramente stati neri, dai riflessi blu e morbidissimi. Che la musica con lei è un’altra musica. Che lei assomiglia meravigliosamente a lei, sì come l’ultima, ma un po di più. Una crisalide più su. Mi piacerebbe raccontarti amico dei miei palpiti. Dell’impossibilità di amarla corrisposto o di amarla e basta, perché così l’amore è eterno, di fase in fase, di crisalide in crisalide. Mi piacerebbe dirti di quanto la trovi insopportabilmente bella, e di quanti sonni mi tolga, restituiti in fiumi di parole, palpiti e emozioni. Mi piacerebbe dirti che mi piacerebbe fartela conoscere, o che la conosci già e non sospetteresti mai chi è. Mi piacerebbe raccontarti dell’ansia per quel suo ritardo, o dell’assoluta platonicità ascetica dei nostri incontri. Mi piacerebbe raccontarti di quando si addormenta sul mio braccio e mi fa sentire al sicuro, perché le do sicurezza. Mi piacerebbe raccontare ai tuoi sorrisi sornioni che, ti giuro, è solo una splendida amicizia. Che con lei ho ritrovato il gusto di ascoltare la musica dodecafonica, nel suo involontario riavvicinarmi a Shoenberg. Del trattato di armonia e della nostra armonia, perfetta e contrappuntistica. Delle mie pene d’amor perdute. Mi piacerebbe chiederti se mi presti casa, perché non so dove portarla, si ancora alla mia età non so dove portarla. Mi piacerebbe. Ma oggi non so cosa risponderti. Oggi il problema è che non ho niente, proprio niente da raccontarti. Niente che possa raccontarti.

Accosta amico mio e andiamo a bere. Domani vado a Berlino. E non so. So solo che vado. Domani me ne vado.

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Giselda profuma di carta da zucchero e coppertone, a quindici anni le ragazze in estate profumano così. Non so se proprio tutte ma la mia ragazza profuma così. La mia ragazza. La mia. Ci siamo messi insieme. Ce lo siamo detti, quindi stiamo insieme. Roma nun fa la stupida stasera, cantavo ieri. E’ il ponentino più malandrino che aveva ha fatto il resto. Siamo mano nella mano sul dondolo di Paola e tutto quello che percepisco è un intensissimo profumo di carta da zucchero e coppertone. Decido che quello debba essere per forza il profumo dell’amore. La guardo mentre lei parla e neanche la sento, tutto il suo essere passa attraverso i miei occhi ed il mio naso. Un bacio, appena un bacio sulla guancia, tutto quello che lo stronzo mi ha concesso, ma, non so perché, a me bastava comunque. Occhi pieni di lei, sotto le stelle al mare. Quest’anno mi sa che avrò poca voglia di correre a nascondermi per l’appuntamento con guardie e ladri. Mi batte già così, il cuore. E non devo nascondermi perché lei vuole vedermi, e devo essere evidente il più possibile perché lei possa vedermi il più possibile. Ha un sorriso contagioso ed io trovo che somigli incredibilmente alla Romy Schneider che nel televisore che ho lasciato acceso a cena interpretava Sissi. Questa notte non dormo, ma non me ne preoccupo, non scrivo, non suono. Questa notte non dormo euforico e sazio. Ho una ragazza. Massimiliano arriva la mattina verso le dieci e non vedo l’ora di parlargli di te. Max, mi sono messo insieme a Chicca, in spiaggia te la presento. Approvi, amico mio, mi sorridi e le sorridi. Lei cortese risponde al tuo sorriso. Il mio migliore amico e la mia ragazza insieme a me per quest’estate epica. Il mio migliore amico e la mia ragazza. Io sono stato messo da parte in meno di due giorni, e lo scirocco appiccicoso puzza di pesce marcio, cambiando repentino la direzione del vento. Il surf si è impantanato nella bonaccia, come me, inconcludente. La sabbia non mi scotta i piedi ma qualcosa brucia e come. Massimilano finisce il suo croccante all’amarena e mi chiede se è sporco. In faccia no, gli rispondo serio come non mai e facciamo a pugni sulla spiaggia tirando fuori il primo vaffanculo della mia vita. Un bacio sulla guancia e una parolaccia, quanti progressi tutti insieme per questo cammino verso il me uomo che gli altri chiamano adolescenza. Che età del cazzo.

