L’errante orrido viaggio

30 gennaio 2013 § 1 Commento

Non riusciva a ricordare da dove fosse partito e perché. Erano circa due anni, questo lo ricordava, ma, prima, tutto sembrava risucchiato in un tunnel nero, lo stesso tunnel dove si trovava adesso. Quella fottuta sensazione di luce sul fondo, insensatamente, continuava ad attirarlo a se. E lui non sapeva più se stava andando o se stava semplicemente lasciandosi trasportare. Tutte le percezioni sembravano mutare lungo il cammino, questo cammino lungo, lunghissimo, infinito. Ma più il cammino e quindi lo spazio percorso e quindi il tempo passato si dilatava, più le cose come le conosceva venivano necessariamente ricapitolate. Alcune sembravano addensarsi in punti definiti, immediate e veloci, a costruire montagne di senso e di importanza, poi, necessariamente, venivano superate e rivalutate dalla distanza, sminimizzate dalla distanza fino a diventare fastidiosi puntini prima e il nulla assoluto poi.
Altre cose sembravano invece essere ancorate per un capo all’origine; quale origine, sappiamo, lui l’ignorava. L’altro capo rimaneva invece saldamente legato a lui, e l’effetto era quello di una materia elastica adattiva, resiliente, la forma perdeva forma, cambiava si allungava infinita fino a diventare sottilissima sensazione, appena l’accenno di un colore. E striati i fianchi diventavano sorta di flebili arcobaleni, incapaci di ricordare la luce del sole da essi rifratta, e i colori si sovrapponevano, rimaneva il senso ma nessuna, nessunissima forma capace di dare appiglio.
Si trascinava, gli sembrava ormai e trascinarsi gli sembrava l’unica possibilità. La volontà, come la ricordava, se la ricordava, apparteneva al ricordo, al passato. Nessuna spinta. Anche la luce che prima gli sembrò scopo, divenne piano speranza e poi miraggio. O sogno? Potrebbe essere ma la sensazione di tempo trascorso era l’unico dato distintamente intellegibile per poter essere un sogno. Coma? Non credeva che un coma potesse mai portare con sé questa percezione di corpo trascinato, questa fatica fisica, e reale movimento di quello che era sicuro fosse un corpo, il proprio corpo.
Spesso faceva riferimenti al corpo per darsi una collocazione. Il tunnel gli sembrava così perfettamente rappresentarsi come un intestino. E lui era la scoria. Divorato dalla vita, veniva ora elaborato nell’attesa di estrarci quel po’ di energia pura, fra la merda. Forse è per questo che i cattolici lo chiamano purgatorio, pensò, e continuò ad andare verso la luce.

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