Libero Pesoli

2 maggio 2012 § Lascia un commento

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Risposi bruscamente no alla tutrice, non ho nessuna intenzione di continuare questa assurdità. Lo feci solo nella mia mente, sapevo che solo ad aprire bocca sarebbero venuti gli inservienti e mi avrebbero schiaffato in freezer per altri 15 anni. Paradossalmente per loro il fatto che violassi le regole diveniva una garanzia ulteriore. Quella era la terza volta che venivo masturbato dalla donna. Così come avevano fatto con papà.
Appena aperti gli occhi alla vita ho visto solo questi soffitti, ho conosciuto solo il ventiquattresimo grado celsius, fra la scala delle temperature. La stessa temperatura della mia incubatrice. L’impianto in utero era durato solo tre mesi. Non avevo madre. Ero solo il prolungamento temporale di mio padre. Tutto qui. Ero una firma su un contratto.

Quranatdue anni prima

– Si accomodi signor Pesoli
– Buongiorno
– Dunque vedo dalla sua scheda che non dovrebbero esserci problemi. Si, sembra tutto in regola. Lei dichiara 39.000 fiorini l’anno.
– Si, senza contare della rendita dell’assicurazione che dovrebbe svincolarsi fra 36 mesi
– Ok, ma, capisce, noi possiamo guardare solo ai fatti. Lo sa che dal 2014 dopo il grande crack, solo gli stipendi statali possono essere presi a garanzia per un mutuo. Chiaramente poi vi sono le garanzie accessorie. Come l’ipoteca per l’appartamento… Dunque procediamo. Da quanto lavora per il comune di Firenze?
– Dal 2009, ricordo il mio primo stipendio era ancora in euro, si figuri
– Fantastico si. Ma gli euro non ci interessano già da un po. Quindi comandante dei vigili del comune di Firenze, terzo reparto, dal 2009
– Confermo
– La casa invece è a Prato
– Si, i prezzi di Firenze sono alle stelle, ma da quando c’è stata la deportazione di massa dei cinesi, a Prato si sono aperte delle possibilità inimmaginabili prima; è l’unico mercato immobiliare ancora accessibile e, anzi, proprio per questo, credo che il mio possa essere un buon investimento, oltre che una necessità
– Vedremo, vedremo. Lo sa che non sento il verbo investire da almeno sei mesi? Diciamo concretamente che le serve una casa. A noi il resto non importa. Via Guicciardini 48, Prato, 37 metriquadri. Ha balconi?
– Si uno, sa li’ c’era campagna e a volte se ne sente ancora l’odore
– Un inguaribile romantico il nostro signor Pesoli. Andiamo avanti. Figli?
– No, sono separato, senza figli
– Mhh. Va bene vedremo come rimediare. Mi sembra tutto. Basta ora, una firma qui, una qui, qui poi in calce, ecco ora ancora qui, qui, e poi una sigla per ogni pagina, dovrebbero essere quarantasette in tutto ma poi controlliamo.