Due mesi dopo siamo di nuovo insieme, io e Max perché non c’è donna che tenga per una amicizia vera come la nostra. Mi viene a prendere di nascosto col gilera, mia madre a me non lo aveva comprato il motorino, aveva paura, così prendevo il 558 per una fermata dove mi aspettava Max con la moto. E andavamo. Andavamo da Chicca, due mesi dopo erano ancora insieme Giselda e Max, perché tanto non c’è donna che tenga per un amico vero. Chicca però aveva un sacco di amiche gnocche, davvero. Peccato che io non cerco le gnocche, non che le disdegnassi, ma non c’è gnocca che tenga a distrarmi dagli innamoramenti che mi invento. Prima di partire Massi mi da una lettera da leggere. E’ di Chicca. Per lui. Una lettera d’amore su carta da lettere profumata al nontiscordardime. Non posso scordarmi di te. Non ho rimosso nemmeno una virgola al mio sguardo perso e al tuo profumo di glucosio ed abbronzante. Bella, dico. Ma perché me la fai leggere? perché io non so scrivere bene come te, e non voglio fare una figuraccia.

Ecco il mio naso e il mio fioretto al servizio del mio migliore amico. Un bacio cos’è un bacio. Solo quello c’era stato. Non avevo nessun titolo. Tu invece uscivi con lei da sessantadue giorni. La lettera era per il vostro complimese. Scrissi, dettai, rileggemmo, mi

ringraziasti, a lei piacque tantissimo. Siete stati insieme per tre anni. Risposi su carta profumata al nontiscordardime ma giuro che non ricordo una parola di quello che ti dettai mio caro amico Cristiano de Neuvillette, cadetto di Guascogna. Ricordo solo che piansi, dopo, solo. Ricordo che piansi spremendo un brufolo rosso e gigante che deformava il mio naso adolescente, rosso e gigante come mi sentivo il cuore. Vaffanculo stronzo. Ricordo che quella sera su rai2 la puntata di Saranno famosi si intitolava “Danny de Bergerac”, ed io che credevo di essere Bruno Martelli.

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Un’altra pagina bianca per una notte scura, e l’afa toglie i sogni e le idee. Pulsi nella mente come un’emicrania in arrivo e non trovi via di fuga. Ogni 69 secondi un tonfo alla mia cassa toracica mi ricorda come una sveglia al contrario di quanto sia stanco e di quanto avrei, finalmente, bisogno di dormire. Invece pulsi come un’emicrania in arrivo e nessuna fuga ti acquieta, ne Bach, ne il foglio, ne la rima.
Rimango a osservarti mentre pulsi e ogni 69 secondi tossisco al colpo in petto. Che giorno è, che anno è, non è ancora il tempo di vivere con te. Chissà se mai lo sarà, chissà che sarà di noi. Questa notte è Lucio a farmi chiarore nell’assenza di luce. E tu? Dove sei? Da quanto manchi non lo so. So solo che tossisco ancora pel colpo diaframmatico e tu lampeggi nel buio silenzioso come una lama scintillante alla luna in un film horror di bassa leva. Lo so, non esiste, è solo un becero trucco narrativo atto a scuotere menti facilmente vulnerabili, ma il cuore mi batte tremendamente e sudo; evidentemente sono facilmente vulnerabile. Ecco perché vorrei scriverne di cose ma non posso. Non voglio mostrarmi indifeso a me stesso e ai tuoi bagliori sinistri.

Mi danzi davanti come odalisca Bunueliana, mentre mi tagli gli occhi alla luce della pagina bianca. Dove sei, ti cerco fra le righe. Riempio il foglio di lettere a caso, scrittura automatica che si metta in contatto con te. E il nero su bianco non disegna l tuo volto, solo un inutile alternarsi di nero su bianco. nero bianco nero bianco nero bianco nero bianco nero bianco nero bianco nero bianco nero bianco nero tu lampeggi ed ecco un’altro colpo al cuore. Ancora 69 secondi. Io non dormo e penso a te, per paura di innamorarsi troppo. Come un emicrania in arrivo, come un leggero dolore.

