Ricordi, alla fermata del 14

12 marzo 2012 § Lascia un commento

Luisa ogni mattina raggiungeva con largo anticipo la fermata del 14. Si sedeva sulla panchina e cominciava ad annusare l’aria. Sotto la pensilina non la preoccupava più di tanto se fosse arrivata pioggia o il sole avesse brillato alto. Ma il dato era fondamentale per prevedere le situazioni che avrebbe potuto raccogliere, il nutrimento per la sua memoria. Si sedeva sempre prima che i viaggiatori arrivassero. Prendeva il termos del caffè già zuccherato, svitava il tappo con attenzione, e inalava profondamente gli effluvi del vapore aromatizzato. Versava poi il caffè nel bicchierino di plastica, quello a cannocchiale che si richiudeva in una scatolina rossa e giaceva da sempre sul fondo della sua borsetta da passeggio. Lasciava a lungo le mani chiuse sul bicchiere, avvolgendolo e non sapeva neanche lei se ciò fosse per scaldarsi le palme o proteggere la bevanda dall’inverno. Poi portava il bicchiere alla bocca, lentamente, tenendolo ancora nelle mani a coppa, in un gesto rituale. I vapori le inondavano il naso e si infilavano dritti nelle cellule ricettive, mentre teneva gli occhi chiusi. Univa l’odore del caffè a quello della mattina, ogni mattina da chissà quanti anni. Poi aprendo un sipario di luce dalle sue palpebre, pronunciava in un sospiro solenne – Buongiorno Luisa. Era il suo modo per ricongiungersi, riconnettersi col tempo e col mondo. Il suo nome pronunciato la riconciliava con quel corpicino snello che sapeva ancora mostrare le vestigia degli antichi fasti. Luisa, la bella di Cerignola. Così la chiamavano tempo fa, sia per la sua bellezza, sia per le sue origini Apule, sia per i suoi leggendari occhi, verde oliva. Uno sguardo ed eri finito. Sulle labbra ancora umide e calde del caffè arrossiva un sorriso timido, senza nascondere un pizzico di civetteria, ma assolutamente cortese e pudicissima. Le passavano davanti agli occhi, plasmando il vapore che saliva dalla tazza, tutti i suoi spasimanti: Enrico, Stefano, Paolo, poi il signor Cenci, il marchese de Carolis, e persino Don Bruno, il cui voto era vacillato a lungo davanti a quel bagliore smeraldo. E poi Gino. Anzi solo Gino, perché se lei aveva incantato cento cuori, il suo batteva solo per Gino. Papà non vuole che lo frequenti. Dice che non ha partito. Ma papà io sono già partita per lui. Con lui. Stasera mi aspetta alla Cascina del Fosso, all’incrocio con Via Lata. Il cuore mi sta impazzendo, stanotte saremo insieme e domani papà dovrà accettare le nostre nozze. Il danno andrà riparato e il nostro amore non più guastato dai pregiudizi di questa borgata di migranti, sarà sano e giusto; giusto, non aggiustato.

Il suo sorriso diventa gentile saluto al primo arrivo della mattina. Un ragazzo sui venticinque anni, in tuta da meccanico e giubbetto di cuoio. Gli occhi bruni e profondi del ragazzo ricambiano il saluto, e il suo profumo di sapone e doccia fresca, sposta l’attenzione di Luisa dal suo caffè. Buongiorno signora. Lo dice con un tono cordiale che sa di familiare, anche se Luisa sa di certo di non averlo mai incontrato.

I baffi, si è uguale a Gino senza baffi. Luigi, detto Gino, però, non era meccanico. Lavorava come magazziniere nei granai del Marchese. Mi ricordo la prima notte. La prima notte d’amore. Ne avevo visti di corpi maschili, soprattutto nei campi d’estate. Ma il tocco di quella giovane carne sulla mia giovane carne mi aveva portato immediatamente in un’altra dimensione. Il fuoco che avevo provato per lui nell’emozione del corteggiamento ora divampava in un incendio. Lo cingevo con le mie mani ora a stringerlo, ora a carezzarlo seguendo con uno sguardo tattile ogni movimento della sua muscolatura fremente. Fremeva pari il suo corpo sul mio in ansie, respiri, piaceri, dolori, paure, e poi scoperte e piaceri, piacere, piacere. Il mio vestito bianco era lì sulla poltrona della camera da letto che fu dei suoi genitori, e che ora l’avevano lasciata a noi. E si perché la mia prima notte fu quella del matrimonio. Non ve ne furono altre prima di quella. La notte della fuitina, la passammo sorridendoci a un metro di distanza una dall’altro, occhi sbarrati e guance rosse non certo per il fuoco nel camino. La mattina ci ritrovarono ancora così, rossi, caldi e sorridenti. Le loro grida disperate che la coscienza sociale gli dettava come d’uopo in una simile occasione, si erano già ammorbidite nei sorrisi complici di mia madre e nei finti sbuffi di mio padre, convinto che aveva generato proprio una bella figlia, certo della sua onestà, che non avrebbe mai potuto tradirlo, ma che sapeva farsi valere. La notte mi ricordo, mentre stentavo a prendere sonno, lui si avvicinò e credendo che dormissi mi baciò sulla fronte. Quel giorno Gino era bellissimo ed io ero con lui, immersa nel suo profumo di sapone.

