Vuoto a perdere

23 luglio 2014 § 1 commento

Riempio il mio vuoto di cose a rendere
Come ci si riempie lo stomaco
Giusto un po’ per sopravvivere
Mentre mi piacerebbe solo
Invitarti a cena
E guardarti parlare
E ascoltarti sorridere

Riempio il mio vuoto di cose fragili
Che mi immagino possa io essere utile a proteggerle
Cose fragili come cristalli di ghiaccio
Da distruggere in un Mojito
Da pestare con menta e rabbia

Rabbia senza colore
Come il ghiaccio

Mentre mi piacerebbe solo starmene con te a bere
E sentirti scorrere trasparente come l’acqua
A riempire tutto

Riempio il mio vuoto di altri vuoti
A toglier spazio all’aria
Quell’aria vuota
Senza il tuo profumo

Mentre mi piacerebbe,
Solo

Il paradosso di Orfeo-Schrödinger

18 luglio 2014 § Lascia un commento

Il paradosso di Orfeo-Schrödinger

“Aspettami e non cercarmi, o mi vedrai sparire”

Quando per troppo silenzio ti cercai
Io non c’ero più

Deriva

16 luglio 2014 § Lascia un commento

Sono solo all’orizzonte e dall’altra parte non guarda nessuno

sono un punto su una linea di blu

una barca che passa senza che nessuno la noti

e questo è il quarto giro del mondo che faccio

 

Cerco la terra, da dove mi chiami

cerco una voce

cerco un porto da costruire

una città da fondare

 

cerco una tempesta che mi costringa alla riva

uno scoglio che mi fracassi le ossa

una secca su cui arenarmi

una spiaggia su cui naufragare

 

Cerco l’isola che non c’è

cerco Penelope

 

fermare voglio il mio vagare

argonauta insensato

ma ancora una volta

sono solo all’orizzonte e dall’altra parte non guarda nessuno

Sul dolore e la bellezza

14 luglio 2014 § Lascia un commento

La Bellezza, quante volte ti sei vestita da lei. Non la tua bellezza, quella naturale, quella che ti fa donna, ma quella innaturale, quella che ti astrae, quella che ti fa arte, la Bellezza.

Non ricordo esattamente la prima volta che ti notai e ti riconobbi in quella veste, ma ricordo le volte in cui mi hai sconvolto. La prima volta è stata fra le pieghe con cui Michelangelo aveva avviluppato il dolore di una madre davanti al figlio morto. Una maternità pura nel suo candore così nero di lutto puro e tuttavia innegabilmente bello. La bellezza della natura morta. Rimasi in silenzio, avrò avuto sei o sette anni. Sei esattamente, perché ricordo che ero entrato in San Pietro per l’anno santo del 1975. Fino ad allora ero restato soltanto fuori nel centro del sagrato a far sparire il colonnato di Bernini in un unica singola riga.

Entro, mi volto a destra, così come si fa normalmente per prendere possesso delle dimensioni dello spazio che avevo immediatamente percepito come vertiginosamente immenso. E lo sguardo scivola per sbaglio sul volto giovane di Maria. Una giovane mamma per un giovane figlio. In quei tempi nei telegiornali ne avevo viste di scene simili, tra i caduti della guerra civile italiana degli anni di piombo. Nei telegiornali i volti piangenti, nelle strade di Roma il segno del gesso, dei colpi e del sangue. C’era qualcosa di spaventoso in quelle morti tanto più perché per me inesplicabile. Avevo più volte visto discutere mio nonno materno, Angelo e comunista, e mio padre di derivazione proletcontadindemocristiana; discussioni animate, infervorate a volte, ma sempre civili e piene di ragioni. Non capivo come quello potesse causare odio e morte, come ci si potesse picchiare a sangue per ideali che nel frattempo sembravano non cambiare assolutamente nulla allo schifo della vita civile. Le siringhe sul marciapiede, gli scippi continui, una gioventù che soffriva disfatta dal non ruolo, la cui unica forma che sembrava conoscere per farsi notare era quella del fratricidio nichilista di piazza. Si usciva poco in quel periodo. Il terrore entrava nelle case romane con l’oscurità come un coprifuoco. In tutto ciò però Roma rimaneva bellissima e le nostre passeggiate familiari la domenica hanno per me sempre il ricordo e il profumo della primavera e il sapore di fettuccine fatte in casa e pastarelle. Mia mamma era giovane allora, giovanissima, appena 25 anni. Incinta di mia sorella. Papà cicerone per missione e passione, con Marco in braccio mi conduceva per mano dentro la basilica e le voci salmodianti, il profumo di incenso e cera e l’aria fresca che ne usciva mi invitava ad un esperienza mistica. Supero la porta, il barocco imperioso mi assale insieme alla vastità del tempio. Misuro lo spazio, iniziando appunto a girare lo sguardo intorno, ma appena mi volto a destra l’incanto mi pervade. La mamma più giovane del figlio che tiene tra le sue braccia. Istintivamente mi blocco, strattonando appena papà e alzando la mano libera ad afferrare e coinvolgere quella di mia madre: le strette sono fortissime e sento il calore passare dai miei occhi e trasmettersi alle mani genitrici. Il volto mi avvampa e un brivido mi parte alla base della tesata ripercuotendosi sulla spina dorsale come una frustata, non respiro. Il rimbombo della chiesa smette improvvisamente lasciando trasparire nettissimo il suono acuto dell’organo. Mi tremano le gambe, gli occhi si velano di lacrime, la fronte imperlata. Sento improvvisamente la prima vampa svuotarsi attraverso il brivido verso i piedi e lasciarmi volto e mani ora gelidi, un po’ come quando bevi la cocacola troppo fredda che mamma non vuole che ti viene la congestione. Non è una congestione e non ho bevuto cocacola. È la Bellezza. Mentre piano riprendo i sensi mi lascio cullare dalla contemplazione di quelle forme perfette perdendomi letteralmente tra le pieghe della veste della madre. All’altezza del petto sembrano contorcere il seno che allattò quel corpo in una posa affatto dissimile, mortificandolo nel dolore. Il dolore passa solo ed attraverso le pieghe di quei veli. I due volti giovani invece non soffrono, disteso e addormentato quello del Cristo. Conscio e rassegnato quello della giovane madre in un atto di accettazione del sacrificio più duro, nella spiegazione più drammatica e plastica che si possa dell’Amen, dell’E così sia. Distolgo finalmente lo sguardo e incrocio gli occhi di mia madre che mi sorride.