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Sei tornata? Sono sotto casa tua e fisso da un ora il tuo portone. Non suonerò mai il campanello. Lo so, lo sapevo, ma sono comunque qui per quello. Fisso il portone senza neanche sapere se sei li dietro. Tanto è uguale perché non suonerò. Ventisette chilometri per giungere qui e rimanere a fissare dell’alluminio anodizzato color piombo cenere. Non un passo, non uno in più. Quasi ormai albeggia. Le prime vetture cominciano a scorrermi alle spalle rompendo l’incanto di una notte inutile a fissare una porta inutile che non racchiude nulla. Sicuramente tu non sei tornata. L’ennesimo slancio per un gesto inutile. Inutile fissato. Riprendo a respirare e vado via.

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Respiro profondamente, mi stiracchio, apro gli occhi, guardo il lampadario elicoide anni 70 perpendicolare al mio capo. Un altro respiro e hop, in piedi. Abbasso gli occhi per cercare le ciabatte e vedo il mio corpo ancora disteso, dormiente. Lo sdoppiamento dura un lampo, un infinitesimo nulla e sono di nuovo nel mio guscio ronfante. Strano sogno. Stavo sognando. Ok, apro gli occhi, il lampadario, lo sbadiglio e hop. Cosa ci faccio ancora al letto? E quanto pesa questa coperta estiva, di leggerissimo lino? Hop, mi giro e son li, hop, mi gio e sono ancora disteso a pancia in su. Che sogno angosciante. Ma se dico : che sogno angosciante, se mi rendo conto che è solo un sogno, allora vuol dire che sono cosciente. La mia mente muove automatismi quotidiani atti a far muovere il mio corpo ma il corpo non si muove. Non è una paralisi. Mi posso muovere. Alzo la mano la guardo, apro e chiudo il pugno, sgranchisco le dita dei piedi, muovendo la coperta, piego le ginocchia, faccio un mezzo giro sul bacino, alzo il busto e poggio le piante sul pavimento fresco. Con un sospiro di sollievo allungo le gambe ed assumo la goffa postura bipede. Infilo finalmente le pantofole, mi giro e urlo senza suono perché il mio corpo disteso, immobile non apre la bocca. Mi chino su me e con le mani cerco di aprirla a forza ma non ci riesco. Allora mi tappo il naso per obbligarmi ad aprire le labbra a cercar fiato, come faccio con mio fratello quando russa troppo. Tossisco alla sensazione di soffocamento e finalmente mi ricongiungo sudato fradicio e col cuore impazzito di paura.

Stranito e pallido entro in cucina ancora sotto shock. Mia madre se ne accorge e allora le racconto la strana sensazione che ancora mi scuote.

La Pantafaga. Ti ha fatto visita la Pantafaga, la donna fantasma, come raccontano le vecchie di Civitanova. Il sapere che qualcun altro ha nomenclato il misterioso evento mi tranquillizza un po e per un po me ne dimentico. Circa 7 mesi dopo si ripresenta il fenomeno tal quale ma ricordo che sono sotto anestesia per la biopsia che ho appena fatto ai linfonodi. Ricordo, analizzo e sorrido. Capisco che ho un’occasione unica. Come l’altra volta mi alzo, mi volto, mi vedo addormentato nel letto e mi sento libero di superare ogni mia barriera fisica. Così comincio a camminare leggero, privo di ogni gravità. Capisco che posso staccare il piede dal suolo, anche il secondo. E galleggio sopra le teste dei miei genitori che attendono preoccupati il mio risveglio. Mi giro per la stanza ed entro nel bagno attraversando la porta chiusa. Ma non faccio pipi anche se un po mi scappa, perché son convinto che il legame fisico non sia del tutto disciolto e se dessi sfogo allo stimolo, Daniele allettato se la farebbe nel pigiama. Allora supero la vasca da bagno dove riconosco ad asciugare il pitale che avrei chiesto d’urgenza una volta sveglio. Attraversando il muro mi stupisco di quanto intricati, complessi ma perfettamente funzionali siano gli impianti di un ospedale. Il corridoio con le sue luci al neon sparate e il suo silenzio verde camice che odora di tintura di iodio e minestra di dado, non mi piace, così me ne torno dentro il letto, dentro me; gentilmente mi faccio riaprire gli occhi e sorrido tranquillizzando mia madre.