Lo stridio dei freni del 14 fa scattare in piedi il giovane meccanico. Si gira per un sorriso a Luisa, e il sorriso del commiato era ancora più familiare di quello d’arrivo. Appena ripartito l’autobus, i passi trafelati di una ragazzetta di 14 anni si interrompono su un No, stizzito per aver perso la corsa. Luisa la guarda e pensa che non avrebbe mai potuto fare in tempo con quell’enorme zaino sulle spalle fiere, ma eleganti e delicate. Nonostante la sua giovane età, agli occhi di Luisa guizzò subito il fiorire della femminilità di quella ragazzina mora. Buongiorno, la parola magica di rito che Luisa ritrovava ad ogni nuovo viso, dopo aver ritrovato il suo. La giovane si chiama Luisa anche lei, e oggi aveva il compito in classe di latino, e dio quanto pesa questo dannato dizionario. La signora, oltre al nome riconosce nella ragazza lo stesso suo entusiasmo per lo studio. Anche se lei il latino lo aveva studiato alle medie. Allora si usava così.

Voglio fare il liceo – urlai con le lacrime agli occhi in faccia a mio padre, mentre mia madre si disperava con la faccia tra le mani ruvide di vecchia casalinga. Una vecchia casalinga di 36 anni. Ma quella volta non mi riuscì a travalicare le nostre tradizioni, ero una ragazza e già con la terza media avevo avuto la massima formazione culturale allora consentita per una giovane di origini popolari. Tanto poi avrei trovato marito e non mi sarebbe servito. Prima del marito avevo trovato però un’amica, Giuseppina. Lei era di buona famiglia, ma potevamo frequentarci anche perché il circolo di papà, cominciava a lavorare bene. Giuseppina e io avevamo un segreto. Di quelli forti e indissolubili che solo un’amicizia vera come la nostra sa conservare. E la chiave del segreto era che Giuseppina era, appunto, di buona famiglia, la figlia del medico condotto. Lei, due anni più grande di me, alle scuole superiori c’era potuta andare. Non al liceo, che anche per lei poteva essere compromettente, ma alle scuole magistrali. E i pomeriggi, mentre mio padre pensava giocassi ancora con le bambole, insieme a Giuseppina studiavo, studiavo e leggevo. Depredavo la libreria che il signor Dottore ci lasciava a disposizione, rinchiudendosi nel suo studio con i suoi pazienti. Un libro per volta perché non se ne accorgesse. Mi sentivo una giovane Emma, dove il mio amore non si divideva bruciando tra due uomini. Ma si bruciava di passione fra due generazioni. La mia e quella del babbo. Ogni pagina una scoperta e ogni scoperta un sogno. Ero passata da squinternata Jo di piccole donne al Corsaro Nero in persona. La colonna sonora era composta appositamente per me da Giuseppe Verdi e girava incessante nelle mie fughe sul piatto del grammofono della famiglia Loprete. E mi ergevo a paladina di giustizia moschettiera, passando da Dumas, ai poveri giovani manzoniani, il cui matrimonio non s’ha da fare.

– Alla prima ora ciò I promessi sposi- Dice Luisa la giovane sorridendo all’elegante signora. – Non fa niente se salto, ma è lo stesso prof di latino e già gli sto sullo stomaco perchè non gli piace che so cose in più degli altri e ogni volta gli impiastro i programmi con le mie domande. Ma io gli dico , prof ma io sto qua per imparare mica per seguire le sue lezioni e basta. Ecco il 14, me sà che sò salva. Ciao Signò…- Ecco il nome è già dimenticato. Un altro viaggiatore di passaggio e intanto i visi si moltiplicano alla fermata. Luisa sa che la corsa delle 8 è la più affollata e la confonde. Si ammucchiano, si affastellano, corpo su corpo, come pecoroni, pensa Luisa, pecoroni per il macello.