Quella casa ora è mia, almeno così c’è scritto sul contratto: Libero Pesoli, lo stesso nome di papà. L’atto è sottoscritto in ereditarietà automatica, in questa maniera non serve neanche ripassare dal notaio per l’accettazione di eredità. Mi spetta di dovere.
Papà era vigile urbano a Firenze e da quando la sua prima ed unica moglie lo aveva lasciato, aveva quasi rinunciato a vivere. Si lasciava portare al lavoro da uno dei quattro camion giornalieri che partono da Prato. Una fermata era proprio sotto casa. Vedrà come aumenterà di valore con la fermata della nuova linea metropolitana, aveva detto a papà l’agente immobiliare. La metro non l’hanno mai fatta, ma dopo la crisi del carburante del ’19 avevano istituito delle linee di rimorchi su gomma, lo avevano chiamato trasporto sociosolidale. Quattro corse giornaliere. Non molte, ma chi se la poteva permettere una bicicletta. Comunque l’appartamentino era posto al sesto piano, chiaramente senza ascensore, ma l’esposizione a sud ovest consentiva di risparmiare abbastanza su luce e riscaldamento. Anzi la luce non l’accendeva proprio. Al lume di candela papà ci si sentiva protetto. Scrive nel suo diario che quelle quattro mura erano il suo mondo, mentre quello fuori un incubo invivibile. Aveva arredato tutto con semplicità ma anche con gusto. Nelle fabbriche di salotti abbandonate dai cinesi aveva trovato quanto bastava a rendere confortevole e suo, personalmente suo, privatamente suo quel nido. E poi il giradischi e gli LP. I Pink Floyd, i Led Zeppelin che gli aveva lasciato il nonno e poi i Radiohead. La collezione dei Grandi della Classica della De Agostini, fu un piccolo tesoro che trovò ad ammuffire in una cantina. Le copertine e le etichette erano state devastate dall’umidità, ma il vinile persisteva indenne. Fu così che papà cominciò il suo lavoro filologico sui suoi dischi. Alla ricerca dei titoli perduti. Per chi era nato al tempo di internet che poteva gugolare (mi sembra dicessero così allora) ritrovarsi senza alcuna informazione accessibile deve essere stato terribile. Tonnellate di memoria collettiva cancellate in un istante dal grande blackout. Libri, vinili e pellicole cinematografiche, sono tutto quel che resta della civiltà dell’informazione. Solo le sue collezioni; come se quella civiltà avesse avuto solo un suo passato. Nessun presente, nessun futuro.
La primavera italiana fu la ultima a sbocciare, fra le primavere che avevano squassato il panorama geopolitico mondiale a partire dal 2012 , precedente solo alle singole fondazioni delle città stato che ne fu mera conseguenza. Papà alla chiusura dei confini si trovò incastrato nel Gran Ducato di Toscana. Non so quali fossero le sue origini, nel diario non le menziona, ma parla di tanti viaggi fatti prima di essere assunto al comune. So solo che la formazione l’aveva fatta a Camerino. Oggi puoi andare nelle Marche solo con permessi speciali emessi direttamente dalla Riserva Aurea Sovranazionale, RAS.
Tutto ebbe inizio con la Lega del Nord Est a cui dapprima tutti si opposero, poi, dopo sei mesi di conflitto, le inevitabili tendenze campanilistiche avevano ridotto l’Italia a una manciata di coriandoli di carnevale. E’ bastato il soffiarci sopra delle banche che avevano finanziato la guerra, per disperderli e lasciarli così, a chiazze inconciliabili.
L’Idea del ritorno ai comuni fu dell’Ingegner Drago, Gran maestro della Confederazione Italica. Non male per un’idea fallita in partenza aver superato quasi due secoli. L’Italia di Garibaldi e di Mazzini ora era “una confederazione societaria di mutuo credito” (Articolo uno della costituzione del 2020).
Al vertice della struttura societaria ci sono le banche, i cosiddetti aggregatori finanziari di debito. Appellandosi a una nota dell’Adusbef riportata su un articolo dell’undici Agosto 2011 su un vecchio giornale che si chiamava “Repubblica”, avevano instaurato il nuovo diritto statutario della nuova Italia. “Ogni cittadino ha il diritto/dovere di esercitare la sua ricerca della felicità in misura inversamente proporzionale al debito aureo residuo maturato in nascita”. Una sorta di peccato originale di cui il battesimo poteva costare veramente molto. L’articolo, che papà ha conservato nel diario, riportava: “Ciascun neonato in Italia si trova con un debito pubblico di 31.700 euro che sale a 90.565 per ogni famiglia. La crescita del debito pubblico è a quota 1901,9 miliardi di euro”.
Grazie alla fenomenale rivalutazione del Fiorino, papà aveva potuto ripagare il mio debito, anche prima che io nascessi. Affrancato dall’obbligo di “linea di discendenza debitrice”, volle liberare anche a me, almeno nel nome. Si recò all’anagrafe con l’ultima ricevuta di versamento e comprò il permesso di modificare la sua matricola nel nome Libero.