Qualche giorno dopo sono di nuovo a casa ansioso di sperimentare ancora il prodigio. La pennichella pomeridiana è perfetta per esercitarsi, anche se la notte lascia chiaramente più spazio. La prima cosa che mi sembra di capire, perché la magia funzioni, è che bisogna addormentarsi supino a pancia in su e che il momento cruciale per prendere un controllo cosciente è mentre ci si addormenta. Si, le prime esperienze extracorporali le ho avute al risveglio, ma se controlli lo stato onirico al momento del suo iniziare la dimensione magica è veramente di una potenza sconfinata. Guidi la tua percezione per ore, dedicandoti le avventure più incredibili in bilico tra il tuo letto e l’isola che non c’è, senza polvere di stelle. Esaurito il gusto stupito del volo e del teletrasporto, ben presto comprendo di avere in mano un mezzo straordinario, soprattutto indicato per risolvere i problemi che durante l’agire fisico e l’ineluttabile agitarsi, sembrano di impossibile soluzione. Basta liberarsi delle gabbie spaziotemporali in cui la vita ci costringe e tutto si dimostra nella sua limpida logica vitale. Non quella della ragione ma quella della natura delle cose. Ho tenuto a lungo questa pratica segreta per paura di dover riconoscere un giorno la mia malattia mentale. Vent’anni dopo invece Francesco mi regala Psicomagia di Alejandro Jodorowsky, di cui fino ad allora conoscevo solo gli sconvolgenti deliri cinematografici e scopro che i pazzi siamo due, o più. Lui definisce il fenomeno sogno lucido e lo prescrive come terapia perfetta a superare le fasi depressive o delle grandi svolte della vita. La grande scelta da effettuare in sogno per sperimentarne la potenza liberatoria e porla da guida agli atti di volontà necessari ad attuarla nelle quattro dimensioni mondane. Una disciplina antichissima che i buddisti tibetani praticano attraverso la strada del Dream Yoga.

Anche Battiato lo cita, non in musica, ma nel film Musikanten (giuro che il gioco di parole è assolutamente involontario). Chissà quanto esso sia legato a te, mia amata musa.

So che un sogno così potrà tornare ogni volta che vorrò anche senza dipingermi le mani e il volto di blu mentre comincio a volare nel cielo infinito. Lo conosci anche tu il sogno lucido, eh Mimmo?

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Il vento mi soffia in faccia la sabbia facendo scrubbing sui pensieri più esterni e me ne rimango qui sulla riva. Solo. Oggi sei la natura e mi ricordi di quanto sei bella. Il vecchio pazzo difronte a me ha infilato due penne di gabbiano ai lati dei suoi occhiali, e mentre il suo sguardo vola attraverso le sue spesse lenti, io ne seguo le traiettorie pindariche attraverso la foschia di un alba notturna di giugno.

Anche un gatto mi si ferma accanto incantato dalle acrobazie dello sguardo del vecchio pazzo. Lo vedo guardare il mondo attraverso i suoi occhiali amplificati dal vetro ricurvo, e sento le sue stesse sensazioni amplificate dalla sua mente non lineare. Dimmi vecchio ciò che vedi perché io non so più guardare, dimmi ciò che sai perché io ho dimenticato tutto. Quello che chiamano ragione, una volta splendente, qui sulle rive del Lago di Zurigo, in questa quasi mattina di una domenica vuota, ha perso ogni suo barbaglio, ogni sua scintilla. Tutto è ordinato e lindo, infilato come perle di fiume in un cerchio che non porta da nessuna parte se non intorno a se stesso. Una balia in crinolina conduce una carrozzina in una scena che sembra rimasta impigliata fra i rami di questi antichi salici da settantatré anni, rami intrecciati ad arte da sembrare naturali, con tanta più arte quanto più vogliano sembrare naturali; come il mio settantatré che sembra casuale proprio grazie al suono delle t di cui lo doto per farne musica. Sull’altra sponda il mio sguardo si riflette in quello dell’uomo che guarda nel vuoto dalla grande vetrata di un hotel. Lo riconosco, quello sguardo. Vecchio questo ancora lo ricordo. E’ lo sguardo delle conseguenze dell’amore che Tony Servillo confonde fra il grigio del cielo e il piombo del lago. Ecco cosa mi ricordo. L’amore e le sue conseguenze, ognuna inseguita come l’intricarsi di questi rami, artatamente intricati da sembrare naturale. Una perla di fiume dietro l’altra per ritrovarmi allo stesso assunto da cui sono partito, catena puntuale, logica, svizzera di causeffetto. Vogliamo dimenticarci, illuderci del suo andare a caso, del suo seguire naturale delle cose, ma tutto è logica e volontà. Volontà di non guardare le bugie di Vanessa, farfalla variopinta e incantevole, anzi incantante. Volontà di non voler sentire la fine di una storia, anche se la musica dei titoli di coda è già partita da un po. Come Moretti in Palombella rossa mi illudo che Omar Sharif faccia ancora in tempo a raggiungere Lara. Questa volta ce la fa! M’illudo ancora una volta. Il romanzo è già scritto e la scena del film non può cambiare finale solo per un rewind ostinato. E rimango con i piedi a mollo come Nanni incantato dall’illusione che una chiave diversa ci possa ancora essere, che cambiando un piccolo particolare, un secondo della scena le conseguenze potrebbero essere diverse. E’ lei, è lei, voltati, voltati, bussa al finestrino del tram, fatti sentire! Fatelo scendere, fatelo scendere. Corri, corri…

