Noah’s choice

29 ottobre 2012 § Lascia un commento

E’ una settimana che siamo chiusi in questa sala conferenze al terzo piano del Washington Square Village. Quanto non vorrei essere qui quest’oggi. Lo so, stiamo lavorando solo in teoria, fortunatamente non ci troviamo ancora nella situazione di applicare le scelte che stiamo ipotizzando, ma già la sola ipotesi ha dell’agghiacciante.
Ci hanno riuniti qui, scelti fra i migliori zoologi, etologi, biologi di tutto il mondo per operare delle scelte.
Io fra loro probabilmente sono il più accreditato per numero di pubblicazioni, ma quanto a tempra morale mi sento il più incapace tra i più incapaci.
È solo teoria, mi dico continuamente, solo teoria.
Ma io che dello studio ho fatto la mia vita come posso trascurare la potenza, la portata di una teoria, qualsiasi essa sia.
Non si tratta di una chiacchierata apocalittica da titolo altisonante, tipo “Cosa fare in caso di fine del mondo”. Ok si muore, basta e via a ipotizzare rinascite e riconquiste.
No, siamo qui riuniti per operare delle scelte.
Scelte drastiche e definitive.
Fino ad oggi l’Endangered Species Act, ci tutelava da queste responsbilità: ognuno è importante e va preservato, indipendentemente dalla sua posizione nella scala gerarchica. Ora però, negli scenari di crisi e degli enormi cambiamenti su base planetaria che, con tutta probabilità, sono stati già generati dalle nostre scelte, eccoci forse per la prima volta a fare i conti con ciò che abbiamo provocato. Mentre i nostri politici, seduti sulle poltrone comode dei loro palazzi ci corteggiano, chiamandoci luminari, esperti, competenti, rigirano la patata bollente direttamente nelle nostre mani. James stamattina è crollato si è messo a piangere e ha urlato “Io non ce la faccio più”. Un cattedratico di 76 anni divorato nell’animo dalla sua responsabilità che scoppia a piangere come un ragazzino.
John Faser, psicologo conservazionista, che presiede al nostro concistoro si è trovato costretto a sospendere la seduta “Mi dispiace ma dobbiamo fermarci. È importante riconoscere l’enormità di quello che stiamo facendo. Ci stiamo confrontando con perdite di scala planetaria.”

Dopo pranzo rieccoci qui nel giorno di chiusura del convegno e dobbiamo portare a casa delle risposte.
La prima, innegabile e terribile nella propria evidenza è che non possiamo salvarli tutti. I finanziamenti per la ricerca sono agli sgoccioli e quelli per la salvaguardia ambientale vengono letteralmente dispersi a riparare le falle che le nostre grandi Major provocano nel pianeta.
Se ci mettiamo pure i terremoti e gli sconvolgimenti climatici ci si rende conto che anche se non piove ancora il diluvio è vicino. Datemi un’arca di Noè!
Non è possibile salvarli tutti.
E chi sono io per scegliere chi è figlio e chi è figliastro?
Sto facendo le veci di Dio Padre? Ma io non sono che un fratello, umile fra gli umili. Fratello Sole, sorella Luna, allontanate da me questo calice.
E invece tocca berlo, tracannarlo come si fa da bambino per gli sciroppi troppo amari.
E allora via con le scelte e l’applicazione amorale e ineluttabile della triage. Come generali in battaglia dobbiamo scegliere quali feriti curare, quali riportare al campo e quali lasciare miseramente marcire in trincea.
Siamo i membri della Wildlife Conservation Society e dobbiamo scegliere a quali specie terrestri rinunciare.
Siamo divisi, lacerati, aggrappandoci con le unghie ai nostri studi e alle nostre ricerche.
Gli evoluzionisti portano come bandiera la maggiore diversità genetica per poi far lasciar fare tutto al cammino della Natura; i condor della California sono una rarissima permanenza del pleistocene, mentre di galli e galline ce ne sono specie infinite. Ok, signori, quale vi piace di più l’amburghese o la faraona? E che gli altri abbiano a farsi strada attraverso la dura legge Darwiniana.
I funzionalisti, più pragmatici, guardano invece al ruolo che le specie ricoprono nel loro ecosistema. Alcuni grandi predatori, ad esempio, sarebbero più degni di sopravvivere in quanto regolatori primari per la demografia di parecchie famiglie animali, a dispetto di quei pesci che se ne stanno lì da sempre nei loro lontanissimi fiumi orientali a non dar fastidio a nessuno. Se non ci fosse stato qualcuno puntiglioso fra noi ad averli scoperti, a quest’ora non ne staremo neanche a parlare. Però questo oppone varie resistenze all’orientamento di prima, e via a disquisire e a lacerarsi le vesti in nome di una giustizia meramente teorica ed umana.
Dopo una settimana siamo arrivati a concordare un approccio super partes che secondo rigidi controlli matematici lasci al mero calcolo la scelta più difficile.
Mi tremano le mani mentre redigo il verbale, ma ormai non c’è più nulla da fare. L’uccello delle tempeste cenerino deve morire.

(liberamente tratto da “Quali specie vivranno?” aricolo di Michelle Nijhuis sul “Le Scienze” ottobre 2012.

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