Libero Pesoli è la firma che giace in calce al contratto d’acquisto della casa in via Guicciardini, il mio nome, così come quella che ha sottoscritto il contratto di mutuo.
318.000 Fiorini rivalutati il valore dell’immobile.
Dopo che papà era riuscito a riscattare il suo debito, il Fiorino fu estratto come moneta di scarico del 2021, svalutato, mandato in default il paese, per poi rivalutarsi alle spalle di qualche altro principato, contea, comune. Avveniva così a turno anno per anno. Papà si ritrovò senza un fiorino, ma aveva sempre il posto al comune, così, fra le varie posizioni, era un privilegiato per le linee di credito.
Aveva 2 anni di arretrati di stipendio e lo stato, in qualità di debitore, convertiva volentieri il debito monetario accumulato verso i propri dipendenti, in fondo di garanzia al credito. Così facendo lo stato/banca non solo garantiva la permanenza delle risorse monetarie nelle sue casse, in caso di nuovo attacco speculativo, ma trasformava il proprio debito in credito verso il proprio stesso creditore. Gli stipendi arretrati non potevano, per decreto legge, venire rivalutati agli interessi legali, mentre i mutui concessi fruttavano al contrario interessi fra il 9 e il 12%, almeno al momento in cui papà acquistò casa. Anche l’applicazione di un tasso di interesse fisso era stata dichiarata illegittima per Regio Decreto Monti ter. Il tasso variabile, in questa maniera, avrebbe concesso lo stato creditore di gestire speculativamente i propri stessi momenti di inflazione, rivalendosi sui propri cittadini in maniera “concessiva” anzi che “coattiva”. Il cittadino infatti beneficiava dei prestiti concessigli per qualsiasi acquisto.
Papà, ormai single, non aveva avuto figli dal suo matrimonio. Questo lo poneva in una linea di credito del tutto particolare, rispetto a quelle normalmente concesse alle famiglie. Di fatti i figli, anche i neonati, venivano chiamati a garantire in solido per i debiti contratti dai genitori.
Per i single o le coppie senza figli venivano poste 2 garanzie accessorie, la crioconservazione fino a scadenza mutuo e l’inseminazione in vitro forzosa.
Papà aveva lasciato quindi 3 campioni di liquido seminale nel cavò della filiale che aveva concesso il prestito e aveva accettato l’eventuale congelamento di se stesso. Aveva 42 anni al momento della sottoscrizione dell’atto e la durata quarantennale del prestito l’avrebbe portato all’età di 82 anni per l’estinzione. Una prospettiva di vita praticamente sicura ai tempi del babbo. Gli 82.000 fiorini di stipendi arretrati vennero azzerati come caparra confirmatoria alla sottoscrizione della promessa d’acquisto e rata di preammortamento e assicurazione scoppio e incendio. Mancavano quindi 240.000 F. Sul diario papà ha annotato questi dati a pagina intera:

Capitale finanziato = 240.000,00 F
Durata del mutuo = 40 anni
Frequenza della rata = mensile
Tasso d’interesse = 12% annuo

importo della rata = 2.420,40 F
numero di rate = 480 rate
totale rate = 1.161.791,94 F
interessi = 921.791,94 F

Papà aveva considerato che 800 F al mese per la sua vita fatta di ascolto musica e visita alle biblioteche erano più che sufficienti, visto che la mensa del comune, oltretutto, passava pasti migliori di tutte le trattorie di Firenze.
L’unica precauzione fu quella di evitare qualsiasi essere femminile capace di fargli girare un po la testa, ma la cicatrice lasciatagli da sua moglie lo corazzava contro ogni ipotesi di rischio. Una volta a settimana faceva visita al casino comunale, il mercoledì per l’esattezza perché c’era lo sconto del 20% ai militari. I vigili urbani, ormai dotati di pistola, sfollagente, scudo antisommossa e dissuasore elettrostatico, erano stati ufficialmente militarizzati dopo le sommosse del ’16.
Poichè lo sfruttamento della prostituzione era vietato per legge, al casino si trovavano solo donne e uomini che avevano scelto la prestazione sessuale come sconto di interesse. Per garantire l’anonimato, sia il cliente che il prestatore di servizi portavano una maschera ed era assolutamente vietato parlare durante il rapporto. L’uso del preservativo era vietato per le leggi sulla ereditarietà del debito che ho già citato. L’eventuale prole rimaneva però di pertinenza esclusiva della prestatrice, in qualità di indennità di servizio. Tali bambini erano considerati un vero e proprio tesoretto, un fondo di garanzia che rimaneva a disposizione della Cassa Provinciale Prostitute e Ragionieri Commercialisti.

