Cento e una notte – Notte n.36

28 ottobre 2012 § 1 Commento

Scrivo improvviso e irrefrenabile come fossi spinto a toccarmi da un’improvvisa e irrefrenabile pulsione sessuale.

Qualcosa mi tira al centro del petto proprio sotto lo sterno, come il pene prima di una liberatoria polluzione notturna, dopo una astinenza troppo lunga e non voluta. Sono quindici giorni che non tocco il mio taccuino, quindici giorni senza suonare neanche una nota. Quindici giorni di esilio volontario sull’isola sicana di inutile eremitaggio, che non hanno portato a nulla. Anzi, a bordo di questa nave, faccio rotta verso l’esatto punto di partenza che un anno fa mi ha spinto a partire, il punto più doloroso. Mi faccio coraggio dicendomi che questa volta non farà così male, sbiadendo i contorni di ogni ricordo, di ogni coscienza di ciò che mi aspetta, ancora. Mi appresto al ritorno come quando fiducioso e spavaldo allungavo il braccio alla mia ennesima seduta chemioterapica. Questa volta non farà così male. Guardo negli occhi l’amorevole infermiera dai capelli verde bandiera (amica mia sarda di cui non ricordo neanche il nome ma ti ricordo materna e consolatoria) mentre cerca sotto i morbidi polpastrelli sapienti ed esperti, l’unica vena ancora buona per la somministrazione. Non farà così male. E invece la mente e la fiducia non possono niente con un corpo stanco della propria sofferenza. E al solo avvicinarsi dell’ago, vomito. Prima che qualsiasi effetto chimico possa causarne la reazione. Ma tant’è: vomito.

Vomito al solo pensiero del rivedere le solite spente facce dei miei clienti, che mi chiedono l’oblio della mente attraverso la proiezione dell’ennesima replica dell’unico film di Van Damme che possegga in archivio.

Vomito al suono del nuovo missaggio della musica che ci hanno rubato.

Vomito all’idea di farmi tagliare di nuovo la strada dal deficiente sulla Smart, che non rischia di investire il bambino con lo zaino che potrebbe attraversare da un momento all’altro, solo per il fatto che il bambino ha già rinunciato ad attraversare, e resta lì sul ciglio della strada, stupito e sgomento ad osservare un mondo adulto che non può capire.

E non c’è niente da capire. Vomito davanti al baratro del tuo vuoto. Torno al punto di partenza, ma tu non ci sei. Se io fossi di ghiaccio e tu fossi di neve, almeno sentirei freddo.

Chi sei, dove sei, chi sei, dove sei.

Le tue facce mi scorrono davanti sfocate e inarrestabili come i bossoli delle slot machine del casino di questa nave, dove le signore mie compagne di viaggio sfogano la loro noia.

Bar, bar, bar.

L’unica cosa che credo possa aiutarmi è l’ennesima dose chemioterapeutica di alcool e zuccheri, ma il mio corpo è troppo stanco e vomito al solo vedere riempire un’altro bicchiere.

Fluttuo inutile come questo gigante di ferraglia su un Mar Tirreno che il cielo, oggi, rende di mercurio e piombo. Tossici e terapeutici come la mia endovenosa. E l’anima mi si rapprende attorno alla cicatrice del mio linfoma che non c’è più, o attorno al tuo vuoto. Proprio al centro del petto, sotto lo sterno.

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