Cento e una notte – Notte n.9

15 febbraio 2012 § 1 Commento

Le 23.11 domani ho l’esame di B1 di tedesco. Non ho ansie e questo mi delude un po. Il battito e il palpito non ci sono, sono più sicuro. Sono un uomo. A 13 anni camminai sulle braci di sabbia, oggi non ho più paura delle domande. Ho dilatato la mia mente aggiungendoci quello che non conosco. Quello che non conosco fa parte del mio pensiero; è il mezzo per passare alla velocità perfetta da un desiderio all’altro. Non temo le domande di cui non conosco le risposte, anzi le cerco. L’insegnante di lingua mi rimprovera perché cerco di costruire frasi ancora troppo complesse. Ma io sono a scuola per imparare non per sapere. Mi avete ingannato per vent’anni, lo scopo non è sapere, è imparare. Ich moechte probieren; Ich muss probieren zu lernen.

Imparo alla velocità perfetta, quella che mi consente di apprendere ogni cosa che avrò appreso. Quant’è bello il futuro senza congiuntivi e condizionali. Una grammatica dalle regole nuove dettate dalla logica. Se avessi è un postulato per assurdo a cui segue l’assurda soluzione avrei. Io ho, non ho avuto, avrò, non avrò, stanno lì come pilastri, come assiomi geometrici, come punti fermi, concedendosi il lusso del valore relativo. Non ipotetico. Mi sento meglio se non ho potuto amarti di quanto mi faccia sentire se ti avessi amato.

La Sbahn di Berlino non è certo il 19. Forse ho perso un po di allenamento, ma qui dietro le facce non trovo nessuna storia nascosta, semplicemente te la urlano in faccia. Allora come l’angelo di Wenders, mi accosto e sento i loro pensieri in tutte le lingue del mondo. Il tedesco, qui, è solo uno degli idiomi disponibili tra gli altri, e io mi muovo fra loro. Sembra un’idiosincrasia di elementi assemblati secondo la più raffinata teoria del chaos. Impermiabili, giacche e cravatte, tailleur su chanelline appena un po lise, si incastrano fra dred, scarpe da ginnastica anni 70 dal fondo scollato da allora, divise da lavoro, divise, maschere. Anche la ragazza punkabbestia, seduta accanto a me è talmente definita e sicura del suo essere da non pormi neanche la domanda di come sia diventata bestiapunk. Il gatto sul grembo e il cane che lo annusa fanno parte di un trittico unico, quasi botticelliano, elogio alla primavera; anche quando la coda nodosa del ratto gigante nascosto nella manica dell’impermiabile militare osti fa capolino non mi scompongo. La ragazza diventa albero materno, un grembo naturale pierdellafranceschiano. Giottesco vagamente warnerbrossiano, se fosse uscito anche, svolazzando, Titty; ma non ho tempo di aspettare il giallo pennuto, qui i treni sono dannatamente puntuali e devo scendere. La Hauptbahnhof mi incornicia di luce attraverso le sue pareti vitree, il fascio solare mi colpisce appieno nella mia consapevolezza di rinascenza pasquale, perfetto occhio di bue di magistrale regista. Rinascimento: in questa città si può ancora vivere con l’illusione che l’arte salvi la vita. Senza pretendere di vivere facendo l’artista, qui si vive da artista. Camerieri, babysitter e insegnanti di spagnolo che la notte diventano pittori, musicisti, attori, ballerini, nella messa in scena quotidiana della quotidiana messinscena: di mattina recito da muratore così la sera posso andare a fotografare la notte. Io sono un’attore, un’attore vero, che si finge gestore di ferienwohnungen, dichiaratamente scenografati nel fittizio e perfetto artefare artistico di questa città. Signori si va in scena, ma attenti non è la telenovola in cui vorrete immedesimarvi per perdere quel briciolo di contatto con la realtà che vi fa ancora male sotto l’alluce. Qui siamo nel circo dei folli di Brecht e del Lupo della Steppa. Il cabaret, così derisamente melanconico e meditativo. Provocatorio concreto e mistico nel rito del reale. Questa notte dalle quattro in poi teatro magico. Soltanto per pazzi. Una balalaika gigante suonata da un ciccione in tuta da meccanico rosso ferrari e colbacco in testa, chiude il sipario per accendere il proiettore dalla parte opposta. Il ritmo cadenzato post ska sovietico mette subito di buonumore quanto la puzza di vodka. I Leningrad Cowboys non avrebbero osato tanto. Il violino, con indosso la stessa divisa cremesi, strazia l’anima con i suoi lamenti antichissimi e lontani, mentre il tenore strappa le corde della sua chitarra triangolare evocando melodie d’amore boemo. Du liebst mich nich, ich liebe dich nich. DA Da da…, mi accorgo attraverso di loro come il delirio dei Trio fosse assolutamente illuminato e preveggente.

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§ Una risposta a Cento e una notte – Notte n.9

  • vince2006 ha detto:

    Sarà la musica dei Giardino di Mirò nelle orecchie o il dolce ricordo, ancora fresco, di Berlino che questo racconto mi ha evocato ma questo post mi è molto piaciuto. Lascia un be senso di tepore alla fine (e voglio dire, se penso a Berlino a dicembre tutto sto tepore non so da dove esce)

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