Papà a casa si sentiva Dio, chiudeva dietro di se la porta sul mondo della finanza, inalava il ricordo della campagna e si immergeva nella lettura e nell’ascolto. La sentiva casa sua. Come aveva previsto, Prato, tra l’altro era stata oggetto si una speculazione incredibilmente redditizia con una rivalutazione che aveva superato il 400%.
Invece di essere la ricchezza di papà questo fu la sua rovina. Nel 2039 infatti venne ristilato il censimento immobiliare del comune di Prato e adeguate tutte le rendite catastali. Secondo i nuovi calcoli l’IRI Imposta di Rendita Immobiliare spettante a papà schizzava improvvisamente a 4.290 fiorini.

Sono Libero, abito nel terzo cavò della sede provinciale della Cassa di Risparmio delle Province Toscane. La mia stanza è piena di libri e due anni fa, compiuti i 15 anni ho ricevuto la mia eredità materiale che mio padre mi ha lasciato, i suoi preziosissimi dischi e un piatto Thorenz che lui a sua volta aveva ereditato dal nonno. La mia vita, eccezzion fatta per le scuole che vado a frequentare al terzo piano, si svolge qui.
Non ho una madre e non conosco mio padre se non attraverso questo diario che ho ricevuto insieme alla musica. Man mano che papà scrive, man mano che io leggo, la sua scrittura perde di smalto. Da un avvincente romanzo storico che mi ha dato un quadro molto più chiaro della nostra storia recente di quanto non facciano i corsi di Storia dell’Economia della professoressa Frati, si sta inaridendo verso un mero taccuino di conti. Nel 2041 papà aveva accumulato debiti con lo stato per 5.600 fiorini, superando di ben 600 fiorini il limite massimo concesso per le dilazioni di pagamento dalla GeRGT, Gestore Riscossioni Granducato Toscano. Alla seconda lettera di sollecito il babbo, uomo onesto e probo, si recò di nuovo in banca chiedendo un’estensione del mutuo di altri 10 anni. Scalato il capitale precedentemente versato la sua rata passava così da 2420 F a 1964 F lasciandogli spazio così per recuperare il suo debito e non accumularne altro. I soldi ormai non gli bastavano neanche per il bordello una volta al mese. Fu il Ragionier Pescia, l’impiegato della banca, a consigliargli una sospensione. Avrebbe potuto accedere gratuitamente alla procedura di crioconservazione per una durata massima di 5 anni. Nel frattempo la banca si sarebbe potuta occupare, previo una commissione del 20% su ogni incasso, di affittare il proprio appartamento ormai inutilizzato. Con un sonno controllato, papà avrebbe risolto così i suoi piccoli carichi pendenti e avrebbe potuto accumulare un discreto capitale, ben più alto di quello a cui avrebbe rinunciato con la richiesta di aspettativa da inoltrare al suo datore di lavoro. Essendo il comune, quindi la banca stessa, Pescia si sarebbe occupato di tutto. Aveva bisogno solo di un paio di firmette di consenso. Il 27 ottobre 2041 papà entrò nel freezer, in una splendida giornata di sole. Temperatura esterna 24°, la stessa di questa stanza. Vengo percorso da un brivido lungo la schiena ogni volta che ripenso a questo momento. Uno standby di 5 anni, in cui da spento il babbo avrebbe potuto continuare a contribuire al prodotto interno lordo del paese, anzi con un contributo monetario superiore a quello che sarebbe riuscito a produrre continuando a lavorare, a vivere.
Papà parla del periodo del congelamento come una singola lunghissima ora in cui numeri, cifre, speranze e frustrazioni passavano in un ralenti estremo dilatato dalle temperature polari.
Quel giorno papà ha annotato la data anche sull’ultimo disco di cui aveva scoperto il titolo, lo prendo e lo comincio a girare sul mio giradischi. Si tratta della messa in re minore K 626, il celeberrimo Requiem di Mozart. Il guadagno, al netto di tasse e ratei, della scelta di investimento di mio padre nel momento del suo congelamento era di 626 F. Seicentoventisei fiorini netti, e al suo risveglio avrebbe trovato nel suo conto corrente 37.560 F. Un anno della mia vita, pensò, vale poco più di 7.000 F. E chiuse gli occhi alla fredda macchina.
Il grido del Dies Irae esce dal mio stereo e ho immaginato fosse quello il suono del risveglio del babbo.
Chiudete gli occhi e immaginate di riaprirli fra cinque anni, riapriteli: riconoscete il mondo che avete davanti?
Papà non poté, cominciò a guardarsi in torno con sospetto, il mondo che aveva lasciato cinque anni fa con quel suo aspetto minaccioso, aveva ora la faccia di un baratro misconosciuto. La prima cosa che fece, fu quella di correre in banca e farsi dare il saldo. 24.200 F. Per papà era passata appena un’ora mentale, era impossibile che avesse dimenticato quanto gli spettava.
-Si, signor Pesoli, ma, vede, durante la sua, come dire, assenza… si ecco le leggi comunitarie ci hanno costretto a rivedere i nostri interessi su i depositi di C.C. Nel ’43 e ’44 sono passati al 10% passivo. Ma non si preoccupi, è stata una crisi passeggera e ad oggi ha un bellissimo conto a interessi 0.
– Perché non mi avete svegliato? – urlò il babbo fuori di se – Vi rendete conto che mentre io mi conservavo nel tempo inutilmente, quei due dannati anni che dite voi, avrei potuto scegliere di togliere i soldi dal conto? Due anni della mia vita buttati per non incassare praticamente nulla!
– Si calmi signor Pesoli, avrei voluto io stare al posto suo, sono stati anni difficilissimi, non creda. Se fosse stato, qui, tra noi, questo bel gruzzoletto che si ritrova oggi sarebbe stato sicuramente azzerato dai flussi inflazionari. E poi si guardi, non ha mica perso tempo. Non è invecchiato di un giorno.
Uno specchio riflette l’immagine di papà accanto alla pelata ben evidente del Pescia, lo stesso Pescia che si vantava della sua ultima acconciatura presso il Barbiere della Bouvette; i suoi capelli dopo solo un’ora non c’erano praticamente più, e quelli rimasti erano diventati bianchi. Rispetto l’ultimo incontro ora Pescia aveva anche un paio di occhialetti rossi, di quelli col magnete al centro che quando non legge, penzolano in due parti quasi a prolungare le sue orecchie già incredibilmente lunghe. Era anche ingrassato, a occhio e croce almeno dodici chili, pensò il babbo.

