Indifferentemente

14 maggio 2012 § 3 commenti

Era come se il veleno che assumessi ogni giorno, pratica ormai iniziata da qualche anno, memore delle mie trascorse cure omeopatiche, mi avesse sì fortificato ma avesse anche modificato il mio metabolismo su livelli assolutamente altri rispetto alla media conclamata. L’abitudine al dolore aveva innalzato i miei livelli di tollerabilità in maniera così definitiva da essere diventato in qualche maniera invulnerabile. Non per chissà quale forza o chissà quale potere sviluppato, non per particolari capacità. Come uomo anzi, per qualità fisiche, mi collocavo a un livello assolutamente medio, ed uso il termine medio solo per graziarmi la mediocrità.
Il fatto che io potessi fare praticamente qualsiasi cosa era dovuto al fatto che qualsiasi cosa mi era completante indifferente. Io non sentivo dolore. Anzi mi ero talmente abituato a non reagire più agli stimoli di dispiacere o negatività da non sentire praticamente più. Io non ho sentimento o sensazione alcuna. All’inizio questa situazione dava in realtà una qualche idea di potenza voluttaria. Potevo far la corte a Donna Anna davanti al Commendatore pietrifcato, cantando beffardo, fischiettando e ridendo. Tanto le fiamme dell’inferno non avrebbero potuto farmi né caldo né freddo. Potevo succhiarmi tutto il miele direttamente da un alveare, strappandolo dalle zampette dei ronzanti kamikaze e dei loro innocui pungiglioni e subito dopo spaventare a morte un intero asilo nido col mio aspetto bubbonico, sbattendo in faccia a quei cuccioli d’uomo l’aberrazione della differenza. L’aberrazione dell’indifferenza. Nessun dolore, nessuna sensazione spiacevole non significa certo piacere. Quando perdi il termine di paragone non hai più alcun riferimento logico, razionale su cui poggiare le tue emozioni. Le emozioni, le sensazioni cominciano a galleggiare indifferenziate e tutto ti lascia indifferente.
Nulla, nessuna reazione emotiva a nessuno stimolo. Guardo il mondo attraverso il mio karma fiosiochimico senza beneficiare del karma dell’anima. Spento il mio corpo, ho spento la mia anima. Nessuna illuminazione. Se esiste l’Anticristo io sono senz’altro l’Antibuddha.
Le mie giornate passano indolenti al lavoro, dove sono efficientissimo poiché non provo fatica, né il desiderio di cercare un diversivo. Lavoro in un ufficio statale dove non accade assolutamente niente e dove il mio compito, come in quasi tutti gli incarichi di questo tipo è non avere nessun compito. I miei colleghi all’inizio mi odiavano perché la mia efficenza li avrebbe messi in cattiva luce con la direzione, nel loro ciondolarsi ansiosi col giornale in mano o i puzzle di parole in attesa che il loro supplizio limbico si sospendesse per alcune ore dopo il timbro del cartellino in uscita. Io invece rimanevo indefesso al mio posto facendo il mio assolutamente nulla con una professionalità inimmaginabile. Poi ero diventato inviso invece anche alla direzione. Il dottor Franzi era fermamente convinto che Luigi Il Ghiacciolo (così mi chiamavano) voleva soffiargli il posto. Quindi mi aveva collocato nella stanza più distante ed inutile di tutto il ministero delle belle arti, nessun rapporto con il pubblico, nessun incarico inutile da condividere con i miei colleghi. Il nulla assoluto e io lo portavo a compimento con una professionalità impeccabile. La noia non me la ricordo più. Non so quale differenza ci possa essere in non avere stimoli sul lavoro e non avere stimoli affatto. Esattamente come ignoro ogni forma di ambizione. Faccio il mio dovere perché non prevede decisione, lo faccio e basta. Non chiedetemi i perché delle mie azioni. Vi giuro che non so che rispondervi.
Sono tre anni che vivo tra questo ufficio e il mio appartamento al terzo piano di via Angileri. Il percorso da casa al lavoro ed il relativo ritorno li compio a piedi. Bruciasse il sole o piovesse, cadessero meteoriti o ci sia la luna piena a mezzogiorno, nulla può distogliermi dal mio camminare. La misura, lo spostamento sull’asse spaziale in relazione al tempo impiegato è l’unico dato fisico che mi convinca di essere ancora vivo. “Eppur si muove”. La direzione per me non aveva alcuna importanza e il lavoro regolare mi confortava nella non decisione. Devo andare al lavoro alle otto, devo raggiungere via Casati da via Angileri, devo timbrare il cartellino, devo evadere le mie pratiche. Devo. Che sollievo quando qualcuno o qualcosa ha già scelto per me. La scelta, la volontà invece mi immobilizzano. Non sono in grado di scegliere. Non so la differenza fra la soluzione A e la soluzione B perché mi sono indifferenti. Non posso neanche scegliere il male minore perché non conosco alcuna gradazione di male. Ne di bene. Il mondo, dal punto di vista emotivo od etico o sensuale mi appare come una serie di punti bianchi indistinti su una infinita tela dello stesso colore. Non c’è volontà senza mira, senza scopo, senza fini di, almeno, evitamento. Nessun dolore, nessuna scelta nessuna volontà. Avevo cominciato per l’esatto opposto. La sofferenza aveva troppo controllo su di me. Da quando Carla mi aveva lasciato il dolore, non riesco nemmeno a ricordare quale sia il significato di questa parola, mi sembrava, credo di ricordare, insopportabile. Anche se questo non riesce ormai a trovare alcuna collocazione se non in una flebile sensazione di memoria rimossa.
