101 Notti – Notte n.21

28 maggio 2012 § Lascia un commento

Quando mi salutai dal marciapiede mi accorsi finalmente che era ora di smettere. Sette anni di crisi per accorgermi che anche il primo, di anno, poteva bastare. Con quel saluto allo specchio, mentre mi allontanavo da me, mi ripassa davanti ogni singola lacrima e non ricordo sorrisi. Eppure anche quello si faceva chiamare amore ed io, convinto, così lo appellavo. Un amore che mi aveva fatto crescere, dal 1991. Palindromo come io disperato nel guardarmi salutare nello specchietto retrovisore. Lei studiava legge, voleva diventare magistrato. Una sofferenza atavica ed ingiustificata se la mangiava di rabbia fino a condurla alla bulimia colpevole che la faceva correre in bagno, dita in gola, dopo ognuno dei suoi 12 pasti quotidiani conditi di litri di aceto, quasi a volersi sciogliere nell’acido. Una rabbia che vedevo perfettamente conformarsi a quella del nano di De Andrè, magistrato anche lui. Lei studiava legge ed io ero passato a lettere dopo aver scoperto che la statistica e i numeri non mi davano alcun appoggio ne certezza nel superare le mie inquietudini.

Sono ancora oggi convinto che qualsiasi elaborazione matematica sia utile appena a decifrare, a codificare la nostra percezione del mondo, ma che il mondo, francamente, se ne infischi. Non mi basta sapere che sono 10.000.000 alla enne anni che il sole sorge ogni mattina per convincermi che domani certamente non mancherà all’appello. D’altronde anche Einstein pensava che dio non giocasse a dadi. Questa certezza nel non certo invece di crearmi ansie e destabilizzazioni, mi crea ostinatamente fiducia. Una fiducia malriposta per sette lunghissimi anni, passati a cantare in lacrime sotto la doccia insieme a Luigi. Vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà. E infatti cambiava, ogni giorno in peggio. Due universi paralleli e inconciliabili in cui mi ostinavo a far collidere asteroidi attraverso il chaos che avevo dentro. Ma le stelle ero solo io a vederle, e ancora una volta quell’altro stronzo di me mi aveva messo a tacere, coperto sotto una montagna di merdoso dolore.

Qualche giorno prima del vedermi doppio avevo ripreso il sopravvento, improvvisamente, squarciandomi letteralmente nel gesto folle di quell’autosaluto. Ne uscì la più grande sfuriata della nostra ettennale convivenza.

Tu allora mi eri stata nascosta dallo stronzo razionale che mi aveva convinto a cercarti tra le pieghe di lei. Ed io cercando sempre più a fondo mi ero perso nel buio e nell’oblio. Di nuovo nella rimozione quotidiana e costante per poterle credere, per poter credere in noi, per poter credere in me…. alla fine credevo a tutto: non so dirti dove o quando ma un bel giorno cambierà. Ecco il bel giorno; luminoso come il lampo di dolore del bisturi nella schiena e altrettanto rivelatore di vita. Guardami, gli urlo in faccia, cosa ci faccio qui? perché io e te stiamo insieme? Un lampo di genio di linguistica cattiveria mi arma contro di lei. Per cosa stai distruggendo la nostra vita, annullandomi e annullandoti appresso a traguardi che nessuno se non te ti ha mai imposto. Rivivi ogni giorno lo stesso ieri. Non so se mai ci riuscirò, ma cosa mi piacerebbe essere? Lo sai: regista, musicista, scrittore, artista, imprenditore, cazzaro… tutti participi presenti. Io ho bisogno del presente, di vivermi ogni giorno, di sentirmi vivo. Tu invece? Avvocato, magistrato, tutti participi passati. Tu vivi nel e del passato, tu non sai vivere e così porti via la mia di vita. Mi dispiace non farò più il tuo cavalier servente, andando all’università a piedi perché tu possa rientrare di notte con la mia macchina, da quella biblioteca di statistica che avevi scoperto rimanere aperta fino alle undici. Non batterò più al computer le tesi che tu rimediavi per permetterti i tuoi studi. Non ti accompagnerò più a Cassino tutti i sabati e le domeniche perché ti senti in colpa verso tua madre rimasta sola dalla morte di tuo padre, mentre a lei di te non è mai importato niente, non rinuncerò più a suonare perché quello era sempre e solo l’unico momento in cui noi potevamo stare un po insieme, e non negherò più la dolorosa evidenza della tua anoressia. Tu mi fissi con lo sguardo impassibile che proietta fuori tutta la rabbia che covavi nei confronti del mondo (non nei miei, lo so, non devo farne un caso personale).

-Tu hai un’altra!
Sentenzi.
E’ tutto quello che riesci a pensare dall’alto del tuo scranno da cui puoi ammirare ed indicare ogni colpa del mondo. Per non sentirmi in colpa non ti ho mai negato niente, ma a me ho negato me stesso.
Rileggendo queste righe mi spaventa la rabbia che ne esce. Probabilmente non eri così male, in fin dei conti ero sinceramente innamorato. Ma vedi, cara, la rabbia e la pretesa di esser nella ragione spesso accecano gli uomini. Come l’amore.

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