La mia alimentazione segue le più rigide direttive olistiche, per garantire il massimo rendimento di aspettativa di vita della mia persona. Alimentazione supersalutistica, viene chiamata, anche se somministrata attraverso succedanei chimico-organici, realizzati dal compostaggio degli scarti alimentari delle aziende che producono carburante per i pochi mezzi ancora in circolazione, per la maggiorparte auto blu e mezzi pubblici. Solo un ristretto 3% della popolazione può vantare il lusso di avere un’auto propria. La Ferrari, la Bentley e la Jaguar sono le uniche industrie automobilistiche ancora attive. L’automobile appartiene solo e soltanto al settore extra lusso dell’economia reale. L’utilitaria in un mondo senza benzina non ha certo alcuna utilità. In un mondo senza macchine, le biciclette, in compenso, sfrecciano libere sulle nostre strade. L’assenza di smog, l’alimentazione controllata, l’attività fisica continua, ha debellato le principali cause di morte del secolo scorso, dall’infarto al cancro. La campagna salute era stata una delle principali svolte economiche della nostra epoca. Il risparmio netto sulle strutture sanitarie aveva avuto un enorme impatto positivo sulle casse dello stato, generando anche disoccupazione. Gli ammortizzatori sociali, erano stati calcolati attentamente in modo da lasciare ad ogni cittadino, per principio costituzionale, la capacità di contrarre i debiti necessari alla sua sussistenza. Il lavoro forzoso avrebbe ricoperto il gap fra il sussidio di disoccupazione e gli interessi passivi dei prestiti a cui i cittadini erano obbligati a sottomettersi per poter mangiare. Un anello di Escher perfetto. Il moto perpetuo e infinito del Pil e della macchina delle banche-stato, a condizione che si vivesse abbastanza a lungo da non inflazionare le casse di mutua assicurazione che dovevano necessariamente rimanere in attivo.

