Considerazioni dopo un fortunale

16 settembre 2012 § Lascia un commento

Il silenzio di quel dopo temporale lasciava i vestiti bagnati e i brividi addosso. Il viso anche rimaneva bagnato e arrossato dalle sferzate della precedente tempesta, e tutto, tutto intorno sembrava inerme, inutile nel proprio rimanere tracciato dalla forza della natura. Come opporsi? Le cose vanno così. Chi sei tu per decidere che faccia bello o brutto, che tu sia bello o brutto, se ciò che fai sia bello o brutto. Il bene, il male si rimpastano nel fango, portato sì dalla pioggia, dalla furia del tempo, ma accompagnato, imbrigliato e convogliato sull’asfalto che tu stesso hai steso, progettato, fuso e appiccicato a quello che prima era irregolare, secondo natura, anziché essere regola secondo uomo. Non c’è regola che si detti. Le Leggi, quelle di natura, quelle contro cui non puoi nulla, non si scrivono, non si leggono, non si regolano, possono solo essere annotate nelle loro ricorrenze, tenendo sempre in mente che sia possibile che le loro ricorrenze travalichino di molte lunghezze la durata della nostra vita. E allora lo chiami caso, fortuna. Un fortunale si è appena abbattuto su noi. Lui non c’entra, eravamo noi ad essere lì e gli abbiamo spianato la strada, a volergli dare regola. Tutto in discesa, tutto liscio, tutto squadrato, quasi perfetto. Ma la perfezione non ha nulla di tutto ciò, il mare non è liscio, il cielo non è quadrato, la terra non è più quadrata già da quando era quasi lasciata intera nella propria perfezione. E inventiamo divinità, spiriti maligni. Inveiamo al destino avverso, alla cattiva sorte, al dio della peste, al malocchio, quando il solo occhio a veder male è il nostro nella propria insulsa limitatezza.
Non sappiamo vedere oltre, e ci fa rabbia. Allora guardiamo con rabbia e la vista si appanna, e si vede meno ma si pretende vieppiù ragione. Ragione, ragione, ah sapessi spegner la mia ragione e inchinarmi alla furia della natura, allo scorrere naturale delle cose, e del fango, che io dal fango vengo, ma è lo spirito che mi ha fatto uomo.

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