Mentre Zivago si accascia, lo stesso sguardo del cassiere della mafia, si immerge lento, tranquillo, ineluttabile e calcolato, da perfetto ragioniere quale è, verso la fine trascinato dalle scarpe di cemento che lui stesso si è scelto. Perso il contatto col suo, il mio di sguardo si appanna e si perde fra il grigio del cielo e il piombo dell’acqua, ma il volo del vecchio pazzo continua libero, senza conseguenze. Libero. Allora mi accorgo, nel quadretto miniato, dei particolari devianti che il frate gogliardico che lo ha

disegnato vi ha nascosto, quale appiglio contro ragione che mi permetta ancora, nonostante tutto, di riconoscerti. Oggi sei la natura, libera e folle sopra le perline infilate dall’uomo e i salici che mimano a perfezione il loro pianto sulla costa ordinata e puntellata di Yacht di lago, inutili e ridondanti, chiusi in un cerchio che non porta da nessuna parte se non intorno a se stesso.

Un oca rimane accanto a me e al gatto, ma rovescia improvvisa il punto di vista. Guarda dall’altro lato, attraversando con lo sguardo la strada che la separa dai suoi pulcini sul prato. Con la pazienza antichissima e universale di qualsiasi madre, vigila sui suoi figli mentre un ciclista distratto percorre il viottolo che li separa da lei. Vigile e pronta al sacrificio se uno solo di quei punti saltellanti piopio, uscisse dalla linea verde perfettissima del prato perfettamente tosato. Anche il suo sacrificio dopotutto sarebbe una ineluttabile conseguenza dell’amore. Improvvisamente un raggio di sole illumina il mio sguardo disgiungendolo da quello del vecchio e mi soffermo su un gabbiano anarcoinserruzionalista che orgoglioso ha ricoperto di guano il ponte di legno lucido di una inutile barca di lago, la più bella di tutte. Il gabbiano, soddisfatto volta le spalle con disprezzo alla sua opera postfuturista, alla sua merda d’artista e nel volo incrocia il volo dello sguardo del vecchio, che incrocia il mio sguardo, e senza dire nulla, ma comprendendo tanto, io e il vecchio ci sorridiamo. Grazie, vecchio, ho capito. Dove non so, ma un posto ci sarà..

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Lisergico ma non letargico il paesaggio deserto di questo paese alle due di notte mi mette più piedi per continuare a camminare di quanto sonno per andarmene a letto. Io, i gechi, le zanzare e il vento. Cammino per il centro fra i palazzi antichi e l’odore del mare arriva filtrato dal marmo e dal tufo delle case. E le foglie ed i frutti impietriti nelle volute barocche, sembrano già conditi di sale e pronti per un pasto onirico. Una fontana con poca acqua singhiozza a fiotti il malumore di una terra arsa, mentre il profumo della vendemmia appena iniziata invoglia a bere. Acqua di mare e di vino come le mie lacrime di questa notte, che nessuno scirocco può asciugare e che nessuna sete possono sciogliere. Un coro greco mi segue, mi insegue, ripetendo il fasto e la caduta della mia tragedia, fittizia e recitata come ogni umano testo. La maschera mi rimane impigliata ai capelli e non c’è modo di scioglierne il nodo. The show must go on. E io avanti cammino. Un gabbiano (sei Johnatan o il cacone?), sperduto quanto me, mi nota appena, tanto sono impalpabile nel mio quasi esser ombra. Quanto peso mi manca, quanta zavorra, affinché il mio peregrino volo sia sicuro e orientabile, se non orientato. Mi hai lasciata solo sulla mongolfiera, la stessa a strisce verdi rosse e blu di quando ti incontrai la prima volta, a sei anni. Eppure nella mia inutile leggerezza fluttuante non riesco ad andare più su dei tetti