Pur perfetto nel fisico, papà uscito dal freezer ne era rimasto compromesso nello spirito come se una scheggia di ghiaccio gli fosse rimasta incastrata in qualche parte della testa o del cuore. Il suo diario, dicevo, diventa freddo schema matematico, impegnando gran parte dello spazio tra le pagine in grafici e diagrammi di flusso a partita doppia.
Gli ammortamenti non li teneva più in conto, tanto erano incostanti i tassi.
Al lavoro avevano cominciato a chiamarlo Terminator di Ghiaccio. Due giorni dopo lo scongelamento era tornato al lavoro ma i suoi colleghi, che già prima li aveva poco amati e frequentati nei loro giochi da squadristi, gli erano diventati del tutto estranei. Lui più giovane di loro di cinque anni, aveva conservato una maturità che gli altri, con il tempo avevano lasciato andare. La grande crisi dei due anni precedenti, come gli aveva fatto notare Pescia, aveva lasciato il suo marchio. I costumi, come piaceva chiamarli a papà nelle sue pagine che avevano sempre conservato uno stile da secolo scorso, i costumi erano corrotti e degenerati, nella necessità di vivere in un mondo in cui era concesso solo sopravvivere.
E tu la chiami vita, figlio mio?

Sobbalzo sulla sedia, come se la voce venisse dalle mie spalle anzichè dal blocco sul tavolo. Il professor Renzi, legge da sopra la mia spalla. Chiudo il diario come a nascondere chissà quale peccato. Renzi è un barvo professore, ma è uno di loro.
Aveva letto quella frase, con voce bassa e seria. Aveva capito e anche lui se lo chiedeva.
Lui veniva da un’esperienza simile e la settimana scorsa ha incontrato dopo 25 anni suo padre. Il signor Renzi, impiegato delle poste, con il suo diploma della Repubblica Italiana non aveva mai potuto far carriera, rimanendo un vero e proprio schiavo dell’ente nel servizio di recapito cartelle esattive. Per il figlio, che era stato preso alla facoltà di Economia e Umanistica alla Normale di Pisa, voleva il meglio. Aveva sottoscritto un mutuo per mantenere gli studi al figlio e si era fatto congleare per 25 anni. Suo figlio lo aveva avuto da giovane, aveva appena vent’anni. Quando si incontrarono all’uscita della scuola, le lacrime di genitore e figlio non ci misero neanche un attimo a riconoscersi. Si sono abbracciati a lungo nell’androne del terzo piano senza parlare. Nessuno di noi capiva, nessuno di noi poteva capire. Chi è quel ragazzo che abbraccia il professor Renzi. La prima parola del professore a portarsi fino alle nostre orecchie di pubblico curioso fu “Babbo”. Le tre B risuonarono come un boato nella tromba delle scale, come il rombo di un aereo ultrasonico, che bisogna andare a cercare avanti nello spazio mentre il suono rimane indietro. Per effetto della crioconservazione il signor Renzi padre, quel giorno aveva 5 anni meno del figlio amatissimo.

– Era suo padre quello, vero professor Renzi?
– Si, Libero. E questo a quanto pare è il tuo. Come lo hai avuto?
– Il diario? Me lo hanno consegnato al compimento dei miei sedici anni con le altre cose che ho ricevuto in eredità. Degli oggetti, dico. Ma a lei non devo certo spiegarlo.
– Si. Quasi lo preferirei, sai. Un bel libro come quelli che sono abituato a leggere, a criticare, ad apprendere. Invece mio padre ora è qui con me e non possiamo evitare di guardarci negli occhi. E invece di trovare comprensione umana, nell’affetto, ci perdiamo in un baratro di incomunicabilità. L’anno prossimo è il mio anno sabatico e ho deciso di intraprendere uno studio sugli effetti economici dell’incomprensione tra generazioni, nello sfasamento dell’asse temporale.