Cominciai con l’Amaro del Capo, la sera che Carla uscì di casa. Poi la cannabis, poi lo xanax. Il dolore veniva così attutito, assordato. Ma la mattina dopo, poche ore dopo, ricordo che tornava tutto rimontando in forma di paranoia, ansia, attacchi di panico. Così almeno diagnosticò proprio il dottor Masseri che mi prescrisse l’ansiolitico di cui sopra. Tutto mi sembrava inutile. Non dormivo, come adesso, con la differenza che ora dormire o non dormire non cambia nulla nel mio umore, nella mia efficenza, nella mia stanchezza. Due mesi dopo passai all’acido muriatico. Volevo uccidermi e invece mi ha dato una nuova vita, ed ad uccidermi non ci penso più. Lui si che funzionava. Ti dimenticai in un attimo. Il dolore allo stomaco prima, alla bocca poi, indifferenziato e potentissimo per ultimo ti aveva tirato via in un baleno, proprio come le incrostazioni del cesso. Dopo un coma di 14 giorni mi risvegliai e tu non c’eri più. C’era il ricordo di te, ma il dolore fisico aveva cancellato ogni sofferenza emotiva. Presi allora la forchetta che avevo di fronte e mandai giù il primo boccone. Sorrido perché ripenso al ritorno del dolore come meno presente del primo. Allora la stessa forchetta la infilzo con tutta la mia forza sulla coscia e sorrido perché fa male ma non così tanto. Nascondendo le ferite e i tagli tra le dita dei piedi che mi procuravo per allenamento o le fratture multiple delle dita e dei polsi scaraventati contro il muro, presto mi dimisero e ritornai a casa come nuovo. Nuovo di imballo. Solo senza il ricordo di un dolore vivevo senza il sogno di un amore come Marinella. Passai così al cianuro. 12 gocce al giorno. Da tre anni. La sensazione di soffocamento, lenta e inesorabile, generava un allenamento intensivo alle mie percezioni, ma già lontane dal ricordo dell’acido. Ora non sento più. Non sento nulla. Ecco un martello, vedi l’unghia diventare nera e il tono della mia voce non cambia di un millesimo. Ieri Franzi mi fa chiamare, salgo al secondo piano. Mi sposto, son vivo, ma non mi può fregare di meno del perché di quella convocazione così insolita. Mi accorgo di essere molto più fastidioso io a loro di quanto non siano completamente assenti loro per me. Mi comunica che mi cambiano di nuovo d’ufficio. C’è da sistemare un’inutile schedario dei dipendenti del ministero andati in pensione dopo il 1937, e aggiornarlo fino al 2012. Lo schedario si trova in cantina nella Galleria Borghese nel parco della omonima villa di Roma. Da casa mia sono 8 chilometri. Posso spostarmi di più, posso camminare di più, posso vivere un po di più.
Il traffico su via Veneto è bloccato, cammino a piedi a canto ad automobili ferme. Ogni volto porta segni a me indifferenti, rabbia, ansia, sconforto. Io cammino leggero, fra sfumature di bianco. Il bianco in fondo al viale diventa verde, ma per me non ha alcun senso. Non trovo nessuna differenza tra il grigio dell’asfalto e i fiori del parco. Al cinema dei Piccoli, dove qualche volta sorrisi ma tanto di quel tempo fa da non ricordarmene più, sono appesi i poster de La città incantata e Appuntamento a Belleville. Li capto appena nel loro latte nel latte. Giro a destra per superare piazza di Siena, ed ecco il mio nuovo luogo di lavoro apparire sullo sfondo, una casa ricamata di barocco, bianca su bianco. Il gorilla all’entrata sbuffa dal naso come un molosso, inutile, bonaccione. Mostro il mio tesserino e il suo sbuffo diventa un sorriso compiacente. Mi indica la strada e mi spiega di attraversare tutte le sale. Il miglior rinascimento italiano passa inosservato al mio sguardo e al mio passo verso la mia sedia. All’ultima sala alzo gli occhi e il Bacco di Caravaggio mi sorride sornione, bianco su bianco, con il bicchiere di quel vino così scuro. Il suo sguardo indica ammiccante a destra e io lo seguo, cercando la porta della mia cantina. Faccio un giro di 90 gradi su me stesso e improvviso un nuovo bianco, diverso dal mio solito per la prima volta mi crea un non so che di sussulto, ma ancora non capisco, come quando da tanta luce si entra in una stanza scura. Il mio sguardo piano si abitua alla nuova sensazione, ma il mio cuore no e accelera il battito. Seguo le venature del marmo e le vene pietrificate diventano vive, mi si contraggono i muscoli come quelli del Plutone che mi ritrovo davanti.Il respiro mi si affanna, poi diventa affanno, seguo le dita del colosso e le vedo affondare nella carne marmorea, bianca sotto bianco, del gluteo vivo di Proserpina. Il culo di Carla, la stessa consistenza, la stessa carne bianca. Ed io sono il dio degli inferi. Gli occhi mi diventano lucidi, il respiro non si trattiene più e un urlo liberatorio mi riporta alla mia vita di corpo mentre ogni mia ferita ricomincia a sanguinare. Rido e piango mentre tutto il personale del museo si precipita a vedere il mio dolore, così evidente. Solo il guardiano della sala, era rimasto seduto lì sulla sua sedia, indifferente, forgiato da anni dalla sua condanna ad assuefarsi alla bellezza.

Annunci

Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

§ 3 risposte a Indifferentemente

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Indifferentemente su danielecasolino.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: