Cento e una notte – Notte n.13

6 marzo 2012 § Lascia un commento

⁃ Che cazzo ciavrai da esse felice?

Mio fratello mi guarda con aria sinceramente interrogativa. Semplicemente non capisce come il resettare un’intera vita come scelta consapevole presa nello stesso momento in cui decidevo di non festeggiare il mio quarantesimo compleanno, possa rendermi felice. Avevo venduto la mia attività, avevo rinunciato ad avere un figlio dopo i saltimortali biogenetici, i bombardamenti ormonali di Jo e aver lasciato 3,8 grammi di testicolo sul tavolo operatorio. Avevo affittato la mia casa di Roma a perfetti sconosciuti dopo averla appena ristrutturata e me ne andavo a Berlino. A far cosa? Ad essere felice. E non era una speranza, presa per la coda nell’apice della mia sindrome piterpaniana. Era, ed è, una direttiva programmatica rintracciata e voluta dall’alto della mia esperienza di uomo maturo e consapevole. Per più di venti anni c’ero ricascato. Avevo dimenticato quello che il mio tumore mi aveva lasciato come segno del raggiungimento della maggiore età.

Passavo indolenti giornate adolescenziali fra la TV e il telefono

⁃ Stè? ⁃ Oh…

⁃ Che stai a fa?

⁃ Un cazzo
⁃ Mhh…
⁃ Mh!!

⁃ Vabbè hai studiato?
⁃ No, nmevà de fa ncazzo
⁃ Mh! manco a me… vabbè ciao

⁃ Ciao Danié

Non facevo neanche più a botte con Marco e Alessandro. A parte i primi esperimenti con Luca alla batteria, Dario alla chitarra, Alessandro al basso, e Mauro alla voce e le ore passate ad imparare gli assoli di Child in Time e Smoke on the Water (che Mauro continuava a pensare che si traducesse in Fumare sul cesso), tutto scorreva indolente identico a se stesso, un giorno dietro l’altro.

Poi, elegante e bellissima, Sua Maestà la Paura.
Paura che apparteneva più ai miei che a me in realtà: “La Malattia”, quella virgolettata e corsiva da non potersi neanche nominare. La signora Voldemor. Il nome che nessuno osava pronunciare.
Anche mio nonno Angelo era stato ucciso quattro anni prima da un brutto male, da un male incurabile.
CANCRO! Si chiama cancro e si può e si deve curare. Certo io ero fortunato, il mio era di un tipo particolare, culturalmente elitario e un pò snob: Jose Carreras l’aveva avuto l’anno prima e Nanni Moretti ce ne racconterà tra qualche tempo in Caro Diario.
Si, il mio Cancro ha un nome e, per fortuna, anche un cognome: Linfoma Odgkin. E proprio grazie a quel cognome non è più un male incurabile ma un signor Cancro curabilissimo. Otto mesi di chemioterapia passati a vomitare abbracciato alla tazza del cesso e altri sei mesi di radioterapia (senza musica) che mi avevano lasciato calva l’esatta metà posteriore del cranio; grazie a un riporto perfetto e al gusto dandy di indossare cappelli improbabili, mi sentivo comunque fichissimo e comunque vivo. Grazie al mio panama e alla giacca di lino grezzo che vi avevo sapientemente abbinato, i miei amici cominciarono a chiamarmi Il Conte. Chissà cosa mi chiederebbe mio fratello se gli dicessi che quello è stato uno dei periodi più belli della mia vita.

Ritorna il lupo della steppa, anzi è proprio allora che è arrivato la prima volta: se potessi morire domani cosa importa se quello che faccio oggi non ha senso. Non ha senso ma è bello.

Voglio vita e bellezza e la noia è solo una presa per il cu(ol)lo dalla macchina sociale per mantenerci ligi alle regole e controllabili.
Solo quattro anni dopo ho già dimenticato la grande lezione che mi era toccata in sorte, ed ero tornato talmente controllato e controllabile da essere schedato col numero misterioso di una donna che se ne va. Partita Iva, io invece rimanevo, incastrato nell’illusione libertaria della libera professione. Non che me ne lamenti, non mi ricordo di un singolo giorno in cui non fossi contento e soddisfatto di quello che facevo. C’è stato un periodo in cui avevo addirittura tre lavori. La contabilità per mio padre, la JN Graphics, una società fondata per caso con quattro squinternati tra cui mio fratello, nella quale ho imparato a fare il montatore, il regista, il web master e il programmatore Lingo, ma dove ero entrato come compositore.

E Videobuco (noooo, non ci posso credere, anche Videobuco, la famosisssima cineteca d’autore di Roma). Per spiegare a chi non è cinefilo cosa voglia dire essere uno dei due singor Videobuco, tralascio un attimo questo paragrafo, da cui ripartirò subito dopo per raccontarvi un piccolo aneddoto.

XXXVVIIX Festival d’Arte Cinematografica di Venezia. Lido di Venezia. Strada di fronte al Grand Hotel. Era appena terminata la proiezione del documentario sul cinema horror italiano che avevo realizzato con Marco Cruciani e un altro compagno di passaggio.

Dalla piccola sala defilata dai tappeti rossi esco con accanto a me Quentin Tarantino. Davanti a noi Lillo e Greg, allora iene, intervistavano i passanti. Due ragazzi che camminavano distratti, notano l’improbabile gruppo, sorridono eccitati e si bloccano imbambolati. Poi uno dei due prende fiato e felice dell’aver riconosciuto i noti personaggi, urla in modo affatto simile al Rolando di Aldo, Giovanni e Giacomo: Nooo, non ci posso credere!!! Videobuco!!!

Fine dell’aneddoto esplicativo.
Poi arriva L’Impiccione Viaggiatore, un locale innovativo per Roma, dove trasportavo sulle pareti di un caffè letterario tutta la mia curiosità e la mia voglia di conoscere, ponendo come scusa intellegibile al pubblico il tema del viaggio.

Lavoro, successi, indipendenza economica. E alla fine tu dove eri? Io dove ero? Dove sono stato fino ad oggi. Dietro a me razionale e ingrato che mi dimentica ad ogni passo. 18 ore di apertura al pubblico, 18 ore di assenza a me. 7 Mojito e mi stordisco in una notte di maggio per riprendere il controllo. Ora mi ritrovo e non mi voglio più ascoltare. Io sono felice perché non c’è nessun motivo per essere felice, così come si ama senza alcun motivo. Mi viene in mente Erasmo, lucido e sarcastico, ma nella versione traviata della pubblicità dell’alfaromeo con tanto di Goldfish come colonna sonora: “Osservate con quanta provvidenza, la natura, madre del genere umano, ebbe cura di sparegere nel mondo un pizzico di follia, infuse nell’uomo più passione che ragione, perché fosse tutto meno triste. Se i mortali si guardassero da qualsiasi relazione con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. La vita umana non è nient’altro che un gioco della follia. Il cuore ha sempre ragione.”
Io sono felice. Io sono il cuore.

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