malconci di questo lungo cassero siciliano, infinito. Per ironia mi trovo sempre, troppo vicino al basolato lucido e non posso fare a meno di guardarmi in faccia. O meglio, per non riuscire a guardarmi in faccia perché fra me e lo specchio rimane sospesa una antica maschera greca di tragedia. Scatarro il disgusto del mojito scadente di ieri, senza catarsi. Il coro si trasforma in quello di un film di Woodie Allen, cominciando a litigarsi i risvolti comici di ogni mia pippa mentale. Un ultimo sguardo al manto stradale per riuscire a rintracciare almeno, dai fori deformi della maschera, i miei occhi. In maglia nera e neri pantaloni di tuta, di due misure più grandi, quelli che indossi come una coperta di Linus per consolarti nei giorni no, accoccolato sul divano. Lo spicchio di luna al primo quarto comicamente mi cinge a mezza aureola, e il cono d’ombra disegna perfetto un cappello, sul pavé marmoreo e riflettente dal mio occhio cade una lacrima che assorbe a posta la selenica luce. Pierrot lunare di un circo di folli che non fa più ne piangere ne ridere. Schoemberg attacca sul finale, sorrido una smorfia. Giù il sipario.

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Le luci del cinema si riaccendono e rimango seduto, immobile, con grandi difficoltà a rientrare in una realtà diversa da quella schermica. La musica di Hisaishi risuona ancora, mentre le luci della sala bruciano i nomi di sconosciuti giapponesi che scorrono per non essere letti in una sala ormai vuota. Yakuza,

cancro, un uomo disperato che rincorre un ultimo futile desiderio. Ma tutto quello che mi rimane addosso è la scena dell’aquilone, a pochi minuti dal finale. Kitano dopo aver tradito il corpo di polizia di cui faceva incorruttibilmente parte fino ad allora, e aver combattuto e ucciso ogni mafioso che gli sbarrava la strada, arriva finalmente a compiere la sua ultima missione, portare la moglie morente a vedere il mare, cosa che col suo misero stipendio di lige controllore dell’ordine non era mai riuscito a fare prima. La scena è sottolineata solo dalla risacca, la sagoma della donna che fissa il mare, Takeshi in piedi alle sue spalle. Unico movimento una bambina che corre inutilmente avanti e dietro trascinando a terra un aquilone che non vuole alzarsi. Takeshi prende l’aquilone alzandolo da terra e invita la bambina a prender la rincorsa per permettergli il volo. La bambina corre, il filo si tende, Kitano non lascia la presa e l’aquilone si straccia. La comicità della scena arriva come un schiaffo in faccia a sottolineare il dramma. Io mi sento così, assurdamente disperato da non far neanche piangere. Sono comico, goffo e paradossale. E rimango seduto a farmi strappare l’anima da quel filo a cui non voglio lasciarla andare. Legata al filo, legata al petto, può solo stracciarsi mentre tutti ridono. Sono un buffo signor K. che szampetta a pancia in su. Comico da morire se il violoncello non iniziasse la melodia straziante del tema di Hana Bi.

Seduto sulla mia poltrona di velluto rosso proietto la mia situazione inconcludente. Teresa non è venuta alcinema neanche questa volta. Sta studiando. E io non mi muovo. Rimango immobile sul mio sedile damascato, lasciando che la corsa di una bambina mi strappi il cuore.

