Sul dolore e la bellezza

14 luglio 2014 § Lascia un commento

La Bellezza, quante volte ti sei vestita da lei. Non la tua bellezza, quella naturale, quella che ti fa donna, ma quella innaturale, quella che ti astrae, quella che ti fa arte, la Bellezza.

Non ricordo esattamente la prima volta che ti notai e ti riconobbi in quella veste, ma ricordo le volte in cui mi hai sconvolto. La prima volta è stata fra le pieghe con cui Michelangelo aveva avviluppato il dolore di una madre davanti al figlio morto. Una maternità pura nel suo candore così nero di lutto puro e tuttavia innegabilmente bello. La bellezza della natura morta. Rimasi in silenzio, avrò avuto sei o sette anni. Sei esattamente, perché ricordo che ero entrato in San Pietro per l’anno santo del 1975. Fino ad allora ero restato soltanto fuori nel centro del sagrato a far sparire il colonnato di Bernini in un unica singola riga.

Entro, mi volto a destra, così come si fa normalmente per prendere possesso delle dimensioni dello spazio che avevo immediatamente percepito come vertiginosamente immenso. E lo sguardo scivola per sbaglio sul volto giovane di Maria. Una giovane mamma per un giovane figlio. In quei tempi nei telegiornali ne avevo viste di scene simili, tra i caduti della guerra civile italiana degli anni di piombo. Nei telegiornali i volti piangenti, nelle strade di Roma il segno del gesso, dei colpi e del sangue. C’era qualcosa di spaventoso in quelle morti tanto più perché per me inesplicabile. Avevo più volte visto discutere mio nonno materno, Angelo e comunista, e mio padre di derivazione proletcontadindemocristiana; discussioni animate, infervorate a volte, ma sempre civili e piene di ragioni. Non capivo come quello potesse causare odio e morte, come ci si potesse picchiare a sangue per ideali che nel frattempo sembravano non cambiare assolutamente nulla allo schifo della vita civile. Le siringhe sul marciapiede, gli scippi continui, una gioventù che soffriva disfatta dal non ruolo, la cui unica forma che sembrava conoscere per farsi notare era quella del fratricidio nichilista di piazza. Si usciva poco in quel periodo. Il terrore entrava nelle case romane con l’oscurità come un coprifuoco. In tutto ciò però Roma rimaneva bellissima e le nostre passeggiate familiari la domenica hanno per me sempre il ricordo e il profumo della primavera e il sapore di fettuccine fatte in casa e pastarelle. Mia mamma era giovane allora, giovanissima, appena 25 anni. Incinta di mia sorella. Papà cicerone per missione e passione, con Marco in braccio mi conduceva per mano dentro la basilica e le voci salmodianti, il profumo di incenso e cera e l’aria fresca che ne usciva mi invitava ad un esperienza mistica. Supero la porta, il barocco imperioso mi assale insieme alla vastità del tempio. Misuro lo spazio, iniziando appunto a girare lo sguardo intorno, ma appena mi volto a destra l’incanto mi pervade. La mamma più giovane del figlio che tiene tra le sue braccia. Istintivamente mi blocco, strattonando appena papà e alzando la mano libera ad afferrare e coinvolgere quella di mia madre: le strette sono fortissime e sento il calore passare dai miei occhi e trasmettersi alle mani genitrici. Il volto mi avvampa e un brivido mi parte alla base della tesata ripercuotendosi sulla spina dorsale come una frustata, non respiro. Il rimbombo della chiesa smette improvvisamente lasciando trasparire nettissimo il suono acuto dell’organo. Mi tremano le gambe, gli occhi si velano di lacrime, la fronte imperlata. Sento improvvisamente la prima vampa svuotarsi attraverso il brivido verso i piedi e lasciarmi volto e mani ora gelidi, un po’ come quando bevi la cocacola troppo fredda che mamma non vuole che ti viene la congestione. Non è una congestione e non ho bevuto cocacola. È la Bellezza. Mentre piano riprendo i sensi mi lascio cullare dalla contemplazione di quelle forme perfette perdendomi letteralmente tra le pieghe della veste della madre. All’altezza del petto sembrano contorcere il seno che allattò quel corpo in una posa affatto dissimile, mortificandolo nel dolore. Il dolore passa solo ed attraverso le pieghe di quei veli. I due volti giovani invece non soffrono, disteso e addormentato quello del Cristo. Conscio e rassegnato quello della giovane madre in un atto di accettazione del sacrificio più duro, nella spiegazione più drammatica e plastica che si possa dell’Amen, dell’E così sia. Distolgo finalmente lo sguardo e incrocio gli occhi di mia madre che mi sorride.

