L’ombelico del mondo

3 novembre 2012 § 1 Commento

Mi piaceva perché aveva il sorriso facile e gratuito, di un tipo diverso che non avevo mai visto. Sembrava arricciare il naso per poi distrarti improvvisamente su due enormi laghi di occhi, dolcemente umidi, facilmente compiacenti ed invitanti. Il profumo era anch’esso sincero, mai distraente. Era come se ogni richiamo puntasse su un ideale centro cosmico che si concentrava sul suo ombelico. Dio quanto amavo il suo ombelico. Cominciava sempre a carezzarsi la pancia, proprio intorno al suo ombelico. Il centro di ogni nuova esplorazione partiva da li. La sua pancia era tonica ma calda, morbida. Dopo l’amore spesso rimanevo a dormire, non con lei, ma su lei. Il suo respiro ripercosso su quel cuscino dolce mi cullava in un sogno fatto ancora dell’odore fresco del nostro sesso. Al di sopra il suo torace era il mantice vitale del nostro fuoco, gonfiando e soffiando la passione, guidando i fianchi in dolci tempeste o in impetuose risacche. Quando tratteneva il fiato era come se risucchiasse tutto me da qualsiasi sua apertura, si contraeva e mi graffiava la schiena di brividi e convulsioni che non sapevo riconoscere se mie o sue. Salendo ancora il suo seno creava mondi paralleli fatti di percorsi infiniti. Tondi e sodi, non grandissimi, mi chiamavano come gattini a condividere il loro gomitolo srotolato, perdendomi nel rosso labirinto delle loro auree miracolose. Il premio in cambio era comunicato sincero e schietto come lei, nell’ergersi e contrarsi dei neri capezzoli, imploranti i miei baci e le mie dita. Ancora salendo, secondo una delle infinite possibili prospettive che ogni giorno sembrava reinventarsi, il suo collo lungo conduceva a infinite gite fuori porta fino a perdersi nella scura foresta dei sui capelli, umida della rugiada del suo amarmi in quelle notti d’estate. Non aprire gli occhi, non aprirli. E invece li aprivo e lei mi guardava dolce di un languore insopportabile per il mio corpo, sul suo, nel suo. Era come se la mia penetrazione mi venisse restituita attraverso quelle finestre e il nostro piacere impazzisse moltiplicato fra specchi dirimpettati. E allora scendevo esausto lungo le braccia candide, sempre rivolte a mostrarmi il pulsare nuovo, così raddoppiato, del suo sangue e del mio nei cuori incessanti e impazziti. Con le dita morbide mi riconduceva al punto di partenza e mentre io riassorbivo le energie attraverso il suo centro passava a farmi contare ogni punta dei miei capelli, a far sentire un po di vita anche alla parte più inanimata del mio corpo.
Ma bastava poco e la pancia e il respiro mi facevano scivolare verso la sua rosa di miele, a cui mi attaccavo avido come un orso bruno all’alveare, incurante delle api e delle sue unghie conficcate nella mia nuca. Le cosce nervose cominciavano ad agitarsi come tentacoli di piovra, che non sai mai se voglia divincolarsi da te o strangolarti inglobandoti per sempre. Gli spasimi diventavano frustate che non sapevo riconoscere per tali, ma lame di luce, energia pura. Si alzavano e si inarcavano a mostrarmi il suo dorso selvaggio ansimante come a volerne inevitabilmente anche lui. Passata la tempesta con il percorso inverso mi trovavo adorante ai suoi piedi e le sue caviglie erano candelabri sacri inneggianti al suo corpo di manna. Amen

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