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3.33, succede spesso a quest’ora che la notte termina, o inizia, non so. Mi ritrovo a scrivere per smettere di non dormire, e per iniziare a farlo. Accendo il computer e mi ritrovo appena. Quante righe ancora per ristabilire il contatto?
In momenti come questi io e io ci riuniamo; in notti come queste, ululando alla luna.
La giugulare pompa visibilmente, e lo stomaco brontola per il troppo bevuto. Domani sarò solo, esule volontario o Montecristo prigioniero di una vita che non mi ricordo di aver disegnato, né di aver voluto. Non so se ho scritto due per uno o un per due, ma tanto non cambia un cazzo, sempre due fa. Qui tira ancora uno scirocco caldo e appiccicaticcio, incapace di tirare qualsiasi vela. Incapace di portare in alcun luogo. E mi sento alla deriva. Verso la mia isola deserta che ancora non vuol mostrare il profilo su questo orizzonte stellato, in cui fra mille stelle manca proprio mamma orsa, che mi prenda per mano e mi conduca nella direzione giusta. Allora fluttuo ripercorrendo le tracce passate, alla ricerca del bivio definitivo. Quello che mi ha condotto fin qui. Quale dei 674 presi dall’inizio di questo ultimo viaggio, mi ha portato fino al punto dove mi trovo ora, qualsiasi punto essosia. Dove ho sbagliato strada, quando ho cominciato a perdermi. Il mio passo spedito e sicuro mi ha portato davanti a un orizzonte vuoto e riguardando indietro non riconosco la strada. Stavolta sembra aver sbagliato anche il pilota automatico. Da dove siamo partiti, Daniele, te ne rammenti? E soprattutto, sai ancora dove volevamo andare? Tiro fuori la mappa dei ricordi e la srotolo fra queste pagine a cercar triangolazioni certe; compasso alla mano, si naviga alla cieca e getto l’inutile sestante sulla poltrona. Senza riconoscere le stelle tutto diventa meno chiaro, meno chiaro di quanto sembrasse fino a ieri appena. Ricordi il punto 673? E il 521? Si, anche a me sembra che fino a li il percorso fosse chiaro. Ok segna e passiamo al 520. Al 360 cominciamo a girare in tondo, in una pausa ben più lunga del raccordo anulare. Ti ho lasciato guidare fino almeno al 322 e oltre a questo, di quel pezzo non ricordo altro. Tu segna, comunque segna.

La luna tramonta ad ovest? Perchè sta tramontando. Ma di seguire le sue fasi, lunatica banderuola non ne ho voglia. Cerco la certezza, stanotte, non di dove andare, che è ovvio non esser nelle mie possibilità, ma la certezza di dove sono. Mamma Orsa, mamecita Panama dov’è, ora che siamo in mare. Sicuro solo che di andare ai party con la pistola, non ne posso più.

Tutto riporta sempre e comunque alla descrizione di un amore. Ma ancora non riconosco il profilo tracciato tirando le linee tra i punti rivelatori. Ma mi spoglio e mi disarmo. Nessuna guerra. Non voglio più nessuna guerra. Nessun party, nessuna pistola. Dovunque stia andando non sarà per correre, inseguire o scappare. Sarà per andare, mentre vado avanti a fatica in questa notte di stelle inutili e inutile vento.

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Scrivo improvviso e irrefrenabile come fossi spinto a toccarmi da un’improvvisa e irrefrenabile pulsione sessuale.
Qualcosa mi tira al centro del petto proprio sotto lo sterno, come il pene prima di una liberatoria polluzione notturna, dopo una astinenza troppo lunga e non voluta. Sono quindici giorni che non tocco il mio taccuino, quindici giorni senza suonare neanche una nota. Quindici giorni di esilio volontario sull’isola sicana di inutile eremitaggio, che non hanno portato a nulla. Anzi, a bordo di questa nave, faccio rotta verso l’esatto punto di partenza che un anno fa mi ha spinto a partire, il punto più doloroso. Mi faccio coraggio dicendomi che questa volta non farà così male, sbiadendo i contorni di ogni ricordo, di ogni coscienza di ciò che mi aspetta, ancora. Mi appresto al ritorno come quando fiducioso e spavaldo allungavo il braccio alla mia ennesima seduta chemioterapica. Questa volta non farà così male. Guardo negli occhi l’amorevole infermiera dai capelli verde bandiera (amica mia sarda di cui non ricordo neanche il nome ma ti ricordo materna e consolatoria) mentre cerca sotto i morbidi polpastrelli sapienti ed esperti, l’unica vena ancora buona per la somministrazione. Non farà così male. E invece la mente e la fiducia non possono niente con un corpo stanco della propria sofferenza. E al solo avvicinarsi dell’ago, vomito. Prima che qualsiasi effetto chimico possa causarne la reazione. Ma tant’è: vomito.