La seconda sindrome di Stendhal la provai invece al Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. esattamente trent’anni dopo Non conoscevo quel museo, ero lì solo per il ponte di natale e avevo trovato il Prado chiuso. Così con Giovanna ripiegammo su quel museo anche perché Madrid d’inverno sa essere veramente gelida, per essere una città mediterranea. Inaspettatamente troviamo molti pezzi famosi e ci incantiamo a perderci fra i ghirigori onirici e metafisici di Dalì, a farci dilatare il tempo da quegli orologi blandi e quegli elefanti improbabilmente attrampolati. Le sale sono piccole e si susseguono placide tra grandi del novecento.

Il primo corridoio finisce con una parete sul fondo e il percorso continua da una piccola porta a sinistra.

Attraverso l’uscio e noto una grande stanza immediatamente bianca poi svengo, letteralmente. Mi riprendo assolutamente senza capire cosa mi sia successo con Giovanna preoccupata che mi tiene la mano ed io seduto su una sedia che non so chi mi ha infilato sotto il sedere evitandomi di cadere all’indietro. Apro gli occhi e ricordo quello che vidi prima di svenire: è l’urlo devastante della Guernica che campeggia davanti a me, gli spigoli di quei corpi urlanti e dilaniati quelle mani alzate al cielo prorompono in tutta la violenza della scena, troppo crudele e violenta da poter sopportare, troppo bella da poter sopportare. Ancora una guerra fratricida. Stavolta però è diverso, ora conosco i fascismi e i loro deliri, conosco il senso del sacrificio, della non rassegnazione, del mai più sia così. Il tableau mi sembra immenso, lo percorro da destra a sinistra in un tempo lunghissimo, bloccato dal peso dei cavalli e assordito dalle urla delle donne. La pietà sulla quinta di destra stavolta non è affatto rassegnata e urla la sua disperazione il figlio è piccolo, troppo giovane e la giovane mamma sembra invecchiare di 1000 anni nel dolore di ogni guerra. La bellezza della morte viva nella propria artificialità umana. Quella notte non dormii oppresso dalle troppe insensate notti dell’umanità.

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La teoria dei vasi incomunicanti

27 dicembre 2013 § 2 commenti

Oggi ho conosciuto il silenzio, il silenzio e la solitudine, come non li avevo mai incontrati, come non li avevo mai ascoltati. Mi guardavo intorno e non c’era altro che me, un riverberato io tutto intorno e basta. Non era egoismo, come spesso l’ho confuso. Era la solitudine. Io per me e con me. E ci sarebbero potute essere, anzi ci sono state centinaia di persone a condividere il mio spazio. Io restavo solo. I suoni erano distanti e non mi appartenevano, le voci, quelle più familiari, non avevano nessun ricordo ad accompagnare il messaggio, nessun senso che potesse distogliermi dal mio vuoto pieno di io. Ho compreso il silenzio oggi, e la distanza, ho compreso l’incomunicabilità e l’incomunicabile, l’indicibile e l’incomprensibile. Ho compreso la distanza e la cecità, l’inguardabile e l’immostrabile, il mostro e la sua gabbia nella tenda vuota. Ho compreso la distanza e l’inaudibile. L’inaudito. La mia faccia vuota fra facce vuote. Che la solitudine è incontenibile. Non puoi racchiuderla in un corpo o in un volto. La solitudine non ha dimensione. Eppure mi sono stupito a non soffrire. O meglio, a contemplare il dolore come non lo avevo mai permesso. E mi sono stupito a non spaventarmi. Che mica è brutto il mio dolore, sa! Non è brutto affatto e non spaventa. Fa male, si, ma non per nuocere. Fa male per salvare.
Ti guardi, capisci, ti carezzi, sorridi, piangi, rimpiangi e taci, ché ti vuoi ascoltare. Ascoltare in silenzio, ascoltare il silenzio. Che pace, vero? questo silenzio che non è affatto cupo. Non il silenzio che nega, che copre, che nasconde il rumore. Il silenzio che senza tradirsi mostra se stesso.
La mia solitudine è popolata di mille volti, tutti i personaggi che mi sono disegnato, tutti i ruoli che ho assegnato, tutte le battute che ho scritto, tradotto, trascritto. Tutti gli infiniti tu di cui ho popolato questo io.
E quando ho guardato, oggi, per la prima volta, l’io, ho finalmente potuto riconoscere ogni tu. Ogni tu al di fuori del mio leggerlo. Ogni tu intraducibile e quindi, per me, incomprensibile. Ho speso una vita a cercarmi tra i tu. Io non vedo e non ho specchi, dimmi, dunque, chi sono?
Come? Mi vuoi meno me? O più te? Dimmi come mi vuoi.
Che altrimenti non esisto.
E le corse forsennate verso i mille io cercati, senza mai, mai raggiungermi.
Io non sono il tuo me. Tu non sei il mio te.
La teoria dei vasi incomunicanti ci ha prosciugato.
Ho sete.
Io ho sete.
Ti va di bere qualcosa?

