Lei

13 ottobre 2012 § 1 Commento

Lei non era contenta, lo si capiva dalla lentezza con cui la mattina si vestiva. La stessa lentezza conservata fino a sera per riportarsi a letto. La sera neanche si spogliava più. Si trascinava dal divano al letto verso le tre di notte, dopo aver dormito già per metà in posizione supina col libro crollato sul petto, il suo bel seno lo sosteneva ancora con una dignità noncurante della stanca portatrice. Stanca e scontenta. Era lì nella sua quarantina, in quel bivio che per i maschietti sembra una seconda adolescenza, mentre per le femminucce ha tutto il peso di un rendiconto, di una verifica di fine corso. La storia, la sua storia, era ormai finita da diciotto mesi e le aveva lasciato la gioia di una bambola addormentata nella camera accanto e tutta la stanchezza di doversi vivere da sola cotanta gioia. I piatti della cena rimanevano sempre sporchi fino alla cena successiva, quando preparava amorevole il pasto per se e la sua dolce creatura. Aveva finito di aprire gli ultimi scatoloni del trasloco solo quattro giorni prima. Faceva i conti con se stessa non la notte, troppo stanca, non la mattina, troppo indaffarata ad accompagnare la piccola a scuola, con la sua bella merendina preparata con cura, omaggio a chi prima di lei aveva riservato le stesse attenzioni a quella giovane donna quando era bambina, di madre in figlia generazione dopo generazione senza soluzione di continuità; faceva i conti con se stessa alla guida della sua auto, in mezzo al traffico, in quelle due inutili ore passate a raggiungere posti quasi senza spostarsi. Da casa a scuola, da scuola al lavoro, dal lavoro ai nonni, dai nonni a casa, in un ciclo continuo da generazione a generazione senza soluzione di continuità, senza soluzione. Ad ogni semaforo alzava gli occhi allo specchietto, quegli occhi profondi, scuri e belli. Si guardava incapace di commiserarsi e si sorrideva tra il rassegnato e l’orgoglioso. Sono bella si diceva, serena, e appena un meschino “ancora” voleva andare a rovinare la frase lo scacciava spavalda rassettandosi il bel seno sotto il decoltè. Ma il suo orgoglio doveva quotidianamente rispondere alla sua tristezza seduta sempre lì accanto, sul sedile di destra, quello vuoto. La vita può essere difficile per una donna sola. Ma l’individualità diventa una mera ipotesi quando hai accanto l’amore della tua vita, il tuo unico vero amore, il frutto genuino e bello che sei riuscita a creare e che ora devi coltivare e far crescere con tutto l’amore di cui sei capace. E così ogni sera, salutata la madre, si faceva stritolare dalle piccole braccia pronte a saltarle al collo, e si faceva invadere il tempo che rimaneva dai mille racconti, dalle avventure, dalle incredibili scoperte della giornata. E i sorrisi reciproci degli occhi stupiti, rispecchiati identici a una generazione di distanza ripagavano ogni stanchezza e facevano tornare la gioia in quella casa. Un gioia fortissima, privata, intima e indissolubile fra carne della stessa carne e spirito dello stesso spirito. Non accendevano mai la televisione a casa, madre e figlia rimanevano incantate ad ascoltare i propri reciproci racconti e a leggere la poesia più bella che nessuno abbia mai scritto. Con gli occhi sgranati di felicità e le guance rosse di emozione la piccola mostrava un foglio a quadretti un po’ sgualcito, dove con un viola intenso, rubato probabilmente all’orchidea che ornava il tavolo della cucina, aveva scritto “Ti voio bene MAMMA”

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§ Una risposta a Lei

  • angi ha detto:

    Senza parole e con le lacrime negli occhi, Grazie Daniele…hai raccontato la mia vita… Con altre sfumature, mi sono rispecchiata.Grazie

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