Vomito al solo pensiero del rivedere le solite spente facce dei miei clienti, che mi chiedono l’oblio della mente attraverso la proiezione dell’ennesima replica dell’unico film di Van Damme che possegga in archivio. Vomito al suono del nuovo missaggio della musica che ci hanno rubato.

Vomito all’idea di farmi tagliare di nuovo la strada dal deficiente sulla Smart, che non rischia di investire il bambino con lo zaino che potrebbe attraversare da un momento all’altro, solo per il fatto che il bambino ha già rinunciato ad attraversare, e resta lì sul ciglio della strada, stupito e sgomento ad osservare un mondo adulto che non può capire.

E non c’è niente da capire. Vomito davanti al baratro del tuo vuoto. Torno al punto di partenza, ma tu non ci sei. Se io fossi di ghiaccio e tu fossi di neve, almeno sentirei freddo.

Chi sei, dove sei, chi sei, dove sei.
Le tue facce mi scorrono davanti sfocate e inarrestabili come i bossoli delle slot machine del casino di questa nave, dove le signore mie compagne di viaggio sfogano la loro noia.
Bar, bar, bar.
L’unica cosa che credo possa aiutarmi è l’ennesima dose chemioterapeutica di alcool e zuccheri, ma il mio corpo è troppo stanco e vomito al solo vedere riempire un’altro bicchiere.

Fluttuo inutile come questo gigante di ferraglia su un Mar Tirreno che il cielo, oggi, rende di mercurio e piombo. Tossici e terapeutici come la mia endovenosa. E l’anima mi si rapprende attorno alla cicatrice del mio linfoma che non c’è più, o attorno al tuo vuoto. Proprio al centro del petto, sotto lo sterno.

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All’alba con gli occhi rossi più per l’orgasmo disperato del paragrafo precedente che per il non sonno, mi accingo ad abbassare lo schermo del mio mac ma mi si avvicina un ragazzo tunisino. Avrà 35 anni, lo sguardo buono e porta in braccio la bambina che per tutta la notte ha pianto e urlato per il disagio di questo dondolio marittimo che ci porta a civitavecchia. Indossa jeans Levi’s tagliati al ginocchio e una maglietta azzurra della nazionale di calcio. La scritta ITALIA, campeggia orgogliosa sul suo torace di lavoratore. Il suo italiano, strascicato nell’accento magrebino, ha una costruzione perfetta ed educata. Amico, mi chiama. Quando hai finito, ti posso chiedere un piacere. Lo guardo un po’ inebetito per il non essermi ancora ripreso dall’urlo interiore appena lasciato sulla pagina, si sofferma sul suo sorriso, gentile che smorza subito ogni mio sospetto di malafede. Ci metto circa 10 secondi per camuffare il mio respiro affannato e rispondergli un si, certo, che vuol sembrare il più cordiale e tranquillo possibile. Possiamo vedere una cosa insieme sul computer?

Si, certo. Rispondo con una formula orami consolidata e funzionale.

Puoi vedere per piacere in Italia, per una macchina usata? Cerco una BMW 520 del 2008-2010.
Guardo le donne velate del suo gruppo, e il nero profondo degli occhi della bambina e non capisco.

Amici, voi che conoscete la sofferenza e la forza della scelta, cosa ci trovate mai nel declino ineluttabile della nostra società, tanto da indossare le nostre divise e vestirvi dei nostri costumi metallici e inutili? Sulla prima pagina del Corriere del signore davanti a me spicca il sorriso idiota della nostra classe politica corrotta, coinvolta nell’ennesimo scandalo sessuale, e il picco negativo della borsa di ieri.
Richiamata dal discorso una signora siciliana, mi rivolge una domanda simile. Ha appena ricevuto una email per una supplenza e deve rispondergli entro oggi. Lo dice con un affanno e una passione che fanno capire come quei due miseri giorni di lavoro per lei siano veramente tutto. Io, migrante come loro, rispondo che purtroppo in nave non c’è linea e che non posso aiutarli. Scrivo quest’ultima riga con un gusto amaro e mille domande, e non ho neanche Google per rispondere. Salvo il file e chiudo lo schermo, in attesa che la terra appaia all’orizzonte.

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