Ritorno

22 settembre 2013 § 1 Commento

Ho trovato il dolore ad aspettarmi a Berlino, come il prendere coscienza che quello che percepivi era solo l’effetto di arto fantasma di quella gamba tagliata via con la cancrena.
Zoppo di non so cosa. Ma zoppo.
Un lutto silenzioso e violento mi ha afferrato da dentro in ogni momento di solitudine, nella coscienza che, insieme alla gamba, mi hanno strappato via anche casa. Non la casa, io che tra un po’ dormo sotto i ponti senza neanche chiedermi ne dove ne perché. Ma casa. Casa senza articolo. Come un’allergia apolide che non consente più di ritrovarsi, ormai puoi solo, semmai, esserci. Sono qui. E quel qui è un qui qualsiasi che non prende alcun colore. Nessun luogo. O meglio ogni luogo. Casa mia è everywere o neverland. Che differenza fa. Ci passo attraverso con lo sguardo, la fantasia, la poesia, guardo, osservo, mi indigno e mi entusiasmo. Quasi mai mi difendo. Mi lascio attraversare dai luoghi alla stessa maniera in cui io attraverso loro. La mia valigia è sempre più leggera. Una volta mi sarei sentito orgoglioso di questa affermazione. Ora mi racconta solo di quel vuoto, quell’arto mancante. Manco a me stesso. Mi manco. Mi manca quello in cui ho creduto, quello a cui mi ero abituato a credere; e ora che sono così simile a Daniele mi accorgo che Daniele è zoppo. Oh sì, so correre meglio di Pistorius, io che la mia vita l’ho riempita di protesi fittizie. Ho le gambe fatte di aria e le braccia d’uccello, io. Ma non me ne sono mai fatto accorgere. Quando, però, tolgo l’artificiale, quando prendo coscienza che il mio arto mancante è solo un fantasma, precipito senza speranza. Prendi una corda, mettila in terra e camminaci sopra; un bel canapo di quelli grossi, che ci potresti rigirare la Concordia. Mettilo a terra e camminaci sopra. Sorridi, è un gioco da ragazzi. Eppure la stessa superficie calpestabile già a cinquanta centimetri da terra diventa sfida. A due metri diventa incidente inevitabile. A dieci morte sicura. È la stessa corda. Hai la stessa capacità di camminarci, la stessa identica probabilità di non cadere. Ma a terra non cadi e a dieci metri precipiti. Ecco io ho fatto il contrario. Io so camminare a dieci metri da terra ma stare a terra mi uccide.
Sono stato a Berlino per fare i conti, consegnare la dichiarazione dei redditi 2012 e mi sono trovato a Neverland a dichiarare la mia bancarotta. A fare i conti con me.
Belli i miei rincominci, dicevo.
Bello partire da zero. È la posizione più sicura da cui puoi muoverti. E io invece, adesso, precipito. In un volo fantasma come il mio arto. Un volo che non vola. Sembra volare.
La valigia è quasi vuota. E nonostante ciò non ho usato tutta la biancheria. Posso arrivare ancora a meno. Posso arrivare a zero.
Allora eccolo il mio zero mentre torno da nowhere per nowhere.
La valigia è vuota. Ho regalato, lasciato, scordato tutto. La mia gamba finta sta all’ufficio oggetti smarriti della stazione di Neukoelln.
La mia camminata storpia è dritta e sicura, vado dal nulla al nulla.
Ora lo so.
Ho tradito. Ho tradito me stesso per necessità di farmi credere non zoppo. Normale.
Io non sono normale, io posso camminare soltanto con una gamba sola, a dieci metri da terra.
A terra, non ho luogo.
La mia valigia è vuota. Non ho più niente da regalare, niente da dare, niente da restituire, niente da dimenticare.
Ora ho bisogno di amore.
Non di amare. Di quello non ne ho più.
Non posso più dare poiché non ho niente.
Posso solo prendere.
Poco mi basta.
Non ho più neanche la valigia.
Mi basta quello che posso tenere tra le mani.
Che le mani mie sono quasi nuove.

