Cento e una notte. Notte n.33

21 settembre 2012 § Lascia un commento

Lisergico ma non letargico il paesaggio deserto di questo paese alle due di notte mi mette più piedi per continuare a camminare di quanto sonno per andarmene a letto. Io, i gechi, le zanzare e il vento. Cammino per il centro fra i palazzi antichi e l’odore del mare arriva filtrato dal marmo e dal tufo delle case. E le foglie ed i frutti impietriti nelle volute barocche, sembrano già conditi di sale e pronti per un pasto onirico. Una fontana con poca acqua singhiozza a fiotti il malumore di una terra arsa, mentre il profumo della vendemmia appena iniziata invoglia a bere. Acqua di mare e di vino come le mie lacrime di questa notte, che nessuno scirocco può asciugare e che nessuna sete possono sciogliere. Un coro greco mi segue, mi insegue, ripetendo il fasto e la caduta della mia tragedia, fittizia e recitata come ogni umano testo. La maschera mi rimane impigliata ai capelli e non c’è modo di scioglierne il nodo. The show must go on. E io avanti cammino. Un gabbiano (sei Johnatan o il cacone?), sperduto quanto me, mi nota appena, tanto sono impalpabile nel mio quasi esser ombra. Quanto peso mi manca, quanta zavorra, affinché il mio peregrino volo sia sicuro e orientabile, se non orientato. Mi hai lasciata solo sulla mongolfiera, la stessa a strisce verdi rosse e blu di quando ti incontrai la prima volta, a sei anni. Eppure nella mia inutile leggerezza fluttuante non riesco ad andare più su dei tetti malconci di questo lungo cassero siciliano, infinito. Per ironia mi trovo sempre troppo vicino al basolato lucido e non posso fare a meno di guardarmi in faccia. O meglio, per non riuscire a guardarmi in faccia, perché fra me e lo specchio rimane sospesa una antica maschera greca di tragedia. Scatarro il disgusto del mojito scadente di ieri, senza catarsi. Il coro si trasforma in quello di un film di Woodie Allen, cominciando a litigarsi i risvolti comici di ogni mia pippa mentale. Un ultimo sguardo al manto stradale per riuscire a rintracciare almeno, dai fori deformi della maschera, i miei occhi. In maglia nera e neri pantaloni di tuta, di due misure più grandi, quelli che indossi come una coperta di Linus per consolarti nei giorni no, accoccolato sul divano. Lo spicchio di luna al primo quarto comicamente mi cinge a mezza aureola, e il cono d’ombra disegna perfetto un cappello, sul pavé marmoreo e riflettente dal mio occhio cade una lacrima che assorbe a posta la selenica luce. Pierrot lunare di un circo di folli che non fa più ne piangere ne ridere. Schoemberg attacca sul finale, sorrido una smorfia. Giù il sipario.

 

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