Cento e una notte – notte n.32

10 settembre 2012 § Lascia un commento

Il vento mi soffia in faccia la sabbia facendo scrubbing sui pensieri più esterni e me ne rimango qui sulla riva. Solo. Oggi sei la natura e mi ricordi di quanto sei bella.
Il vecchio pazzo difronte a me ha infilato due penne di gabbiano ai lati dei suoi occhiali, e mentre il suo sguardo vola attraverso le sue spesse lenti, io ne seguo le traiettorie pindariche attraverso la foschia di un alba notturna di giugno. Anche un gatto mi si ferma accanto incantato dalle acrobazie dello sguardo del vecchio pazzo. Lo vedo guardare il mondo attraverso i suoi occhiali amplificati dal vetro ricurvo, e sento le sue stesse sensazioni amplificate dalla sua mente non lineare. Dimmi vecchio ciò che vedi perché io non so più guardare, dimmi ciò che sai perché io ho dimenticato tutto. Quello che chiamano ragione, una volta splendente, qui sulle rive del Lago di Zurigo, in questa quasi mattina di una domenica vuota, ha perso ogni suo barbaglio, ogni sua scintilla. Tutto è ordinato e lindo, infilato come perle di fiume in un cerchio che non porta da nessuna parte se non intorno a se stesso. Una balia in crinolina conduce una carrozzina in una scena che sembra rimasta impigliata fra i rami di questi antichi salici da settantatré anni, rami intrecciati ad arte da sembrare naturali, con tanta più arte quanto più vogliano sembrare naturali; come il mio settantatré che sembra casuale proprio grazie al suono delle t di cui lo doto per farne musica.
Sull’altra sponda il mio sguardo si riflette in quello dell’uomo che guarda nel vuoto dalla grande vetrata di un hotel. Lo riconosco, quello sguardo. Vecchio questo ancora lo ricordo. E’ lo sguardo delle conseguenze dell’amore che Tony Servillo confonde fra il grigio del cielo e il piombo del lago. Ecco cosa mi ricordo. L’amore e le sue conseguenze, ognuna inseguita come l’intricarsi di questi rami, artatamente intricati da sembrare naturale. Una perla di fiume dietro l’altra per ritrovarmi allo stesso assunto da cui sono partito, catena puntuale, logica, svizzera di causeffetto. Vogliamo dimenticarci, illuderci del suo andare a caso, del suo seguire naturale delle cose, ma tutto è logica e volontà. Volontà di non guardare le bugie di Vanessa, farfalla variopinta e incantevole, anzi incantante. Volontà di non voler sentire la fine di una storia, anche se la musica dei titoli di coda è già partita da un po. Come Moretti in Palombella rossa mi illudo che Omar Sharif faccia ancora in tempo a raggiungere Lara. Questa volta ce la fa! M’illudo ancora una volta.
Il romanzo è già scritto e la scena del film non può cambiare finale solo per un rewind ostinato. E rimango con i piedi a mollo come Nanni incantato dall’illusione che una chiave diversa ci possa ancora essere, che cambiando un piccolo particolare, un secondo della scena le conseguenze potrebbero essere diverse. E’ lei, è lei, voltati, voltati, bussa al finestrino del tram, fatti sentire! Fatelo scendere, fatelo scendere. Corri, corri…
Mentre Zivago si accascia, lo stesso sguardo del cassiere della mafia, si immerge lento, tranquillo, ineluttabile e calcolato, da perfetto ragioniere quale è, verso la fine trascinato dalle scarpe di cemento che lui stesso si è scelto. Perso il contatto col suo, il mio di sguardo si appanna e si perde fra il grigio del cielo e il piombo dell’acqua, ma il volo del vecchio pazzo continua libero, senza conseguenze. Libero. Allora mi accorgo, nel quadretto miniato, dei particolari devianti che il frate gogliardico che lo ha disegnato vi ha nascosto, quale appiglio contro ragione che mi permetta ancora, nonostante tutto, di riconoscerti. Oggi sei la natura, libera e folle sopra le perline infilate dall’uomo e i salici che mimano a perfezione il loro pianto sulla costa ordinata e puntellata di Yacht di lago, inutili e ridondanti, chiusi in un cerchio che non porta da nessuna parte se non intorno a se stesso.
Un oca rimane accanto a me e al gatto, ma rovescia improvvisa il punto di vista. Guarda dall’altro lato, attraversando con lo sguardo la strada che la separa dai suoi pulcini sul prato. Con la pazienza antichissima e universale di qualsiasi madre, vigila sui suoi figli mentre un ciclista distratto percorre il viottolo che li separa da lei. Vigile e pronta al sacrificio se uno solo di quei punti saltellanti piopio, uscisse dalla linea verde perfettissima del prato perfettamente tosato. Anche il suo sacrificio dopotutto sarebbe una ineluttabile conseguenza dell’amore. Improvvisamente un raggio di sole illumina il mio sguardo disgiungendolo da quello del vecchio e mi soffermo su un gabbiano anarcoinserruzionalista che orgoglioso ha ricoperto di guano il ponte di legno lucido di una inutile barca di lago, la più bella di tutte. Il gabbiano, soddisfatto volta le spalle con disprezzo alla sua opera postfuturista, alla sua merda d’artista e nel volo incrocia il volo dello sguardo del vecchio, che incrocia il mio sguardo, e senza dire nulla, ma comprendendo tanto, io e il vecchio ci sorridiamo. Grazie, vecchio, ho capito. Dove non so, ma un posto ci sarà…

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