Un caos di vite che camminano su binari paralleli, un miscuglio di generazioni perdute. Questo incubo, questa schizofrenia di un’umanità che aveva perso ogni relazione con il tempo, con il passato, con la storia. Mentre a papà si scongelava lo sguardo, i suoi occhi divenivano sempre meno appannati. Una lucidità peggiore di qualsiasi follia. Cominciò a rinchiudersi in casa sempre più ore, il bordello non riusciva più a frequentarlo, aveva l’impressione che fosse possibile, per pura statistica, ritrovarsi a fare l’amore che qualche ragazza che avrebbe potuto essere sua madre, o qualche navigata baldracca, che avrebbe potuto essere sua figlia. Chiaramente in pura linea teorica. Ma la vita per il babbo, era diventata una partita a scacchi. La sua mente matematicizzata per sopravvivenza, era divenuta un freddo strumento di calcolo.
Aveva cominciato ad annotare numeri per ogni cosa, a prendere il conto dei ogni minuto della sua vita su base degli interessi debitori. Ogni minuto di più, non solo gli sembrava bruciato in una vita assurda e senza scopo, ma per di più economicamente svantaggioso, come i due anni passati a vanvera nel freezer.
Un giorno nella sua gelida mente calcolatrice si trovò a dirigere un’azione di pignoramento presso la casa di una signora che aveva dimenticato di pagare l’ultima rata di un prestito concessogli per il pranzo di natale dell’inverno precedente. 21 fiorini appena, e la longa manu della legge aveva allungato la sua ombra sulla libreria della signora, professoressa in pensione; una collezione di 600 titoli di letteratura, storia e filosofia. La signora poteva scegliere se lasciare il suo tesoro nelle casse dello stato, o farsi crioconservare per 7 anni. L’anziana donna urlò come una pazza non potendo scegliere né di rinunciare all’unico cibo mentale capace di tenerla in vita, ne dì allontanare negli anni la sua naturale estinzione fisica. Difronte alla strada sbarrata la signora ebbe un lampo di follia negli occhi, si gettò letteralmente fuori della finestra posta al pian terreno e sbalestrata, quasi delusa che il piccolo volo non le avesse potuto provocare il suicidio segretamente ambito, cominciò a correre furiosamente, tentando di fuggire da neppure lei sapeva cosa. Mio padre la guardò allontanarsi di pochi metri mentre la sua mente elaborava il calcolo preciso per azzerare il debito della vecchia professoressa. Prese la sua pistola e sparò, uccidendola sul colpo. Questo gesto liberò papà da ogni suo dubbio, Terminator di Ghiaccio ora aveva una missione. Annullare ogni debito della società.
Quell’abbaglio di logica pura portò chiaramente all’immediata sospensione dal servizio di Comandante dei Vigili di mio padre. Papà tornò a casa, scortato da una volante di colleghi. Chiuse dietro le spalle la porta di casa, una porta che non avrebbe più riaperto. Ora era al sicuro, era nel suo nido.

Io sono un privilegiato, oltre l’eredità di mio padre, come orfano godo del vitalizio concesso dalla fonazione “Orfani e reduci della grande crisi” del corpo dei vigili urbani.
Alla morte di mio padre infatti, gli erano stati concessi i funerali di stato e tutti gli onori dovuti ad un eroe, spentosi nel coraggioso esercizio delle proprie funzioni. Come riportava la Medaglia D’Oro al Valor militare che ho appeso nella mia camera.
Questo vitalizio mi consente di pagare le 327 rate residue del mutuo della casa in via Guicciardini, che fra due anni, al compimento della mia maggiore età, potrà essere eletta a mio domicilio. Nel frattempo che sono conservato qui nel cavò, ricevendo la migliore istruzione possibile, la migliore educazione fisico alimentare, la mia casa continua a produrre reddito. Ora è affittata a una coppia di giovani sposi. Ormai è quasi considerata una casa di lusso, ma i due giovani hanno potuto godere di un prestito speciale, poiché lei era rimasta in cinta prima delle nozze.

Nelle ultime pagine del diario papà ha ripreso a scrivere, i conti non lo interessano più. Ora si dedica a se stesso a ricercare il senso della sua stessa vita.

