Un’insolita vendetta

27 febbraio 2013 § 1 Commento

Aveva pianificato tutto nei minimi dettagli. Il giorno prima si era recato in banca e aveva prelevato fino all’ultimo centesimo. Il biglietto aereo lo aveva fatto già da giorni, prevedendo il prevedibile. Tramite una agenzia su ebay aveva fatto uno stock di tutti gli oggetti in casa ed erano stati trasferiti in un deposito da dove sarebbero stati venduti. Solo due magliette e due jeans aveva mantenuto. Il lunedì sera seduto in un bar guardava ridendo la TV. Era chiaro, sin dal primo momento, pensava, che lei non lo meritasse affatto uno come lui. E pensare che le aveva pagato sempre tutto, fino all’ultimo giorno, anche se Mario, l’amico di scuola, quello che adesso faceva il commercialista, aveva tentato in tutti i modi di dissuaderlo. “Non voglio avere nessun debito con lei, nessuno. Lo so le ho girato per anni gran parte dei miei guadagni e quello che ne ho ricavato è questo. Ma non me ne importa, è acqua passata”
Ridacchiava fra sé, ripensando agli ultimi anni, mentre si gustava l’ultimo caffè al Bar Marcelli, sotto quella che era casa sua. La mattina dopo, presto, firmava l’atto di cessione dal notaio e col suo zainetto e la valigia con 680.498 € si recava all’aereoporto. Prendeva l’aereo almeno due volte a settimana, così conosceva praticamente tutti ai controlli di sicurezza, salutò sorridendo e strizzò l’occhio a Massimo, il cognato finanziere. Lui sorrise e abbassò lo sguardo nascondendo un filo di commozione. La mattina dopo si svegliò come un uomo nuovo, prese i suoi soldi, andò in banca e il signore dalla faccia scura e dai denti bianchissimi, il direttore, lo accolse calorosamente parlando in francese. Dopo il deposito, andarono insieme a parlare con Adowa, la bellissima ingegnere dalla pelle d’ebano. Si era già occupata lei di trovare il terreno e in due settimane i lavori del nuovo ospedale erano partiti. Sette mesi dopo, l’inaugurazione con i migliori macchinari possibili, quelle macchine che si era fatto mandare dal suo posto di lavoro, l’azienda locale fallita, scambiandoli con la propria liquidazione, mai pagata, in quanto principale creditore. Il miglior ospedale di tutto il corno d’Africa era aperto, solo medici locali, anche se avevano tutti studiato e si erano formati accanto ai migliori luminari italiani.
Sergio tirò fuori il suo vecchio libretto universitario, dove conservava gli appunti. Su un foglio aveva calcolato che con la sua carriera di chirurgo aveva versato alla sua amata Italia 1.467.000 euro. E nonostante ciò il suo ospedale era fallito. Ora con meno della metà di quei soldi e con collaboratori giovani e brillanti, aveva un ospedale tutto suo. Sorrise mentre richiudendo il libretto, vide scivolare la sua malconcia tessera elettorale. La raccolse, la strappò e disse grazie con gli occhi al cielo per la sua nuova casa. L’anno successivo il suo staff riceveva il Nobel per la pace per aver salvato migliaia di vite umane per la peste che sconvolse l’Italia nel 2014. I 300.000 € del premio furono donati per il ripristino dell’Ospedale San Giovanni di Roma.

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