Penne

3 febbraio 2013 § 2 commenti

Lei passava distratta, sempre presa com’era dai suoi mille impegni. Il lavoro, la palestra, gli incontri del club, l’aperitivo dal bacaro con Marco, la madre, il marito. Probabilmente in quest’ordine.
La strada della mattina la variava ogni volta, quasi fosse ormai diventato un tic. Era tipico per lei cercare diversivi alla monotonia meccanica quotidiana, solo che le sue soluzioni diventavano esse stesse meccanismi compulsivi.
Aveva girato ogni vicolo dei 12 isolati che la dividono dal lavoro, permutati in almeno trecento percorsi diversi, ed oggi, quasi ad un anno da quando questo nuovo gioco ossessivo era cominciato, gli sembrò di essere arrivata all’ultima combinazione possibile. Girò quindi a destra di necessità e cominciò ad addentrarsi per una stradina strettissima, alzò lo sguardo per annotare in memoria la scritta sul marmo ed escluderla per sempre dai prossimi percorsi. Il nome però non le dispiacque affatto, tanto da creare in lei un movimento di idee che la portarono a pensare che, forse, dopo tanto peregrinare, quella potesse essere una strada che nel suo ripetersi avrebbe potuto portarle quel po’ di serenità che la sua mania compulsiva sembrava non darle. Fondamenta dell’Angelo era il nome scolpito nella pietra. E lei si piccò che da li partisse il suo nuovo cammino di epurazione mistica.
I suoi pensieri le furono confermati per dati ponderanti quando, abbassando gli occhi vide in terra quella penna bianca, candida. Faceva da tempo collezione di penne d’anatre e gabbiani, ma le sembrò che una penna così bianca non l’avesse mai vista. Alzò gli occhi al cielo e sorridendo disse a voce molto alta, di modo che di lassù potessero sentirla “Grazieee”
Il riverbero e l’alone della sua voce fu subito amplificato e incanalato dalle strade di Venezia, increspando l’acqua, mentre felice correva al lavoro.
Lui era rimasto a guardarla per tutto il tempo, trattenendo il fiato come se davvero lei, in qualche maniera, avesse potuto sentirlo. Quando lei alzò lo sguardo, prima di correre via, lui si sentì attraversare da un brivido, una sensazione mai provata. I suoi occhi accesi, vivi, se li sentiva addosso coma mai fin’ora a nessun essere umano era stato concesso.
Rimase lì sospeso, in bilico per tutto il giorno e tutta la notte, e lui, che pur ne conosceva il ritmo, si accorse per la prima volta del senso di eternità che percorre il tempo di un’attesa. Alla mattina sembrava un millennio. Aveva sentito di nascosto i suoi pensieri, e quel giuramento gli sembrò promessa ma lei non arrivava. Poi una voce “Zio can” lo fece ritrarre, era lei, di corsa, “Xè la prima vota che fò tarda”. Lui si ritrasse immediato, lei come sentendolo alzò lo sguardo “Oii tì, và in mona, non ta ritrovavo miga” e sorrise. La donna guardò in terra e il suo sorriso svanì. Non c’era nessuna penna. Lui allora si rese conto che forse la perdita del giorno precedente, di cui tanto si era preoccupato, fosse un messaggio, una missione.
Si fece coraggio e mentre lei ancora non abbassava lo sguardo fece cadere un’altra delle sue piume.
Lei la vide ondeggiare lieve cullata dal vento e si irradiò di un sorriso che lui temette potesse farlo cadere.
“Grazia ancòr” gridò lei ridendo e corse via.
Il terzo giorno il codice era acquisito. Il quarto era schema, il quinto certezza. Mentre lei collezionava penne lui ad ogni piuma che perdeva si sentiva sì svuotato di quel po’ di spirito, di etere, come lui lo chiamava, ma si sentiva anche, in un certo qual senso, ripagato in gravezza, in materia. Lei continuò a passare tutti i giorni e ogni candida piuma raccolta, invece di darle quel senso di ripetizione che tanto aveva temuto, cominciò a darle un senso di sicurezza. Si sentiva alleggerita dal suo sentirsi in trappola, incastrata tra i tempi e ritmi del sociale convivere. Il suo tesoro, accumulato, piuma su piuma, la faceva sentire speciale, ricca, di una ricchezza che nessun altro avrebbe potuto avere.
Appena un mese dopo lui si trovò per la prima volta a sedersi sul culmine del campanile della Chiesa dell’Angelo da cui prende il nome quella viuzza. Di laggiù cominciò improvviso a sentire sensazioni di cui, una volta appreso il gusto, divenne sempre più avido. Il sapore dell’aria, i brividi sulla pelle, il freddo che lo raggelava al passaggio puntuale di lei e il calore del suo sorriso e dei suoi grazie.
Lei aveva nascoste tutte le piume in una scatola sotto il letto. Trentatrè le sembravano nulla, ma il tre, numero divino, le dava di nuovo conferma. Inventandosi cabalista, e indotta da quei suoi tic, quelle sue piccole manie matematiche, si diceva che il prodigio si sarebbe compiuto non prima delle novecentonovantanove piume d’angelo.
Lei ne voleva sempre di più e lui voleva sentirsi sempre più vivo e appagato, non più sospeso fra due realtà parallele. Fu così che Angelo cominciò ad accelerare il passo. Lo strappo era doloroso, e più di tanto non poteva, ma aveva considerato un tempo più che accettabile lo scorrere di un anno e il dolore abbastanza sopportabile da concedergli di strapparsene a tre a tre. “Grazia ancòr anzoeto mio” gridava la ragazza ogni giorno, che sapeva far di conto e, conoscendo il tempo, sapeva quanto passa in fretta un anno a quarant’anni, soprattutto se hai passato gli altri ad aspettare quello che non arrivava mai. Ora però aveva le sue penne, novanta al mese, tre al giorno per trenta giorni.