Cento e una notte – Notte n.36

28 ottobre 2012 § 1 Commento

Scrivo improvviso e irrefrenabile come fossi spinto a toccarmi da un’improvvisa e irrefrenabile pulsione sessuale.

Qualcosa mi tira al centro del petto proprio sotto lo sterno, come il pene prima di una liberatoria polluzione notturna, dopo una astinenza troppo lunga e non voluta. Sono quindici giorni che non tocco il mio taccuino, quindici giorni senza suonare neanche una nota. Quindici giorni di esilio volontario sull’isola sicana di inutile eremitaggio, che non hanno portato a nulla. Anzi, a bordo di questa nave, faccio rotta verso l’esatto punto di partenza che un anno fa mi ha spinto a partire, il punto più doloroso. Mi faccio coraggio dicendomi che questa volta non farà così male, sbiadendo i contorni di ogni ricordo, di ogni coscienza di ciò che mi aspetta, ancora. Mi appresto al ritorno come quando fiducioso e spavaldo allungavo il braccio alla mia ennesima seduta chemioterapica. Questa volta non farà così male. Guardo negli occhi l’amorevole infermiera dai capelli verde bandiera (amica mia sarda di cui non ricordo neanche il nome ma ti ricordo materna e consolatoria) mentre cerca sotto i morbidi polpastrelli sapienti ed esperti, l’unica vena ancora buona per la somministrazione. Non farà così male. E invece la mente e la fiducia non possono niente con un corpo stanco della propria sofferenza. E al solo avvicinarsi dell’ago, vomito. Prima che qualsiasi effetto chimico possa causarne la reazione. Ma tant’è: vomito.

Vomito al solo pensiero del rivedere le solite spente facce dei miei clienti, che mi chiedono l’oblio della mente attraverso la proiezione dell’ennesima replica dell’unico film di Van Damme che possegga in archivio.

Vomito al suono del nuovo missaggio della musica che ci hanno rubato.

Vomito all’idea di farmi tagliare di nuovo la strada dal deficiente sulla Smart, che non rischia di investire il bambino con lo zaino che potrebbe attraversare da un momento all’altro, solo per il fatto che il bambino ha già rinunciato ad attraversare, e resta lì sul ciglio della strada, stupito e sgomento ad osservare un mondo adulto che non può capire.

E non c’è niente da capire. Vomito davanti al baratro del tuo vuoto. Torno al punto di partenza, ma tu non ci sei. Se io fossi di ghiaccio e tu fossi di neve, almeno sentirei freddo.

Chi sei, dove sei, chi sei, dove sei.

Le tue facce mi scorrono davanti sfocate e inarrestabili come i bossoli delle slot machine del casino di questa nave, dove le signore mie compagne di viaggio sfogano la loro noia.

Bar, bar, bar.

L’unica cosa che credo possa aiutarmi è l’ennesima dose chemioterapeutica di alcool e zuccheri, ma il mio corpo è troppo stanco e vomito al solo vedere riempire un’altro bicchiere.

Fluttuo inutile come questo gigante di ferraglia su un Mar Tirreno che il cielo, oggi, rende di mercurio e piombo. Tossici e terapeutici come la mia endovenosa. E l’anima mi si rapprende attorno alla cicatrice del mio linfoma che non c’è più, o attorno al tuo vuoto. Proprio al centro del petto, sotto lo sterno.

