Cento e una notte. Notte n.34

4 ottobre 2012 § 1 Commento

Le luci del cinema si riaccendono e rimango seduto, immobile, con grandi difficoltà a rientrare in una realtà diversa da quella schermica. La musica di Hisaishi risuona ancora, mentre le luci della sala bruciano i nomi di sconosciuti giapponesi che scorrono per non essere letti in una sala ormai vuota.

Yakuza,cancro, un uomo disperato che rincorre un ultimo futile desiderio. Ma tutto quello che mi rimane addosso è la scena dell’aquilone, a pochi minuti dal finale. Kitano dopo aver tradito il corpo di polizia di cui faceva incorruttibilmente parte fino ad allora, e aver combattuto e ucciso ogni mafioso che gli sbarrava la strada, arriva finalmente a compiere la sua ultima missione, portare la moglie morente a vedere il mare, cosa che col suo misero stipendio di lige controllore dell’ordine non era mai riuscito a fare prima.

La scena è sottolineata solo dalla risacca, la sagoma della donna che fissa il mare, Takeshi in piedi alle sue spalle. Unico movimento una bambina che corre inutilmente avanti e dietro trascinando a terra un aquilone che non vuole alzarsi. Takeshi prende l’aquilone alzandolo da terra e invita la bambina a prender la rincorsa per permettergli il volo. La bambina corre, il filo si tende, Kitano non lascia la presa e l’aquilone si straccia. La comicità della scena arriva come un schiaffo in faccia a sottolineare il dramma. Io mi sento così, assurdamente disperato da non far neanche piangere. Sono comico, goffo e paradossale. E rimango seduto a farmi strappare l’anima da quel filo a cui non voglio lasciarla andare. Legata al filo, legata al petto, può solo stracciarsi mentre tutti ridono. Sono un buffo signor K. che szampetta a pancia in su. Comico da morire se il violoncello non iniziasse la melodia straziante del tema di Hana Bi.

Seduto sulla mia poltrona di velluto rosso proietto la mia situazione inconcludente. Teresa non è venuta alcinema neanche questa volta. Sta studiando. E io non mi muovo. Rimango immobile sul mio sedile damascato, lasciando che la corsa di una bambina mi strappi il cuore.

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