Dove ci stanno portando? Vedo la campagna della Prenestina conquistare sempre più spazio alle case che diventano piccole e lontane e i palazzi di Roma già somigliano di più a queste casette che si diradano a bordo strada. Il dottor Loprete, dice che ci portano a Capranica, ci sfollano la. Ho il sedere a pezzi saltellando su queste casse di legno messe a farci da sedile sul cassone del camion. E’ più di un anno che non vedo Gino, al fronte, mentre Luca oggi ne compie quattro. Bel regalo piccolo mio. Per il giorno del tuo compleanno mamma ti porta a Capranica Prenestina a giocare con le caprette. E si piccolo, qui ci stanno le capre da tanto tempo che pure gli antichi romani ci venivano a prendere la ricotta, e ci diedero il nome. Quassù fa un freddo boia e la gente ci guarda male, loro nelle loro braghe di tela, ma con le guance di un bel rosso vivo, che la campagna non gli fa mancare niente, e noi con i nostri cappotti di città, i signori che però sono 3 giorni che non toccano altro che pane secco. Bastano due giorni e sono già contadina anch’io e a Luca le caprette ci piacciono davvero. Abbiamo allestito una piccola stalla come nostro alloggio, ci viviamo io, mamma, Giuseppina e la sua famiglia. Il dottore stavolta però non ha portato nessun libro. I dischi non servono però perché le arie d’opera qui le conosciamo tutti, e fra una zolla e l’altra, fra una goccia di sudore e uno sputo, c’è se sempre qualche Mimì, qualche casta diva, che ferma il lavoro e il tempo con il suo canto.

Tutti però si aspettano che sia io a cantare, l’usignolo dagli occhi verdi adesso mi chiamano. La mia voce però deve aver attratto qualcuno. Mentre sono alla fonte mi si avvicina un uomo. Un soldato. Oddio un tedesco. No, non è un tedesco, i tedeschi li conosco. Meno male, sembra sia inglese. Inglisch? Gli dico io. Lui risponde yes e comincia a parlare ininterrottamente. Io non lo capisco e sorrido, poi non lo capisco e sorrido un po meno. La sua voce puzza di alcool. Non del profumo buono del vino che fanno qua. E’ una puzza, una puzza diversa. Non si avvicini. Non si avvicini o u… bastardo mi capisci e? Leva la tua manaccia dalla mia bocca. Allontanati, stai lontano, bestia. A ti fanno male le palle se te le calcio come ho imparato eh? Allontanati, mi fai paura, allontanati. No!

Sorry, Stezzioni Termini? – Luisa guarda quegli occhi gelidi e fa un salto sulla panchina. Non si ricorda più che cosa stava facendo. Meglio non ricordare. Ha il cuore agitato ma ciò non gli impedisce di essere gentile col giovanotto che le sorride. Yes, bus. Gli risponde riacquistando un po di sorriso anche lei, ancora con una perla di sudore e una lacrima rimasta appesa alla retina nuovamente colpita dalla luce. Meglio non ricordare. Una ragazza dal viso gentile si avvicina alla pensilina e spiega al ragazzo che deve scendere al capolinea. Il sorriso di Luisa cancella dal volto ogni residuo di agitazione, mentre quasi meccanica appoggia la mano sulla pancia della giovane. – Di quanto è? – 26 settimane – risponde intenerita dal gesto della signora. Luisa la rassicura che sarà femmina, lei lo sa, lei ne ha avuti tre di figli, due femmine.

Neanche una settimana a Capranica e Gino è di nuovo fra le mie braccia e mi fa l’amore, vuole solo farmi l’amore. Quanto mi sei mancato amore mio. E ci mettiamo tanto amore che ogni bruttura è cancellata. La mia pancia diviene intanto di nuovo tonda. Femmina, mi dicono le signore che incontro, sicuramente femmina. Gino anche ne avrà viste, la sera riamane silenzioso. Ma a letto, a letto torniamo noi, come la prima notte, e i suoi muscoli sono i miei muscoli e la sua carne la mia carne. Il mio Gino.

La ragazza incinta ricorda a Luisa il viso amatissimo della figlia.

– Mia figlia si chiama Carla e le somiglia tantissimo sa? Certo lei è più giovane ma è bionda, bionda come lei, e ha gli stessi miei occhi.
La ragazza le racconta che si è sposata a Londra e che ora è venuta dai suoi a Roma, perché vuole che suo figlio nasca qui. Lo vuole italiano, anche se a lei questa Italia non l’ha voluta. Ha 27 anni ed è veterinaria nello Yorkshire in una azienda grandissima che alleva cavalli. Era andata via due anni fa dopo che aveva perso la borsa di studio all’università. Avrebbe voluto continuare le sue ricerche qui, ma in Inghilterra ora aveva un lavoro molto ben pagato, un marito, e, tra poco un figlio. Mentre racconta queste cose la dottoressa e il frutto del suo amore non si curano affatto delle due corse già passate. Ma al terzo quattordici deve salutar Luisa, ha una visita dalla ginecologa appena dopo pranzo. Salutandosi le due donne si baciano.