Ho ucciso. Per soldi. O meglio i soldi hanno ucciso la professoressa. No io ho ucciso la professoressa perché fosse libera dall’ingranaggio monetario che ci sta soffocando, che ha trasformato ogni individuo in una matricola di controcorrente. Una riga, una voce in un registro di entrate e uscite, tenuto in equilibrio dalla macchina statale, affinché non diventi mai un peso per la società. Ogni minuto della vita di una persona vale meno della sua traccia nell’estratto conto del suo Libretto di Risparmio. La signora ora è libera. Scrivo queste righe nel pieno possesso delle mie facoltà mentali. Oggi 27 ottobre 2047, ad un anno esatto dal mio decongelamento, in Prato, io Libero Pesoli ho deciso di togliermi la vita. Questo gesto di annullamento individuale, è l’unica rivendicazione possibile a cui sono addivenuto nel pensarmi ancora individuo e uomo. IO NON SONO UN NUMERO E QUESTO PER VOI NON PUO’ ESSERE CALCOLATO.
Lascio in memoria a un’umanità futura, migliore di questa, il miei libri, i miei dischi e il mio gesto assurdo. Libero perché assurdo.

Papà si è gettato dal sesto piano del palazzo in via Guicciardini 17 anni fa. Le leggende lo ricordano come L’Uccello di Fuoco di Stravinsky, perché aveva messo a tutto volume proprio questo brano, l’ultimo titolo ritrovato della sua collezione, finalmente completata in ogni sua etichetta. Volò giù con la musica, dandosi fuoco con 2 bottiglie di grappa che i colleghi gli avevano regalato nel momento del suo ritiro forzoso dal corpo dei vigili. Le leggende.
Gli archivi dicono invece sia morto nell’alto esercizio delle sue funzioni, cercando di salvare dalle fiamme delle importantissime copie dei testi di Fabio Volo, che un parassita della società voleva sottrarre alle Casse dello Stato.
Questo gesto eroico, nella memoria del quale mi hanno cresciuto, diventa nulla davanti alla grandezza della follia del gesto leggendario. La realtà supera la finzione che supera la realtà della finzione. Il 28 Ottobre 2047 io vengo concepito in vitro come erede legittimo di mio padre, e nella sua gloriosa memoria ho immediatamente ereditato i suoi debiti verso lo stato per la casa in via Guicciardini. Abito nel terzo cavò della sede provinciale della Cassa di Risparmio delle Province Toscane, grazie alla fondazione “Orfani e reduci della grande crisi” posso vivere tranquillamente nel rispetto delle leggi, e posso esercitare la mia personale ricerca della felicità per diritto costituzionale. Quale felicità?

E’ dal 2063 che non annoto più nulla su questo diario, che fu prima di mio padre, poi mio ed ora di te, Libero. Ho vissuto la mia vita fino alla veneranda età di 92 anni, ho estinto ogni mio debito già nel secolo scorso, mi sono conservato, risparmiato. Ho donato la mia collezione di libri e dischi alla fondazione che continua a pagare il mio vitalizio. Ho speso pochissimo, non ho mai sottoscritto un contratto di prestito. Ho depositata nelle casse dello stato la somma di 1.027.231 F. Non ho mai conosciuto una donna, non ho mai frequentato un bordello. Figlio mio ti lascio in eredità il mio nome. Oggi, lo so, a 92 anni queste cose si sanno, morirò. Ho passato 74 anni chiuso in questo attico in via Gucciardini a Prato. Non conosco il mondo né voglio conoscerlo. Tutto quello che so di esso è quello che mi si mostra dal mio balcone e quel ricordo di aria di campagna che si respira da quassù. I ragazzini, quanti ne ho visti qui sotto, continuano a chiamarmi il Vecchio del Balcone. 74 anni ho resistito chiuso in questi 37 metriquadri, in una vita che non ha meno senso di quanto lo abbia quella delle formiche che vedo agitarsi di quassù. Formiche operaie che continuano a chiamare uomini, con l’unico compito di raccattare briciole e metterle al sicuro sotto terra. Io qui su sono libero. Ho lasciato le mie ultime volontà presso il notaio. Lascio il mio milione di fiorini alla Cassa di Risparmio delle Province Toscane a patto che vengano distrutti i miei campioni di liquido seminale crioconservati nel terzo cavò della sede provinciale. E nella mia libertà, nella mia libera volontà, ho reso Libero te figlio mio.
Libero di non vedere questo nonsense, libero di non vivere questa non vita. Libero dai debiti, libero dal dover vivere, libero di non nascere. Tu puoi non essere. Quindi sii , figlio mio, per sempre Libero Pesoli.

(da un’idea di Marco Casolino)

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