Ritorno

22 settembre 2013 § 1 Commento

Ho trovato il dolore ad aspettarmi a Berlino, come il prendere coscienza che quello che percepivi era solo l’effetto di arto fantasma di quella gamba tagliata via con la cancrena.
Zoppo di non so cosa. Ma zoppo.
Un lutto silenzioso e violento mi ha afferrato da dentro in ogni momento di solitudine, nella coscienza che, insieme alla gamba, mi hanno strappato via anche casa. Non la casa, io che tra un po’ dormo sotto i ponti senza neanche chiedermi ne dove ne perché. Ma casa. Casa senza articolo. Come un’allergia apolide che non consente più di ritrovarsi, ormai puoi solo, semmai, esserci. Sono qui. E quel qui è un qui qualsiasi che non prende alcun colore. Nessun luogo. O meglio ogni luogo. Casa mia è everywere o neverland. Che differenza fa. Ci passo attraverso con lo sguardo, la fantasia, la poesia, guardo, osservo, mi indigno e mi entusiasmo. Quasi mai mi difendo. Mi lascio attraversare dai luoghi alla stessa maniera in cui io attraverso loro. La mia valigia è sempre più leggera. Una volta mi sarei sentito orgoglioso di questa affermazione. Ora mi racconta solo di quel vuoto, quell’arto mancante. Manco a me stesso. Mi manco. Mi manca quello in cui ho creduto, quello a cui mi ero abituato a credere; e ora che sono così simile a Daniele mi accorgo che Daniele è zoppo. Oh sì, so correre meglio di Pistorius, io che la mia vita l’ho riempita di protesi fittizie. Ho le gambe fatte di aria e le braccia d’uccello, io. Ma non me ne sono mai fatto accorgere. Quando, però, tolgo l’artificiale, quando prendo coscienza che il mio arto mancante è solo un fantasma, precipito senza speranza. Prendi una corda, mettila in terra e camminaci sopra; un bel canapo di quelli grossi, che ci potresti rigirare la Concordia. Mettilo a terra e camminaci sopra. Sorridi, è un gioco da ragazzi. Eppure la stessa superficie calpestabile già a cinquanta centimetri da terra diventa sfida. A due metri diventa incidente inevitabile. A dieci morte sicura. È la stessa corda. Hai la stessa capacità di camminarci, la stessa identica probabilità di non cadere. Ma a terra non cadi e a dieci metri precipiti. Ecco io ho fatto il contrario. Io so camminare a dieci metri da terra ma stare a terra mi uccide.
Sono stato a Berlino per fare i conti, consegnare la dichiarazione dei redditi 2012 e mi sono trovato a Neverland a dichiarare la mia bancarotta. A fare i conti con me.
Belli i miei rincominci, dicevo.
Bello partire da zero. È la posizione più sicura da cui puoi muoverti. E io invece, adesso, precipito. In un volo fantasma come il mio arto. Un volo che non vola. Sembra volare.
La valigia è quasi vuota. E nonostante ciò non ho usato tutta la biancheria. Posso arrivare ancora a meno. Posso arrivare a zero.
Allora eccolo il mio zero mentre torno da nowhere per nowhere.
La valigia è vuota. Ho regalato, lasciato, scordato tutto. La mia gamba finta sta all’ufficio oggetti smarriti della stazione di Neukoelln.
La mia camminata storpia è dritta e sicura, vado dal nulla al nulla.
Ora lo so.
Ho tradito. Ho tradito me stesso per necessità di farmi credere non zoppo. Normale.
Io non sono normale, io posso camminare soltanto con una gamba sola, a dieci metri da terra.
A terra, non ho luogo.
La mia valigia è vuota. Non ho più niente da regalare, niente da dare, niente da restituire, niente da dimenticare.
Ora ho bisogno di amore.
Non di amare. Di quello non ne ho più.
Non posso più dare poiché non ho niente.
Posso solo prendere.
Poco mi basta.
Non ho più neanche la valigia.
Mi basta quello che posso tenere tra le mani.
Che le mani mie sono quasi nuove.

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