Una vecchia puttana

10 novembre 2013 § 1 Commento

Una vecchia puttana mi guarda, mentre passo su via Panisperna all’incrocio di via dei Capocci.

E si, che a via dei Capocci le puttane ci stanno da sempre.
Messalina esercitava li prima della Merlin.
La signora, sulla sessantina, mi guarda. Mi vede tristarello, come son d’uso da qualche tempo.
  • Giovinò
Giuro mi ha chiamato “giovinò”
  • Se lo famo un giro?
Non è vecchia, penso, è vintage. Ha un dizionario preso dai film neorealisti. Un che di popolano ma colto e manierista.
  • No signò, oggi non è aria
Rispondo io come immedesimandomi in quella strana scena di film in bianco e nero.
  • So io come fatte tornà er sorriso
E infatti io sorrido e non so più in che epoca sono.
Mi sembro Ninetto Davoli impacciato con quel sorriso ebete. La signora, oltre alla sua età, non è certo una bellezza, ma ha una dignità sfacciata che non riesco a trovarci nulla di volgare. 
Il suo sorriso è lo stesso delle signore al mercato.
  • C’è st’arzilla che ancora nuota Giovinò.
Ma fuggo veloce dal banco del pesce per i troppi doppi sensi a disposizione.
La signora è arzilla, direi fiera della sua merce, esposta sul banco del suo reggiseno nero col pizzo che sporge dal vestito aperto, un vestito a fiori con i bottoni che io me lo ricordo in bianco e nero.
Ho immaginato di dirle di si, di accettare la sfida.
Di farmi tornare il sorriso, che tu signò lo dovresti sapè come funziona.
Quanti militaretti hai fatto sorridere, quanti amori ancora ti porti, da quanti anni.
La immagino bella trentenne e io appena maggiorenne, io timido, la prima volta, come s’usava in bianco e nero.
Lei mi avrebbe preso la mano, la mia sudata avrebbe ghiacciato quella stretta calda e morbida, materna.
Saremmo entrati al numero ventisette, il secondo portone, sulla sinistra.
Lei avrebbe profumato di borotalco e acqua di rose. Per le scale odore di frittata. Minestrone, anche.
Saliamo al primo piano.
L’appartamento è carino e garbato, se togliesse tutti quei drappi e quelle scialli lasciate su ogni fonte luminosa.
Le persiane chiuse. È mezzogiorno ma li dentro il sole è appena tramontato.
La seconda porta a destra è il bagno, me lo indica con gli occhi, con una bella vasca in ceramica di quella coi piedini sotto e i rubinetti di rame.
La successiva si dischiude al nostro passaggio. Il copriletto è a rose rosa in bianco e nero, le lenzuola invece bianche. E profumano
La guardo impietrito e sorrido. Lei si apre il vestito, tira fuori le pronunciate mammelle e accompagna la mia mano verso quella destra.
 
  • Giovinò allora? Se lo famo sto’ giro. Non sai che te perdi…
 
No grazie signò, non è aria. 
Torno a casa che è pomeriggio le sei, sulla Palmiro Togliatti si affacciano bambine bionde con push-up e jeans leopardati.
Il profumo e il bianco e nero se ne va col rumore e l’odore di smog e i colori fluo dello smalto. La ragazzina con l’aria triste mi guarda, non mi dice niente, il suo sguardo diventa di sfida, si gira e mi sculetta davanti. Proseguo con un gusto amaro, sulla mercedes accanto a me un uomo sulla sessantina, decisamente brutto, puzza di sigaro esce dal finestrino mentre lo abbassa. La bambina mi guarda con odio e sale sulla mercedes.
Del bianco e nero rimane il nero e il rosso di rabbia, come i fanali in coda sulla Palmiro Togliatti.

 

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