Cento e una notte – notte n.35

17 ottobre 2012 § 1 Commento

3.33, succede spesso a quest’ora che la notte termina, o inizia, non so. Mi ritrovo a scrivere per smettere di non dormire, e per iniziare a farlo. Accendo il computer e mi ritrovo appena. Quante righe ancora per ristabilire il contatto?
In momenti come questi io e io ci riuniamo; in notti come queste, ululando alla luna.
La giugulare pompa visibilmente, e lo stomaco brontola per il troppo bevuto. Domani sarò solo, esule volontario o Montecristo prigioniero di una vita che non mi ricordo di aver disegnato, né di aver voluto. Non so se ho scritto due per uno o un per due, ma tanto non cambia un cazzo, sempre due fa. Qui tira ancora uno scirocco caldo e appiccicaticcio, incapace di tirare qualsiasi vela. Incapace di portare in alcun luogo. E mi sento alla deriva. Verso la mia isola deserta che ancora non vuol mostrare il profilo su questo orizzonte stellato, in cui fra mille stelle manca proprio mamma orsa, che mi prenda per mano e mi conduca nella direzione giusta. Allora fluttuo ripercorrendo le tracce passate, alla ricerca del bivio definitivo. Quello che mi ha condotto fin qui. Quale dei 674 presi dall’inizio di questo ultimo viaggio mi ha portato fino al punto dove mi trovo ora, qualsiasi punto esso sia. Dove ho sbagliato strada, quando ho cominciato a perdermi. Il mio passo spedito e sicuro mi ha portato davanti a un orizzonte vuoto e riguardando indietro non riconosco la strada. Stavolta sembra aver sbagliato anche il pilota automatico. Da dove siamo partiti, Daniele, te ne rammenti? E soprattutto, sai ancora dove volevamo andare? Tiro fuori la mappa dei ricordi e la srotolo fra queste pagine a cercar triangolazioni certe; compasso alla mano, si naviga alla cieca e getto l’inutile sestante sulla poltrona. Senza riconoscere le stelle tutto diventa meno chiaro, meno chiaro di quanto sembrasse fino a ieri appena. Ricordi il punto 673? E il 521? Si, anche a me sembra che fino a li il percorso fosse chiaro. Ok segna e passiamo al 520. Al 360 cominciamo a girare in tondo, in una pausa ben più lunga del raccordo anulare. Ti ho lasciato guidare fino almeno al 322 e oltre a questo, di quel pezzo non ricordo altro. Tu segna, comunque segna.

La luna tramonta ad ovest? Perchè sta tramontando. Ma di seguire le sue fasi, lunatica banderuola non ne ho voglia. Cerco la certezza, stanotte, non di dove andare, che è ovvio non esser nelle mie possibilità, ma la certezza di dove sono. Mamma Orsa, mamecita Panama dov’è, ora che siamo in mare. Sicuro solo che di andare ai party con la pistola, non ne posso più.

Tutto riporta sempre e comunque alla descrizione di un amore. Ma ancora non riconosco il profilo tracciato tirando le linee tra i punti rivelatori. Ma mi spoglio e mi disarmo. Nessuna guerra. Non voglio più nessuna guerra. Nessun party, nessuna pistola. Dovunque stia andando non sarà per correre, inseguire o scappare. Sarà per andare, mentre vado avanti a fatica in questa notte di stelle inutili e inutile vento.

Cento e una notte. Notte n.34

4 ottobre 2012 § 1 Commento

Le luci del cinema si riaccendono e rimango seduto, immobile, con grandi difficoltà a rientrare in una realtà diversa da quella schermica. La musica di Hisaishi risuona ancora, mentre le luci della sala bruciano i nomi di sconosciuti giapponesi che scorrono per non essere letti in una sala ormai vuota.

Yakuza,cancro, un uomo disperato che rincorre un ultimo futile desiderio. Ma tutto quello che mi rimane addosso è la scena dell’aquilone, a pochi minuti dal finale. Kitano dopo aver tradito il corpo di polizia di cui faceva incorruttibilmente parte fino ad allora, e aver combattuto e ucciso ogni mafioso che gli sbarrava la strada, arriva finalmente a compiere la sua ultima missione, portare la moglie morente a vedere il mare, cosa che col suo misero stipendio di lige controllore dell’ordine non era mai riuscito a fare prima.

