Cento e una notte – Notte n.14

16 marzo 2012 § Lascia un commento

Quanto avrei ancora da dirti, ti guardo negli occhi proiettando un intero scaffale di fotoromanzi Lancio fatti di amori ed avventure, poi tutta la letteratura cavalleresca e 1350 arie di melodramma, e tutto quello che io riesco a dire e’ come va. Bene e tu? Bene… diglielo coglione che con lei stai bene che vorresti dodici vite parallele da potergli dedicare e che una non ti basta. Digli quello che vedo, quello che sento, quello che voglio. Parlale almeno dei suoi capelli che vorresti respirarli, respirarli, respirarli… Belli si, giusto la scalatura dietro poteva venire meglio. Che cazzo dici, ma ce l’hai un cervello? Ecco bravo spegnilo e se è ancora presto per far parlare il cuore, lascia almeno parlare il tuo pisello che è meno testadicazzo di te.

Mi porti nel giardino dietro il bar. Un posto di merda allo svincolo dell’autostrada e mentre tu precedi sembri la primavera. L’asfalto scompare ai tuoi passi coprendosi di rugiadose erbe e fiori insoliti e luce. Cortocircuito nella mia memoria l’avatar leggiadra e Billie Jean di Michael Jakson. Ogni passo del tuo dolce ondulare colora il suolo e sboccia di vita. I tuoi fianchi cullano il mio sguardo come una paziente cammella che sola sa condurmi attraverso il deserto che mi circonda. Poi fai il gesto di sederti sul canapè a due posti. Eccomi li a canto pronto ad annusare la tua pelle e quel coglione di me fa un sussulto indietro facendomi cadere seduto sulla poltroncina di fianco. Gesto di rispetto secondo la mia ragione che ricorda le ultime telefonate. Gesto insensato secondo ogni altro mio senso. Anche tu stupita sorridi, sembri comprendere la gentilezza di quest’imbranato e ti sposti sul sedile avvicinandoti, ma ormai il mobilio si eleva a paratia insormontabile. Ed eccomi di nuovo Cyrano spasimante schiacciato dal mio culo codardo. Mi guardi ancora e la poesia vuole uscire. Ci provo, azzardo. Ma io non rispondo. Testadicazzo coglione.

Chiedi almeno scusa a Rossana.
Si comporta sempre così questo io. E più io mi innamoro e più rincretinisce. Ricordi quando quella notte ho lottato per farlo soccombere. Lottando con le sue dita sul Motorola strappavo al T9 frasi deliranti. Delirio puro che neanch’io potevo tradurre. Figurati tu. Accusavo la mia inerzia di soffocarmi. Ho scritto mi soffochi, liberami, e il cellulare lo ha inviato a te per sbaglio, troppo abituato a diteggiare il tuo numero. L’unico messaggio che non avrei voluto mai inviarti e quello stronzo ubriaco preme invio. La mattina dopo la tua non risposta, il mio ferirti. Parto, l’estate è finita. Eppure la pelle ancora scotta sul braccio lasciato scoperto alla tua guancia addormentata. Talmente imbecille non ho ancora imparato a dosare l’emozione del tatto. Quando ti saluto, troppo spesso sei rimasta delusa dalla mia incapacità ad interferire col tuo spazio fisico e cosí pur’io. Vorrei mani, orecchie, naso e bocca grandissime per stringerti, sentirti, respirarti, e baciarti meglio, mangiarti meglio, perché giuro aver fame di te.
E allora disseto lo stronzo per stordirlo nell’alcool e liberarmene per qualche ora, sperando di essere fortunato ed addormentarlo anziché fargli inviare messaggi insensati.
È come un’esplosione che mi stordisce con la sua forza d’urto quando proprio non ce la faccio più, io lo so e approfittando della mia debolezza riprendo il controllo razionale, la cosa più stupida che possa fare con tutti i danni che ne derivano, come quella volta che vestito da uovo di Pasqua (anche i costumi riesco a scovarli idioti) ti dissi che non potevo sceglierti per rispetto. Rispetto sospetto se mi fa soffrire, se ti fa soffrire, se la schiaccia sotto un quintale di sensi di colpa. Come diamine funziona questa razionalità logica e sociale se distrugge ogni cosa bella e vitale. Perché ostinarmi a dare ancora un senso, un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha. Vasco non l’ho mai sopportato ma oggi la sua schietta ignoranza sembra aver capito molto più dei miei milioni di pagine lette. Fortunatamente il graffio della voce di un aspirante Tom Waits, sull’arrangiamento argentino di un pezzo dei Police, in un film scintillante di lustrini e passione, irrompe nel ricordarmi il tuo nome Roxanne, Roxanne…

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