La seconda sindrome di Stendhal la provai invece al Centro de Arte Reina Sofia di Madrid. esattamente trent’anni dopo Non conoscevo quel museo, ero lì solo per il ponte di natale e avevo trovato il Prado chiuso. Così con Giovanna ripiegammo su quel museo anche perché Madrid d’inverno sa essere veramente gelida, per essere una città mediterranea. Inaspettatamente troviamo molti pezzi famosi e ci incantiamo a perderci fra i ghirigori onirici e metafisici di Dalì, a farci dilatare il tempo da quegli orologi blandi e quegli elefanti improbabilmente attrampolati. Le sale sono piccole e si susseguono placide tra grandi del novecento.

Il primo corridoio finisce con una parete sul fondo e il percorso continua da una piccola porta a sinistra.

Attraverso l’uscio e noto una grande stanza immediatamente bianca poi svengo, letteralmente. Mi riprendo assolutamente senza capire cosa mi sia successo con Giovanna preoccupata che mi tiene la mano ed io seduto su una sedia che non so chi mi ha infilato sotto il sedere evitandomi di cadere all’indietro. Apro gli occhi e ricordo quello che vidi prima di svenire: è l’urlo devastante della Guernica che campeggia davanti a me, gli spigoli di quei corpi urlanti e dilaniati quelle mani alzate al cielo prorompono in tutta la violenza della scena, troppo crudele e violenta da poter sopportare, troppo bella da poter sopportare. Ancora una guerra fratricida. Stavolta però è diverso, ora conosco i fascismi e i loro deliri, conosco il senso del sacrificio, della non rassegnazione, del mai più sia così. Il tableau mi sembra immenso, lo percorro da destra a sinistra in un tempo lunghissimo, bloccato dal peso dei cavalli e assordito dalle urla delle donne. La pietà sulla quinta di destra stavolta non è affatto rassegnata e urla la sua disperazione il figlio è piccolo, troppo giovane e la giovane mamma sembra invecchiare di 1000 anni nel dolore di ogni guerra. La bellezza della morte viva nella propria artificialità umana. Quella notte non dormii oppresso dalle troppe insensate notti dell’umanità.

La voce della luna

13 luglio 2014 § 1 commento

Perché la luna non smette di urlarmi in faccia il tuo nome?
Perché non smette il mare?
E il vento come sa di te tanto da spingere di nuovo le mie vele in strada?
Come conosce la strada il tuo indirizzo?
Come fanno a indicarglielo le stelle?
Come fà la notte ad avere il tuo profumo e il silenzio ad imitare la tua voce?
Come fà l’insonnia ad avere il tuo viso,
il mio sogno ad avere il tuo viso,
la mia paura ad avere il tuo viso,
la mia sicurezza ad avere il tuo viso,
la mia certezza ad avere il tuo viso?
Perché hanno il tuo viso il mio trovarmi e il mio perdermi?

Perché conosco che aspetto abbia e dove sia casa mia ma non riesco a entrarci?
Perché me ne resto qui fuori ad ascoltare questa stupida luna mentre non smette di urlarmi in faccia il tuo nome?

Verdemela

5 luglio 2014 § 1 commento

C’è un mondo a parte
che somiglia al verde mela
Scintillante e acido
Come la fodera in vilpelle
Di una villa anni ’70
Come un goccio d’assenzio
Bevuto male

Tutto si direbbe
Fuorché normale
Eppure, amica mia,
È naturale

Rivolo

26 giugno 2014 § 3 commenti

C’era bisogno della pioggia
A far rinascere la poesia
C’era bisogno della terra bagnata
Del fango e dell’odore

C’è bisogno dell’amore
Per questo umore amaro
Di birra mal spillata
E del ricordo

C’è bisogno di credere
Per far si che sia credibile
Questa strofa non baciata
Questo verso zoppo

Corre e scorre quando è così la poesia
e scivola sull’acido gastrico
e l’odore di pioggia
Tutta giù per terra
E gioca imbrattandosi di fango

È sporca la poesia
È zozza e gioca sporco
E bara
Inganna a trasformare in bello
Un sentimento brutto
Come il tappeto sopra la polvere
Ma lo starnuto e l’allergia
Hanno occhi più grandi di me

E con la pioggia
La polvere da sotto
Scivola
In rivoli grigi

Il grigio fango
Di due righe di poesia

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