Le ricontava ogni sera, aveva il panico che qualcuno potesse scoprirgliele o rubargliele, o che lei stessa non fosse così precisa nella raccolta. La sessantaseiesima mattina decise che la sua scatola non era più sicura, così rientrò in casa con un grosso baule in ferro che aveva trovato da un robivecchi vicino a Rialto, un forziere da tesoro a cui subito appose due pesanti lucchetti e trasferì tutti i suoi pezzi d’angelo in cantina. Angelo circa un mese dopo, sfiancato dall’autosacrificio quaotidiano stava per rinunciare al suo intento, quando una bambina, seguendo un pallonciono che aveva perso, lo aveva guardato dritto in faccia “Angelo” gridò strattonando la madre che non si degnò neanche di voltarsi “Si Camilla, x’è andato dall’anzel el tu palon. ‘Nemo ora”.
Era stato visto, Angelo aveva un corpo ed era stato riconosciuto per tale, si era rispecchiato senza dubbio nella voce della bambina e nel suo sguardo. Ciò gli diede una tale sensazione di vigore fisico che quasi il dolore gli sembrò sparire per ogni amputazione successiva. Diventava ogni giorno più vorace di vita, cominciò ad agire nel mondo, spesso ancora non visto, ma finalmente poteva cambiare le cose, anziché restarsene mero osservatore sperando che qualche illuminato ascoltasse la sua ispirazione. Divenne ingordo di mondo e di gente.
A febbraio riuscì per la prima volta a camminare, il freddo del selciato umido gli provocava una strana sensazione ai piedi, e capì che era di corpo che aveva veramente bisogno. Scese quindi fra la gente che quella notte era però irriconoscibile; sembravano tutti usciti da tempi passati, o da storie di altri mondi. Qualcuno lo urtò accidentalmente, un uomo vestito da Arlecchino, visibilmente ubriaco, invece lo spinse volontariamente, facendolo scivolare in un canale. Lui si spaventò mentre gli altri invece ridevano. “Zè cascà un Ànzolo”.
Si accorse così che il passo era fatto, anche se l’acqua ancora non poteva bagnarlo, ma lui aveva sempre più voglia di sentire tutto il sensibile; anche il dolore.
Cominciò così a tirarsi via tante più penne quante poteva e Maria, la donna che lo aveva cambiato, perdendo la conferma di quante ne avrebbe trovate cominciò a diventare sempre più ansiosa e vorace, aveva paura che qualcuno potesse essere arrivato prima di lei e portatele via le penne.
Gli ultimi giorni furono un inferno, Angelo non era mai soddisfatto, aveva sentito prima l’odore di piscio nei canali, poi aveva avuto l’istinto di abbandonarsi fra le braccia di una americana ubriaca vestita da Colombina, il piacere fisico lo tormentava, aveva mangiato il suo primo cicchetto e si era ubriacato al primo goccio di vino. Maria invece ormai era fuori di sé, novecentosei ne aveva contate e non chiudeva occhio da tre notti. Non andava neanche più al lavoro, passava tutto il tempo fra il vicolo e lo scrigno, ossessionata, impazzita.
Dieci giorni dopo, un martedì, Angelo si strappò l’ultima penna, scivolava giù lentamente come se non volesse staccarsi dall’elemento celeste a cui apparteneva; soffiata dal vento la piuma cominciò a incanalarsi fra le vie strette, quasi sfuggendo da Maria che la inseguiva urlando e piangendo. Angelo provò quella notte un dolore diverso. Con i piedi per terra non riusciva più a trovare quegli occhi larghi e quel sorriso che lo aveva conquistato qualche mese prima. Sentiva ancora di amare Maria ed era felice di essere diventato uomo per lei, ma Maria sembrava al contrario essersene volata via e aver abbandonato il corpo di quella donna ingorda che lui non sapeva più riconoscere.
Maria raggiunse l’ultima piuma pochi minuti dopo, era finita in un rivolo di scolo di una vecchia casa, lei la raccolse e la strinse a se lorda e infetta come se fosse il più grande tesoro. Novecentonovantanove. Maria rise nella sua follia e corse a casa. Angelo cercò di starle dietro, ma fra i vicoli e la gente si accorse subito di quanto fosse spesso faticoso trascinarsi dietro un corpo di ottanta chili.
Fra la folle urlante e l’uomo nudo, la gente si disponeva impietrita ai lati delle strade, si fermava sui ponti, qualche turista faceva delle foto. I più trovarono lo spettacolo di cattivo gusto, ma sono cose che capitano durante il Carnevale. Maria era giunta a casa con largo anticipo quando Angelo la raggiunse.
“Quelle piume sono mie” disse Angelo, sperando che il senso del dono riportasse a lui la sua Maria.
Maria si voltò spaventata. “A no caro mio, sono mie, solo mie, tutte mie, e finalmente tutti vedranno l’angelo che non hanno mai riconosciuto”
Srotolò un bianco mantello su cui aveva cucito tutte le piume, se lo legò al collo e saltò dalla finestra.
Angelo poté sentire solo il rumore sordo delle piccole ossa che si schiantavano sulla fredda lastra di marmo che costeggia il canale. Rimase così, anche lui impietrito, freddo, pesante, immobile e solo. Ora sapeva di essere mortale.

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