Un bacio sulla guancia e una stretta di mano. 110 e lode. Luca è rimasto contadino dentro, come il padre e adesso ha il suo vigneto e la sua cantina nel verde della Tuscia, ma Carla no, ha seguito il richiamo del mio sangue, gli istinti della mamma e oggi si laurea in Lettere. Quanto sono belli i miei figli. Luca, Carla e Silvietta. Si, belli, e Gino, pace all’anima sua, ha potuto vederli sposati e sistemati. Adesso rimango io a prendere appunti anche per lui. Non riesco a ricordare il giorno del compleanno della piccola di Carla, ma sono sicura che dovrebbe essere in questi giorni.

Si volta e si ricorda del 22 marzo riconoscendo le somiglianze di sua nipote con la ragazza che le si è seduta a canto. Buongiorno. – Buonasera, risponde la ragazza, sono le sei di pomeriggio, non senti freddo qua fuori?

-Mi scusi signorina, ma ci conosciamo? Mi da del tu? A una signora della mia età? Non le sembra maleducato?

-Come vuole lei signora Luisa, non ha freddo? Sono le sei, non è meglio che rientra a casa?

– Grazie signorina, stavo qui fra i miei pensieri e i miei ricordi e non mi sono accorta di quanto tempo è passato. Sa a casa mi annoio, allora vengo qui alla fermata e chiacchiero con i signori che incontro. Com’è bellina, però. Come si chiama?

– Luigina, ma tutti mi chiamano Gigia.

– E studia?

– Si sono al primo anno di lettere.

– Oh quanto avrei voluto studiare anch’io. Ma l’ho fatto sa, studiavo di nascosto perchè il babbo non voleva.

– Non vuole che la accompagni a casa signora?

– Si guardi io abito qui. E tira fuori con le sue mani rugose ma ancora eleganti un biglietto che aveva fatto plastificare e che teneva legato alla borsa con una finissima catenina d’oro.
– Bene, fa la giovane, è proprio qui dietro. Facciamo due passi che l’accompagno.

Così Luisa comincia a raccontare di Silvietta e di quanta pena le dia.

Si è divorziata da Bruno e adesso vive con una donna. Io lo so che si vogliono bene, ma queste cose non riesco a capirle. Maria è bellissima, e la stimo per figlia mia per quanto gli voglio bene. Ma due donne. E i bambini? Non li vogliono i bambini? I bambini sono la benedizione di ogni casa.- La loro casa è bellissima, elegantissima. Proprio a via margutta sopra la galleria di Maria. Ci portavo Silvia ogni domenica a passeggiare, mentre i fratelli restavano con i compagni su Via del Corso. Lei invece voleva vedere i pittori. E poi di corsa via dentro le chiese. Mi trascinava per tutto il pomeriggio da un Caravaggio a San luigi dei Francesi al Domenichino di Sant’Andrea della Valle. Poi voleva che le raccontassi delle sfide fra Bernini e Brunelleschi e non voleva tornare a casa se prima non avessimo fatto la scalinata, anzi la scalata di monte Oppio, per entrare in San Pietro in vincoli e mettersi a piangere davanti al Mosè. Davanti a quelle lacrime neanche Gino potè nulla per evitare che andasse a studiare a via di Ripetta. Erano gli anni 80 e i ricordi del terrorismo erano ancora forti come quelli della guerra e tutto andava così veloce in questo mondo che ora faccio fatica a riconoscerlo.

– Eccoci qua, siamo arrivati. Ho visto che ha del the sul tavolo. Posso prepararle una tazza? Mi farebbe piacere ascoltare ancora un po’ delle sue storie.
-Grazie Gina, dice Luisa, ma mi sono accorta di essere tanto stanca, magari un’altra volta.-
-Gigia, signora mi chiamo Gigia. Le risponde sorridendo.- Allora tolgo il disturbo.

– Grazie ragazza mia. Mi è proprio piaciuta questa passeggiata e mi ha fatto piacere conoscerla. Se mai uno di questi giorni facciamo altre due chiacchiere tanto io passo sempre alla fermata del 14, quella sulla Prenestina. Buonasera.

E con una cortesia e gentilezza di altri tempi spinge la ragazza nel corridoio, verso la porta che apre senza fretta, e con una dolce carezza la accompagna fuori.
– Buonanotte Gina.
Gigia sorride e si lascia chiudere gentilmente la porta in faccia.
– Buonanotte Nonna.

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