La scena è sottolineata solo dalla risacca, la sagoma della donna che fissa il mare, Takeshi in piedi alle sue spalle. Unico movimento una bambina che corre inutilmente avanti e dietro trascinando a terra un aquilone che non vuole alzarsi. Takeshi prende l’aquilone alzandolo da terra e invita la bambina a prender la rincorsa per permettergli il volo. La bambina corre, il filo si tende, Kitano non lascia la presa e l’aquilone si straccia. La comicità della scena arriva come un schiaffo in faccia a sottolineare il dramma. Io mi sento così, assurdamente disperato da non far neanche piangere. Sono comico, goffo e paradossale. E rimango seduto a farmi strappare l’anima da quel filo a cui non voglio lasciarla andare. Legata al filo, legata al petto, può solo stracciarsi mentre tutti ridono. Sono un buffo signor K. che szampetta a pancia in su. Comico da morire se il violoncello non iniziasse la melodia straziante del tema di Hana Bi.

Seduto sulla mia poltrona di velluto rosso proietto la mia situazione inconcludente. Teresa non è venuta alcinema neanche questa volta. Sta studiando. E io non mi muovo. Rimango immobile sul mio sedile damascato, lasciando che la corsa di una bambina mi strappi il cuore.

Cento e una notte. Notte n.33

21 settembre 2012 § Lascia un commento

Lisergico ma non letargico il paesaggio deserto di questo paese alle due di notte mi mette più piedi per continuare a camminare di quanto sonno per andarmene a letto. Io, i gechi, le zanzare e il vento. Cammino per il centro fra i palazzi antichi e l’odore del mare arriva filtrato dal marmo e dal tufo delle case. E le foglie ed i frutti impietriti nelle volute barocche, sembrano già conditi di sale e pronti per un pasto onirico. Una fontana con poca acqua singhiozza a fiotti il malumore di una terra arsa, mentre il profumo della vendemmia appena iniziata invoglia a bere. Acqua di mare e di vino come le mie lacrime di questa notte, che nessuno scirocco può asciugare e che nessuna sete possono sciogliere. Un coro greco mi segue, mi insegue, ripetendo il fasto e la caduta della mia tragedia, fittizia e recitata come ogni umano testo. La maschera mi rimane impigliata ai capelli e non c’è modo di scioglierne il nodo. The show must go on. E io avanti cammino. Un gabbiano (sei Johnatan o il cacone?), sperduto quanto me, mi nota appena, tanto sono impalpabile nel mio quasi esser ombra. Quanto peso mi manca, quanta zavorra, affinché il mio peregrino volo sia sicuro e orientabile, se non orientato. Mi hai lasciata solo sulla mongolfiera, la stessa a strisce verdi rosse e blu di quando ti incontrai la prima volta, a sei anni. Eppure nella mia inutile leggerezza fluttuante non riesco ad andare più su dei tetti malconci di questo lungo cassero siciliano, infinito. Per ironia mi trovo sempre troppo vicino al basolato lucido e non posso fare a meno di guardarmi in faccia. O meglio, per non riuscire a guardarmi in faccia, perché fra me e lo specchio rimane sospesa una antica maschera greca di tragedia. Scatarro il disgusto del mojito scadente di ieri, senza catarsi. Il coro si trasforma in quello di un film di Woodie Allen, cominciando a litigarsi i risvolti comici di ogni mia pippa mentale. Un ultimo sguardo al manto stradale per riuscire a rintracciare almeno, dai fori deformi della maschera, i miei occhi. In maglia nera e neri pantaloni di tuta, di due misure più grandi, quelli che indossi come una coperta di Linus per consolarti nei giorni no, accoccolato sul divano. Lo spicchio di luna al primo quarto comicamente mi cinge a mezza aureola, e il cono d’ombra disegna perfetto un cappello, sul pavé marmoreo e riflettente dal mio occhio cade una lacrima che assorbe a posta la selenica luce. Pierrot lunare di un circo di folli che non fa più ne piangere ne ridere. Schoemberg attacca sul finale, sorrido una smorfia. Giù il sipario.

 

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